(Il materiale fotografico di questo articolo è consigliato ad un pubblico adulto)

Isabella Borrelli è una giovanissima fotografa nata a Salerno. Durante la sua carriera ha lavorato con grandi fotografi come Richard Kalvar (Magnum), Moises Saiman (Magnum) e Francesco Zizola (NOOR) attraverso i quali è riuscita a mettere a fuoco quella che era la sua visione fotografica.
Nel 2013 ha esposto, alla Biennale Architettura di Venezia, la serie “Rifi
uti umani“, sull’emergenza di Napoli a Napoli nel 2011.
Nel 2017 ha vinto il primo premio “Oltre le mura” di Global Sharpers, ed è stata selezionata per il premio Slideluck Naples, il Belfast Photo Award, il Lugano Photo Days e il premio Leica LFI Music Contest. Alcune delle sue fotografie sono state esposte al Centro coreano di architettura e al MACRO di Roma. 

Isabella è un meraviglioso essere umano che grazie alla fotografia è in grado di raccontare emozioni, fragilità, dolore e storie di altri esseri umani.
Attraverso le sue fotografie è possibile osservare le cose da un punto di vista differente, più realistico, lontano dagli schemi e dalle infrastrutture a cui siamo abituati.
Chi le osserva viene preso per mano e accompagnato in un viaggio introspettivo, nel quale si assiste alla nascita di numerosi interrogativi e molte risposte. D’altronde, la fotografia deve riuscire a fare proprio questo: porre domande, dare risposte e far riflettere.
Isabella riesce, attraverso la sua sensibilità artistica, in questo intento con uno stile che piano piano si sta plasmando e affinando.

Abbiamo deciso di chiamarla e di farci raccontare della sua esperienza e delle serie fotografiche a cui sta lavorando.

“Her”. Credo sia il progetto umano più vicino a te e a tutti noi. Il corpo viene raccontato per quello che è: un campo di battaglia.
Quando hai deciso di intraprendere questa campagna mirata allo smascheramento dello stereotipo femminile?

Io sono un’attivista per la parità di genere, LGBT+, ed è un qualcosa che ha fatto parte di me da sempre. Negli ultimi anni, ho portato l’attivismo ad un livello successivo, decidendo di fondare un mio gruppo informale che si chiama MORE.
In prima persona, cerco di portare avanti le mie cause da un punto di vista divulgativo attraverso i miei canali social e creando spazi di dialogo attivi su Instagram.
Un qualcosa nato un po’ per gioco, che poi è continuato per la grande richiesta. Sono delle sessioni di Q&A, se così possiamo definirle, riguardo temi come le paure, la masturbazione, l’orientamento sessuale, il genere, il rapporto con l’altra persona, etc.
Le persone mi scrivono e rispondo pubblicamente in modo da affrontare dei temi che, generalmente, non vengono trattati in maniera diretta. La cosa meravigliosa avviene quando gli altri contatti, leggendo, mi mandano privatamente i loro consigli per gli altri, i quali ovviamente condivido. Si viene a creare un bellissimo scambio e questo è stato il motore che mi ha spinto a creare uno spazio di condivisione mirato al confronto. MORE non è solo un’associazione per la parità di genere ma un hub, cioè un posto in cui le persone possono sia creare dei contenuti divulgativi, attraverso la newsletter, sia prendere parte agli eventi organizzati da MORE o proporne di propri.

© Isabella Borrelli

“Her”, quindi, è stata una necessità?

Io nasco come fotografa professionista e digital strategist. Sono le mie due professioni che qualche volta coincidono e altre volte porto avanti in maniera separata. Nei miei lavori c’è il mio essere attivista, la mia sensibilità e le cose che sono importanti per me. Ritengo sia difficile parlare di qualcosa che non ti riguardi. Ho la fortuna di lavorare per grandi istituzioni e ONG, per cause sociali molto forti e per la fotografia.
“Her” è sicuramente il mio lavoro più longevo, che porto avanti da sei anni, dalla morte di mio padre, e continuerà per altri quattro. Mi piacerebbe concluderlo al compimento di dieci anni dalla sua morte, anche se non ha mai potuto vedere il progetto, se non dei primi provini.

© Isabella Borrelli

“Joshi Kosei”.
Come si è sviluppata l’idea di raccontare l’industria pornografica giapponese basata sulle figure infantili?

Sono stata per un periodo a Tokyo e sono molto attenta al marketing, anche per ragioni professionali. Mi ha fatto molto riflettere che ci sia un marketing così sviluppato sulla promozione di oggetti finalizzati al mercato erotico, che strumentalizzasse la figura di minori, se non addirittura di bambini. Nel momento in cui, una cosa simile venga spinta al punto tale da diventare oggetto di marketing, secondo me fa riflettere molto. In qualche modo, il marketing sdogana tutto: si esce fuori dal mercato nero e si arriva a quelli che sono negozi di facilissimo accesso. Fa molto riflettere anche la creatività che viene utilizzata per comunicare la sessualizzazione dei bambini. Non penso che noi occidentali, purtroppo, ne siamo immuni.

“Roberta”. Le mani come specchio dell’anima.
Hai voluto analizzare questa figura, mostrando attraverso una parte del corpo, l’ambiente in cui si muoveva e la sua storia, proiettando sul muro tutta la fragilità e la forza di questa ragazza. Perché?

Conosco Roberta da molti anni. Come spesso succede, quando siamo presi da tantissime cose, capita di non riuscire ad approfondire delle conoscenze, anche se si vorrebbe.
L’occasione si è venuta a creare per il premio internazionale di MoMoWo. Lei è un giovane architetto di grandissimo talento, allieva di Renzo Piano e Mario Cucinella. Si dedica tantissimo alle periferie salernitane e non solo, visto che ora sta evolvendo molto la sua professionalità.
Mi ha sempre attirato quello che faceva, non solo da un punto di vista di affinità territoriali ma anche su un discorso di lavoro sul territorio che per me è molto importante.
In occasione di questo concorso, mi aveva proposto di partecipare insieme, in maniera molto goliardica. Ho acconsentito subito, anche se avevamo pochissimo tempo per realizzarlo.

© Isabella Borrelli

Sono rimasta molto affascinata dalla sua figura in quanto, come si vede nel progetto, stava costruendo questo complesso architettonico nella provincia abbandonata di Salerno, metabolizzandolo come un apparato urbanistico di grande sostenibilità e che avesse al centro le persone. Mi ha colpito tantissimo che ci fossero le persone come fulcro del progetto, che ci fosse un teatro, degli spazi comuni e degli spazi di gioco.
Ciò che più mi ha colpito è stato proprio rivedere Roberta nel suo progetto: si assomigliavano tantissimo. E la cosa più bella è che stava costruendo la sua casa all’interno del quartiere. Crederci così tanto da volerci abitare. Non si è nemmeno scelta una casa, per esempio al centro o che fosse in qualche modo distinta dalle altre: ne voleva, semplicemente, far parte.

© Isabella Borrelli

“From Father to Daughter”. Una serie incentrata sul tramandare. Un azione che, purtroppo, si sta pian piano perdendo.
Interessante questo connubio passato-presente…

Io sperimento molto con la metafotografia. Secondo me c’è tanto lavoro di recupero da fare all’interno dei nostri archivi. Ogni giorno, produciamo tantissime immagini anche semplicemente con i nostri telefoni, e in qualche modo, paradossalmente, tutti siamo creatori e curatori. Però, non conserviamo queste produzioni.
Non c’è un grande lavoro di memoria ed è un peccato anche perché la nostra storia, ormai, si muove su quello. Non è più come prima che le grandi opere di pittura o di scultura venivano, e vengono, conservate nei musei o in altri luoghi. Quello che passerà alla storia di noi, adesso, sono dei frammenti digitali come una foto o un tweet, paradossalmente. Il problema è che non stiamo catalogando queste cose che si stanno disperdendo. Nei miei lavori cerco di applicare questa cosa.
In “From Father to Daughter” si racconta di un’attività di famiglia, l’allevamento di bufale, che viene tramandato di generazione in generazione. Ho trovato importante mostrare come non sia cambiato granché rispetto a prima. Sono cambiati i volti, le persone, magari si sono create nuove famiglie, ma scorrendo le foto non si nota questa grande differenza.
Nonostante il processo tecnologico, qualcosa viene tramandato.

© Isabella Borrelli

In “Over the bridge” dici che sei alla ricerca di te stessa, delle tue radici, e il quartiere Garbatella è per te una sorta di varco spazio temporale utile per questa cosa. Giusto?

Sì. È un progetto a cui tengo molto.
La maggior parte dei miei progetti si incentra molto sulle strade, sulle persone per strada o quantomeno sulla vita notturna che è il mio habitat di riferimento.
Questo progetto nasce per caso. Mi ero appena trasferita a Roma, dopo la morte di mio padre, e dovevo lavorare per un laboratorio di fotografia per Officine Fotografiche che si trova, appunto, a Garbatella.
Con Alberto Cesari il progetto è andato oltre ed è stato sviluppato in più anni. Piuttosto che descrivere un luogo per quello che è, ho gestito sempre un sentimento, rispetto a quel luogo, che non doveva essere per forza il mio. Con Garbatella è avvenuto questo anche perché ha assorbito molto il mio stato d’animo quand’ero appena arrivata. Capita a tutti di trasferirsi in una nuova città e perdersi: si cammina senza una meta, senza sapere dove si sta andando. Garbatella, per me, ha un aspetto onirico perché il ponte di cui si parla nel titolo, che non si vede mai nel progetto e che unisce figurativamente il quartiere al resto della città, sembra quasi un ponte fatto di ossa, una carcassa di un animale.
Da qui, il progetto che descrive le strade di Garbatella in una fascia oraria che va da dopo il tramonto a prima dell’alba. Tutte le foto vengono realizzate in notturna anche per una questione logistica visto che lavorando durante il giorno, potevo dedicarmi al progetto solo la sera.
Foto scattate da una persona che non conosce le dinamiche di quel luogo e che, anche con stupore, racconta un quartiere caratteristico di Roma e pluristratificato a livello culturale.

Qual è stato lo scatto più difficile che hai fatto?

Sicuramente gli scatti di Her sono stati quelli più difficili perché si ha una grande responsabilità.
Faccio molta fotografia erotica e la difficoltà sta nel creare e controllare quella zona sicura in cui il soggetto è totalmente libero di lasciarsi andare. Controllare anche te stesso da un punto di vista emotivo poiché devi entrare in grande connessione con situazioni dolorose, esserne partecipe e allo stesso tempo tutelare le persone che stai fotografando.
Chi decide di posare per te è come se fosse un grandissimo dono che va al di là della foto. Una persona che si affida a te, ti sta consegnando il suo dolore e la sua storia, per cui sicuramente ogni scatto di Her mi ha coinvolto e mi coinvolge molto ancora oggi.

© Isabella Borrelli

Perché hai scelto il linguaggio della fotografia per raccontare e, quindi, raccontarti?

Nasce per caso. Ho iniziato a fotografare da adulta, ai tempi dell’università, poco prima di ammalarmi di depressione.
Un mio ex fidanzato, ai tempi del liceo, mi aveva regalato una macchina fotografica digitale. Ero molto scettica a riguardo in quanto non avevo mai espresso una particolare propensione.
Nell’ultimo anno del liceo, sono stata molto vicino ad una mia cara amica che soffriva di anoressia per aiutarla a completare gli studi. Durante l’estate, in un momento di totale goliardia, compii un gesto di una leggerezza mostruosa decidendo di fotografarla per farle capire quanto in realtà fosse bella.
Se un ragazzo, oggi, mi dicesse di voler approcciare alla fotografia per immortalare la sua migliore amica che soffre di anoressia, per mostrarle com’è bella, gli risponderei che è un pazzo. È una responsabilità grandissima. Io lo feci proprio perché non sapevo nulla ed ero determinata in questa mia voglia di mostrarle come fosse veramente dall’esterno, visto che lei non riusciva ad accettarsi.
Lessi il manuale d’istruzioni della reflex in un pomeriggio e le scattai delle foto che, per essere scattate da una persona che non aveva mai usato una macchina fotografica, erano veramente molto belle. Tutti si stupirono, tra cui questa mia amica che si piacque molto. Il fatto che lei si vedesse bene, per me è stata una gioia profondissima.
Dopo essere riuscita a guarire dalla depressione, ripresi la fotografia e lavorai al progetto “Rifiuti Umani” che parlava dell’emergenza rifiuti nel 2011 a Napoli. Con grande stupore, fu selezionato dalla Biennale Architettura del 2013 per uno degli spazi off. Quando mi arrivò l’email non volevo crederci.

© Isabella Borrelli

Hai dei riferimenti a cui ti ispiri?

Da un punto di vista visivo ti direi David Lynch, anche se è un regista. Le inquadrature, i tagli, sono una mia grande passione e adoro le inquadrature cinematografiche più che fotografiche.
Come fotografi adoro Antoine d’Agata della Magnum, Daido Moriyama, la cui influenza è molto visibile nei miei lavori e Nan Goldin che reputo una grandissima fotografa.
Sicuramente anche l’arte classica, soprattutto per il modo in cui tratto la luce.
In generale sono onnivora: mi piace guardare immagini di tutti i tipi anche di fotografi che sono completamente distanti rispetto a me. Per esempio, Luigi Ghirri lo trovo una grande fonte di ispirazione non essendo un trattamento dell’immagine a me affine. Vivian Maier, di cui ammiro la grande tensione narrativa che era in grado di plasmare all’interno delle foto. Il pathos di Robert Capa, per citare qualcuno di più storico, ma anche i contemporanei come Annie Leibovitz che è di grande ispirazione pur non influendo direttamente sui miei lavori. Qualsiasi artista può insegnarti tantissimo.

Alcune serie sono ancora “aperte”. Oltre a concluderle, stai lavorando a qualcosa di nuovo in questo momento?

Adesso sto lavorando ad un progetto a cui tengo tantissimo che non ha ancora un nome. È un progetto sulla maternità,  o meglio, sulle mamme. In questo caso italiane, anche se l’idea è nata in Germania e ci sono alcune mamme tedesche. Attraverso questo lavoro vorrei raccontare i nuovi modelli di maternità e soprattutto la loro intimità, la loro sessualità, il rapporto con i figli, con i mariti e i nuovi modelli di famiglia.
Mi sta prendendo molto perché lo trovo un progetto emozionante. Ho trovato delle donne incredibili e dei papà incredibilmente presenti, com’è giusto che sia. Per fortuna il ruolo del papà è sempre più importante ed ha maggiore spazio emotivo rispetto a prima che, magari, per ragioni culturali non era di facile accesso. Ma il tutto si concentra sulle figure materne nelle loro diverse fasi: ci sono donne in attesa, donne con figli più grandi e donne che hanno partorito da poco. La missione di questo progetto è di raccontare, con delicatezza, anche i punti più sensibili legati al corpo e al sesso.
Ci vorrà un pochino per riuscire a concluderlo ma sono fiduciosa.

© Isabella Borrelli

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Immagine di copertina: “Her” © Isabella Borrelli
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