di Grazia Mistretta

La vita di Vivian Maier ha il sapore di un romanzo ottocentesco. Una bambinaia con la passione smodata  per la fotografia, rimasta invisibile per anni come il suo preziosissimo archivio di filmati, fotografie e negativi. Per uno strano gioco del destino, però, la storia ha ampiamente saldato il suo debito e negli ultimi anni le mostre su di lei (qui vi abbiamo raccontato quella allestita Roma) si sono moltiplicate: l’ultima è ancora in corso presso la Howard Greenberg Gallery di New York in concomitanza con l’uscita della prima monografia dedicata al suo lavoro “The color work” di Harper Collins, una raccolta di 150 fotografie a colori finora inedite.

Vivian Maier, autoritratto, 10 settembre 1955, New York City

È nel 2007  che il talento di Vivian Maier viene alla ribalta: un giornalista appassionato, John Maloof, acquista alcune scatole colme degli effetti personali che la stessa Vivian aveva messo all’asta per riuscire a pagare l’affitto. Da quel momento Maloof si mette sulle sue tracce e riesce a ricostruirne l’incredibile storia.

Figlia di un uomo di origini austriache e di una francese emigrata in America, nasce a New York nel 1926. Trascorre parte della sua infanzia in Francia per poi tornare negli Stati Uniti a bordo del transatlantico Normandie che collegava Le Havre a New York, dove la Maier si stabilisce con la madre. Attorno ai ventiquattro anni torna in Francia, precisamente a Champsaur, per mettere all’asta una proprietà lasciatale in eredità e, approfittando delle visite ai parenti, percorre l’intera regione documentando il viaggio con alcuni apparecchi fotografici modesti, forse fin troppo per il talento di Vivian che con i proventi della vendita decide di acquistare una Rolleiflex professionale.

Nel 1951 torna nuovamente in America dove viene assunta come bambinaia presso una famiglia di Southampton, mestiere con cui si guadagna da vivere per ben quarant’anni anche dopo essersi trasferita a Chicago nel 1956. Qui viene assunta dai coniugi Nancy e Avron Gensburg per prendersi cura dei loro tre ragazzi: John, Lane e Matthew che diranno di lei “era come Mary Poppins”. Presso i Gensburg ha un bagno privato che all’occorrenza trasforma in camera oscura per lo sviluppo di film e negativi.

Fonte: artribune.com

Col tempo, la passione per la fotografia assume un ruolo sempre più preponderante  nella vita di Vivian, tanto da spingerla a intraprendere un lungo viaggio in giro per il mondo; sei mesi mesi di vita errante trascorsa tra  le Filippine, la Thailandia, l’India, lo Yemen, l’Egitto, l’Italia e la Francia con la fedele Rolleiflex tra le mani.

Cresciuti i piccoli di casa Gensburg, è costretta a trovare un impiego presso altre famiglie ed è da questo momento che decide di passare alla fotografia a colori, collezionando negativi che non svilupperà più. Il lavoro di Vivian si fa sempre più astratto, i volti scompaiono lentamente per lasciare spazio a oggetti d’uso comune, giornali e graffiti accumulati con voracità insaziabile dalla stessa artista.

Rimasta sola dopo la morte della madre e in balìa delle difficoltà economiche non abbandona il suo lavoro e si sposta di famiglia in famiglia con le sue duecento casse piene di cianfrusaglie e negativi. Nel 2009 una brutta caduta su una lastra di ghiaccio la porta alla morte, né lei né i Gensburg, che le staranno accanto fino all’ultimo giorno, sanno che i suoi effetti personali sono stati venduti e che quel sogno troppo a lungo nascosto, forse per modestia o forse per un trauma infantile, sarebbe finalmente uscito fuori, non dal cassetto, ma da duecento scatoloni.

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