Quando si pensa a una persona che incarni, senza macchia e senza paura, il giornalismo italiano di qualità del Novecento, sicuramente viene in mente il nome di Enzo Biagi. Il secolo breve è stato vissuto, interpretato, raccontato dallo scrittore naturalizzato bolognese, nato esattamente oggi cento anni fa.

“Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie […] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo.”

Enzo Biagi: testimone del tempo

Scoprire il mondo da osservatore e non solo, considerando il giornalismo come una missione di giustizia, che attraversa e nero su bianco riporta la storia, senza fronzoli o distorsioni a cui, purtroppo, oggi siamo abituati. Da giovanissimo, prima di approdare alla Rai, Biagi è stato partigiano, raccontando su Patrioti quella guerra contro il nazi-fascismo, sempre in difesa di una libertà sopita e dilaniata dall’oscuro Ventennio. Affamato testimone del tempo, la sua penna ha danzato tra cinema, sport ed eventi di costume e società, raccontando anche il matrimonio della regina Elisabetta II d’Inghilterra, la morte di John Kennedy e l’attentato alle Torri Gemelle, in un valzer di eventi che hanno cambiato inevitabilmente il mondo.

Enzo Biagi

Enzo Biagi. Fonte: lanostratv.it

Troppo onesto per piegarsi alla volubilità politica, Enzo Biagi si è incontrato e scontrato con esponenti politici diversi, controversi, chi più autorevole, chi meno, descrivendo l’Italia sempre con quel tuo tono garbato ed elegante. Pur nello scontro diretto, le sue idee brillavano cristalline, composte e pure a differenza di quegli interessi sospirati tra le altisonanti stanze dei Palazzi. Le contraddizioni nazionali venivano a galla senza pietà nelle parole di Biagi: le ingiustizie, la memoria corta, la poca lungimiranza.

Il giornalismo come servizio

Un ammiratore combattuto del suo Paese, immenso nella sua bellezza quanto succube all’inganno di facili promesse che parlano alla pancia e meno all’intelletto. Senza paura, con lingua tagliente, con le sue opinioni metteva il punto, anche quando questo era scomodo ai piani alti. Ma questo era il suo modo di fare giornalismo: non un servizio ai politici ma agli italiani, ai lettori, al pubblico, meritevole di avere una versione lineare dei fatti e non un racconto artefatto.

“Ho fatto la mia parte. Direi che è l’anagrafe che mi condanna, prima di tutto. Ho netta la sensazione di essere un superstite di tanti diluvi. Per il resto, ho fatto il mio mestiere, a cui debbo tutto. Sono figlio di un operaio morto giovane, con la grande tristezza di essere vice-magazziere. Non è mai diventato magazziniere. Pensa i tipi di ambizioni e che frustrazioni ci sono in noi, e di che cosa si può soffrire: anche di questo.”

Enzo Biagi

Fonte: tvblog.it

Si potrebbe senz’altro dire che Enzo Biagi abbia attraversato la democrazia italiana, dalla sua nascita, tra alti e bassi, fino ai recenti sviluppi, con quel bon ton anni ’60 e gli ideali di un partigiano, soffrendo e accettando quello che noi tutti stavamo diventando.

Enzo Biagi, professionista – gentiluomo

“Sto dall’altra parte, quella che simpaticamente il premier ha definito «coglioni». Credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti allo studio e uguali possibilità nell’affrontare la vita; credo nella magistratura, nella sua indipendenza, e che tutti possano difendersi qualunque sia il conto in banca, quindi non credo alle trame; credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere; credo che non debbano esserci prevaricazioni né leggi ad personam, per sé, familiari o amici; credo che la pace debba sempre vincere sulla guerra; infine credo che non si debbano imbarcare fascisti e neonazisti per un pugno di voti. Non mi fido di chi ha avuto cinque anni e li ha spesi male. E non ho mai sopportato quelli che fanno promesse e non le mantengono.”

Padre amabile, marito rispettabile e uomo tutto d’un pezzo, Biagi non aveva peli sulla lingua. Ma non perché, come molte personalità di oggi avesse fiato da sprecare sui social network, ma perché consapevole del fatto suo, un professionista integro e sereno nella sua rettitudine. Cosa rara e di valore in un’Italia fin troppo cangiante e volubile, tra dissapori e realtà raccontate a mezza bocca e a volumi decisamente troppo alti.

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