Ho seguito ieri – un po’ incollato al computer e un po’ spulciando la mia biblioteca alla ricerca dei testi che venivano citati –, una buona parte della maratona streaming Capolavori della Letteratura organizzata dalla Fondazione De Sanctis in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura. L’iniziativa, cominciata alle 11, è stata lunghissima, quasi dodici ore di diretta in cui si sono alternati i volti di decine di scrittori, intellettuali, giornalisti e attori che hanno letto, recitato, commentato stralci di classici da loro particolarmente amati. A caldo, emerge una di quelle considerazioni che non si finisce mai di ripetere a se stessi: quanto sono belli, e importanti, i classici! Com’è noto, sulla perenne attualità dei classici si è espresso magnificamente Italo Calvino: ieri Nicola Lagioia, commentando L’uomo senza qualità di Musil, ha aggiornato la definizione calviniana, spiegando che i classici provengono da “una sorta di futuro prossimo”. La grande letteratura, infatti, non solo è sempre contemporanea, ma possiede anche doti profetiche. E in effetti fa impressione, sentendo leggere brani di Leopardi, Tolstoj, Grazia Deledda, percepire come le loro parole sembrino parlare di noi adesso, nel preciso momento in cui ascoltiamo, e al contempo di noi domani, e poi di quelli che saranno i nostri figli e i loro figli ancora.

Ai classici ci si può affidare senza timori, e non per trovare delle risposte precise a una situazione limite come quella che stiamo vivendo – dare risposte non è il compito della letteratura –, ma per capire invece quali siano le giuste domande, gli interrogativi che dobbiamo porci.

La locandina ufficiale dell’evento. (Illustrazione di Alessandro Ferraro).

Capolavori della Letteratura è stato uno dei numerosissimi eventi in diretta social o in streaming che il mondo della cultura si è inventato nell’ultimo mese e mezzo. Abbiamo assistito, diciamolo pure, a una piccola rivoluzione, a cui noi spettatori non siamo ancora abituati: vedere volti noti che ci parlano dal salotto di casa propria, infatti, ci stranisce sempre un po’. Il fatto è che siamo avvezzi ai palcoscenici, fisici o metaforici che siano, a provare cioè una sorta di soggezione nei confronti di certi personaggi che stimiamo particolarmente, a immaginare che il grande scrittore che sta tenendo una conferenza possieda una sorta di aura divina. Questo tipo di eventi ci aiuterà forse a riequilibrare un po’ il rapporto, a umanizzare intellettuali e figure di spicco che magari consideravamo inavvicinabili. È curioso – e anche divertente – entrare nella casa di un grande attore, poter studiare con occhio curioso e un po’ malizioso come ha disposto il mobilio, o quali quadri ha scelto di appendere alle pareti e quali libri mettere in bella mostra nella sua biblioteca. Nel mondo della cultura un rapporto di tale intimità tra creatore e fruitore risulta essere totalmente inedito. Abbiamo scoperto insomma che la presentazione di un libro può essere un evento insieme privato e condiviso, esattamente – pensateci – come accade per la lettura stessa, che è un’azione solitaria ma per sua natura interconnessa. Questo processo, poi, si sviluppa da entrambi i lati: in effetti, anche noi spettatori, sebbene invisibili, sebbene nascosti dietro a un numeretto che racconta il successo o l’insuccesso di una diretta, ci troviamo in una situazione insolita: magari siamo in pigiama, magari stesi sul letto o in mezzo alle coperte, magari beviamo un caffè o siamo un po’ distratti. Possiamo fare tante cose che in normali eventi del genere non ci sarebbero state concesse: parlare ad alta voce, mangiare, bloccare una conferenza e riprenderla dopo un po’, addirittura chiudere tutto, se qualche discorso ci ha annoiato mortalmente. Insomma, quanto di più distante possibile dalla serietà di alcuni – non tutti, ovviamente – eventi letterari a cui capita di assistere dal vivo. Noi, semplici spettatori, abbiamo allora potuto, e dovuto, svestirci dalle apparenze. E anche questo, ammettiamolo, è un po’ strano.

Un’accusa che si fa molto spesso alla cultura è quella di essere conservatrice, poco al passo con i tempi, sempre uguale a se stessa. Niente di più sbagliato. L’universo della cultura si è dimostrato infatti il settore che forse meglio di tutti ha saputo reagire alla crisi del Coronavirus e alla situazione spaventosa e sconosciuta in mezzo alla quale ci siamo trovati di colpo a navigare. Pensando all’editoria e alla letteratura, nelle ultime settimane siamo stati sommersi, oltre che dalle dirette streaming di cui si è parlato, anche da una grande quantità di nuove proposte, offerte, articoli, idee.  D’altronde quello dell’editoria è un settore che vive da anni una situazione di crisi perenne e continuativa, ed ha forse sviluppato una capacità di reazione, e di reinvenzione, veramente – e lo dico con orgoglio – notevole, perfino commovente. Al resto poi ci hanno pensato i libri, che si sono saputi adattare in un attimo ai nuovi mezzi digitali e al contesto mutato, rivelandosi un mezzo utilissimo, oltre che un grande conforto. La cultura, in questo periodo, si è fatta portatrice di un ruolo non soltanto formativo, ma anche combattivo. Si è rivelata in un aspetto che ultimamente si tendeva a dimenticare: quello di essere la miglior forma di resistenza comune, e quindi un vero e proprio scudo alla distruzione e alla paura.

Resta da vedere cosa ne sarà di queste nuove forme di eventi letterari una volta che l’emergenza sarà finita. Ce ne ricorderemo come di una piccola e strana parentesi o ne avremo tratto degli insegnamenti? Letteratura e digitale si divideranno come due rette parallele che si sono sfiorate per un attimo, oppure siamo alle porte di una vera e propria rivoluzione?

Troppo presto per dirlo. Ma è bene incominciare a rifletterci sopra.

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