Ho vissuto otto anni. Questo periodo corrisponde al mio soggiorno a Roma e in altre città di Italia. Qui ho cercato di richiamare in vita la mia gioventù, che ho perduto in parte nelle preoccupazioni, e almeno morirò più felice.

(J.J.Winckelmann, Lettera a Marpurg, 8 dicembre 1762)

Roma: eterna da sempre, per tutti. Per questo chi la studia – e, studiando, la celebra – si promette di riscoprirne di volta in volta segreti e saperi, gusti e sensazioni scavando in un passato che torna immediatamente vivo nel presente. Così anche Johann Joachim Winckelmann, punta di diamante tra gli artisti del Neoclassicismo europeo, esperto di classicità, inguaribile dipendente dalla bellezza antica, ma soprattutto archeologo: uno che nella storia ci scava per professione. Winckelmann è come altri protagonista del gran tourbillon turistico-formativo settecentesco, un erudito mai pago di conoscenze che ama Roma e vi arriva sulla metà del novembre 1755, dopo aver ricevuto dal principe di Sassonia una prestigiosa borsa di studio. Cultura artistica sconfinata la sua, che a Roma sarà destinata a lasciare un segno indelebile arrivata fino a noi dal diciottesimo secolo: perché se Roma fa rima con la storia, la storia fa rima con Winckelmann.

Per celebrare questo forte legame con la Caput mundi, Roma ha deciso di celebrare il maestro tedesco nato a Stendal con una mostra a lui intitolata: Il Tesoro di Antichità. Winckelmann e il Museo Capitolino nella Roma del Settecento. L’occasione motrice dell’iniziativa, che dal 7 dicembre scorso resterà a Palazzo Caffarelli e Palazzo Nuovo fino al 22 aprile 2018, è legata al duplice anniversario di nascita (1717) e morte (1768) dell’archeologo, distanti rispettivamente 300 e 250 anni dai giorni nostri.

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Verrebbe da chiedersi: perché proprio i Musei Capitolini? Sarebbe una domanda opportuna, dal momento che la scelta della location non è stata affatto casuale. I Capitolini sono stati infatti una delle primissime mete visitate dal Winckelmann romano: del resto il Campidoglio del ‘700 rappresenta il cuore pulsante della città, sede del governo cittadino nonché sito di celebrazioni tipiche dell’epoca quali il Concorso Clementino, una prova a premi indirizzata ai giovani talenti dell’Accademia del Disegno. In poche parole, la vita del colle romano è il riferimento per tutti i turisti venuti a Roma a scopo culturale ed educativo: Winckelmann compreso. Che non è proprio l’ultimo dei turisti, certo, piuttosto un già arcinoto accademico che di lì a breve avrebbe persino ricevuto il titolo di Commissario delle Antichità romane.

Il Campidoglio di Winckelmann
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In questi anni a favorire la frequentazione degli eventi al museo è la possibilità di visitare i Capitolini gratuitamente sia per i residenti che per gli artisti qualificati, liberi di disegnare le statue nelle apposite sale di visita. Marmi conosciuti, eccome, alla platea degli intellettuali che contano, grazie alla promozione di iniziative editoriali assai originali, una su tutte il Catalogo d’Arte commissionato dal cardinal Neri Corsini allo studioso Giovanni Gaetano Bottari: un volume diviso in tre tomi, edito bilingue in italiano e latino e pensato anche – se non soprattutto – per i visitatori romani del 1750, anno giubilare.

Gli investimenti nei Musei Capitolini sono sovrintesi direttamente da papa Benedetto XIV, che – sfruttando anche un editto dello stesso 1750 promosso da cardinal Silvio Valenti Gonzaga a tutela del patrimonio artistico e culturale – accresce con alcune donazioni le collezioni museali, spingendo anche per sostanziali interventi di restauro: si assiste così, tanto per dirne una, all’apertura del Canopo, la sala del Palazzo Nuovo dedicata a sculture egittizzanti rinvenute soprattutto dalla Villa Adriana di Tivoli. E queste statue avrebbero permesso a Winckelmann di elaborare una canonica periodizzazione dell’arte egizia, oltre che a riconoscere – lui per primo – l’esistenza in età romana di sculture palesemente ispirate al più antico stile egizio.

Come ovvio per un simile protagonista della scena intellettuale europea, durante il suo soggiorno a Roma Winckelmann intrattiene rapporti e dibattiti con tanti rappresentanti di spicco della vita culturale ed artistica cittadina, su tutti Domenico Silvio Passonei, noto erudito di antiquaria che garantisce all’archeologo libero accesso alla sua sconfinata biblioteca – di oltre 32 mila libri! – e il cardinale Alessandro Albani, di cui Winckelmann è amico e sodale. Legami importanti, che garantiscono allo studioso tedesco un importantissimo incremento d’erudizione antica, oltre a costituire – tra le altre fonti documentarie – un significativo modello di riferimento per la stesura del capolavoro winckelmanniano Storia dell’Arte nell’Antichità (1764): un corollario artistico che attraversa i secoli lontani, un catalogo che nelle edizioni aggiornate vanterà oltre 1300 opere rappresentative di ogni epoca storica, dall’Egitto all’Impero romano, passando soprattutto per le fasi dell’arte greca – stile arcaico, stile elevato e stile bello – fino al periodo alessandrino e al suo tramonto, che Winckelmann fa coincidere con la decadenza artistica. È lo sconfinato amore per la perfezione classica, che riecheggia nello spirito del Settecento.

Statua colossale di Marte Ultore, cosiddetto Pirro, fine I/inizi II secolo d.C., marmo parlo, dall’area del Foro di Nerva (1535); acquistato dalla collezione Massimo nel 1738, inv. S 58.
La tradizionale identificazione della statua di Pirro re d’Epiro (302-272 a.C.), attestata sin dalla metà del Cinquecento, viene confutata da Winckelmann che invece ipotizza che il colosso possa raffigurare Marte, o più verosimilmente Giove o Agamennone. Winckelmann si avvicina molto all’interpretazione corrente: oggi nella scultura capitolina, infatti, si riconosce una replica dell’immagine di culto collocata nel 2 a.C. nel Tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto.
Didascalia Percorso Winckelmann, 3

Quella di Winckelmann e del Neoclassicismo tout court è una ricerca del bello sublime, «perfezione che l’umanità non è in grado di cogliere in sé, l’idea più alta della bellezza umana che tanto più eleviamo quanto più siamo in grado di alzarci al di sopra della materia». Poesia. Come lo sono le sculture di Fidia, Policleto, Alcamene, o ancora di Prassitele, Lisippo, Apelle, versi leggeri scolpiti nella solidità del marmo, a definire la morbidezza delle linee che curvando rimano, evocando volumi troppo veri per non sembrarli. È il miracolo della Grecia – soprattutto della Grecia – ad affascinare Winckelmann: il punto più alto del pensiero artistico che è garantito dalla libertà del pensiero. Democrazia e arte, dunque: uguaglianza e creatività.

È bastata la mediazione di un archeologo tedesco, si direbbe, a garantire la ribalta al credo ellenistico, a renderlo così moderno, a ridurlo a portata del nostro tempo. Va così, che riconosciamo noi stessi negli insegnamenti di uno ieri che ci sembra lontanissimo quando in realtà ci guarda da dietro l’angolo. Per questo a Il Tesoro di Antichità respiriamo un tempo che non passa, un tempo che è l’eternità: un tempo che è eterno da sempre, per tutti.

 

Per tutte le informazioni sulla mostra visitate il sito: www.museicapitolini.org

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