di Alessio Foderi

Forse non avrebbe mai immaginato che il ponte sotto casa sua, un giorno, avrebbe portato il suo nome. O forse invece sì. Perché se alcuni luoghi non esistono più, alcuni hanno cambiato faccia e altri sono nati in sua memoria, la certezza dei suoi versi resta. Quelli sono luoghi dell’anima per eccellenza, indelebili e senza tempo. A dieci anni dalla scomparsa di Alda Merini, la poetessa dei Navigli – o “la poeta” come si definiva lei – ripercorriamo l’altalena della sua esistenza fra amore e solitudine, successo e silenzio, follia e lucidità. E lo facciamo partendo proprio dal legame con la sua città, da quei posti che hanno caratterizzato tutta la sua vita artistica e la sua anima tormentata. In mano una macchina istantanea, in tasca il suo Canto Milano.

Polaroid 1 – Ripa di Porta Ticinese, 47

 

Qui è dove Alda ha vissuto gran parte della sua vita, ma non la casa dove è nata il primo giorno di primavera del 1931. Quella era in viale Papiniano, 57, all’angolo con via Fabio Mangone, ma è andata distrutta dopo la seconda guerra mondiale. Il civico 47 è però a due passi dallo “scantinato di fortuna”, al 49, dove la famiglia si rifugiò quando fece ritorno a Milano dopo la guerra. La casa sul Naviglio sarà una costante per Alda: un luogo che sente suo, che apre alla gente, che tiene ordinato e pulito prima e farà culla del disordine creativo poi. Qui scriverà sui muri i numeri di telefono col rossetto, accumulerà libri, accantonerà vestiti uno sopra l’altro. In un primo momento, questa è la casa che condividerà con il primo marito Ettore Carniti, ma non il primo vero amore Giorgio Manganelli, con cui ebbe una storia quando era appena adolescente. 

Ettore e io ci mettevamo al balcone a respirare a pieni polmoni, mano nella mano, ridenti e felici come due ragazzi. A mio marito la nostra casa piaceva, la trovava sistematica e pura. 

(Canto Milano, A. Merini)

Polaroid 2 – Santa Maria delle Grazie al Naviglio

 

Nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio, Alda, il 9 agosto 1953, sposò Ettore Carniti, fornaio della zona. L’edificio, a pochi passi dalla sua abitazione, è oggi meta di turisti che entrano a curiosare senza poter immaginare nella maggior parte dei casi il momento del fatidico “sì” in quell’estate di quasi settant’anni fa. Nessuno può immaginare l’espressione di quella che Pier Paolo Pasolini aveva definito pochi anni prima come “Ragazzetta milanese”. Il matrimonio durerà quasi quarant’anni, fino alla morte di lui nel 1981. Ma saranno anni tormentati, di amore e di violenza. Anni di parentesi buie, come l’esperienza dell’internamento all’ospedale psichiatrico “Paolo Pini”, che oggi non esiste più. Anni in cui nasceranno tutte le figlie della poetessa, che le verranno però tolte e date in affido ad altre famiglie. 

Mi voleva bene, e anch’io lo amavo. Perché sposai quell’uomo pieno di farina come un pesce da mettere in padella, io non lo so. So che stava ore e ore chino sui forni e grondava sudore. Con il pane si guadagnava la vita.

Polaroid 3 – Il muro delle bambole

 

Dopo la sua morte, nell’ex tabaccheria comunale, in via Magolfa 32, è stata allestita la Casa delle Arti-Spazio Alda Merini. Un luogo per mantenere vivo il suo ricordo e un luogo che ospita a Milano, a partire dal 2017, il secondo muro dedicato alle vittime di femminicidio (il primo è vicino le Colonne di San Lorenzo, ndr.). Uno spazio che ricorda dunque tutte le violenze subite dalla poetessa che fu internata per volere del marito e a sua insaputa, dopo anni di violenza domestica. Al manicomio conobbe umiliazioni come maltrattamenti e elettroshock. Racconterà, più tardi, molti episodi nei dialoghi con il Dottor G. nella prima opera in prosa L’altra verità, Diario di una diversa (1986). In questa parentesi temporale Alda convive con un dolore immenso, ovvero l’allontanamento dai figli. Dopo il manicomio, sarà la poesia, un percorso di psicanalisi e un secondo grande amore a salvarla. Si tratta del poeta tarantino Michele Pierri, con cui si sposò il 6 ottobre 1984. Lui aveva 85 anni e lei 53. 

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione. 

(A tutte le donne, A. Merini)

Polaroid 4 – Il murales

 

Nel cuore dei Navigli, non distante dalla casa che ha abitato e di fronte alla casa-museo, sorge un’opera di street art che la ricorda. Ritratta sul suo letto, con i muri scarabocchiati, i ventilatori, le sigarette e la poesia. Quelle mura che ospiteranno dopo la fine del matrimonio con Pierri altri due grandi amori: prima il pittore Charles poi il clochard Titano. Sono gli anni di fervida produzione dove la Merini si recava in un caffè sul Naviglio, che oggi non esiste più: si tratta del Bar Chimera, in via Cicco Simonetta, dove era facile incontrarla con la sua macchina da scrivere e una bevanda calda. Qui scrisse Delirio amoroso (1989) e Il tormento delle figure (1990) dove si fa riferimento proprio ai nuovi amanti e alla cornice dei navigli. È il momento in cui il successo inizia a bussare alla porta di casa Merini. 

[…] A me piacciono gli anfratti bui, delle osterie dormienti,

dove la gente culmina nell’eccesso del canto,

A me piacciono le cose bestemmiate e leggere,

e i calici di vino profondi,

dove la mente esulta,

livello di magico pensiero.

(Delirio Amoroso, A. Merini)

Polaroid 5 – Il Ponte

 

In occasione del decennale dalla sua scomparsa il Comune di Milano le dedicherà questo ponte sul Naviglio Grande, proprio dinnanzi la casa che ha abitato per una vita. Certo il Naviglio dei caffè fumanti, dei personaggi descritti dalla Merini è cambiato molto. In pochi anni, i sushi alla moda, la cartellonistica e il turismo hanno rivoluzionato il quartiere. Una percezione che avverte la stessa poetessa che negli ultimi anni parla di Milano come “una grassa signora piena di inutili orpelli”. Addirittura al rientro da Taranto e nei primi anni Novanta ricorda il Vicolo dei Lavandai, dove da piccola chiedeva alla madre di andare. E scrive: “Era la vecchia Milano, con le lavandaie che uscivano a fare il bucato sulla loggia dove ora c’è un ristorante di grido”. Insomma il cambiamento dei tempi è per la Merini un “amore finito”: 

Comunque sto bene cos’: e meno mal che, malgrado io giri l’Italia e cammini molto, quando torno sul Naviglio, trovi sempre il mio popolo e la gente sfrontata e maldestra che alle volte ti fa inferocire di rabbia.

(Canto Milano, A. Merini)

Quella della Merini è stata un’esistenza complessa, poliedrica, peculiare. Passeggiando sui Navigli, la si può ancora immaginare con la sigaretta in bocca, con la sua poesia, in bocca. Un vivere, il suo, che ha sempre lasciato spazio all’amore e alle passioni, al realismo e non al rimpianto. Delle tracce di poesia che oggi sono pop, risuonano sul web ma appartengono a quei luoghi, dove sono scaturite. E si impregnano in quei luoghi che oggi prendono il suo nome. I luoghi di Alda Merini. La Milano di Alda Merini

Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio.
Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno… per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara.

In copertina: cinque istantanee della Milano di Alda Merini. Ph. Alessio Foderi.
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