Macabro, mistero, occulto, morte: sono questi gli ingredienti, ammanniti con dosi differenti, a caratterizzare il menù della tradizione legata ad Halloween. E sono questi gli elementi che caratterizzano e impreziosiscono Frankenstein (1818), la celeberrima opera vergata da Mary Shelley. Nacque rispondendo a una sfida il primo grande romanzo gotico horror della letteratura. A lanciare quella sfida fu Lord Byron, che ospitava in quel tempo (era estate) la giovanissima scrittrice nella propria villa a Ginevra e colui che sarebbe poi diventato suo  marito, il poeta Percy Bysshe Shelley. A completare l’allegra compagnia c’era il medico di Byron, John Polidori.

Dopo aver letto una raccolta di racconti del terrore scritti in tedesco, Byron invitò l’eletto uditorio a creare una storia di fantasmi: avrebbe vinto chi l’avesse resa non solo la più avvincente, ma anche la più paurosa. Il livello della competizione – non c’è che dire – fu di qualità altissima e pregiata. Polidori perse: eppure aveva scritto Dracula, un’opera destinata ad occupare uno scranno di prestigio nel nobile salotto della letteratura. E vinse Mary, capace, con il suo romanzo, di dare vita al mostro più famoso della storia e di creare un prototipo – nella dimensione dell’horror – rimasto indelebile nella memoria collettiva. E pensare che fu la noia – scaturita da giornate piovose e fredde, pur essendo estate – la fonte ispiratrice per Mary: nel voler vincere sia la sfida sia la noia, forgiò quel mostro, donandogli una longevità che continua a irridere mode, tendenze, nonché la corrosiva usura del tempo. Il titolo del libro, in realtà, non si riferisce al mostro, ma al folle scienziato, Victor Frankenstein, che quel mostro lo ha plasmato assemblando pezzi di cadaveri. Affonda nelle croniche paure umane il segreto della longevità, mai scalfita, di quella deforme creatura, nella quale tali paure si specchiano e si sublimano. E si spiega in virtù del genio precoce l’illuminante intuizione della diciannovenne Mary di inchiodare l’animo umano alle sue non dichiarate debolezze, che si manifestano con prepotenza quando sono sollecitate dalla grottesca trasfigurazione del reale e dall’ineffabile richiamo dell’ignoto, che nel suo intimo cela un inquietante e insidioso guazzabuglio di pulsioni e sentimenti. 

In copertina: Elle Fanning in una scena di “Mary Shelley-Un amore immortale” (2017). Fonte: www.dailyexaminer.com.au.
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