Se c’è una cosa che ancora insegnano a scuola, nel buono e nel cattivo esempio, è che, nella vita, c’è chi è come Giordano Bruno e chi, invece, come Galileo Galilei: il primo morì sul rogo per non aver abbandonato la sua filosofia, considerata “eretica”; il secondo accontentò il “nemico” filosofico, abdicando a quanto credeva e continuando ad investigare i misteri che lo interessavano maggiormente.
Il pensiero più comune e frequente, si orienta verso Galileo Galilei. Di Bruno, purtroppo, resta il ricordo, senza volto nitido, impresso in una statua a Campo dei Fiori a Roma.

Giordano Bruno (nato Filippo), nasce a Nola nel 1548. All’età di diciotto anni entra a far parte dell’ordine dei domenicani. La sua dedizione al cristianesimo come “verità” indiscutibile e indiscussa dura poco.
A contatto con le rivoluzioni filosofiche, letterarie, artistiche, scientifiche del suo tempo, Bruno scopre la sua dimensione lontano dal Dio cristiano. Pellegrino instancabile, Bruno si affida alle più varie “conoscenze” del mondo: Napoli, Roma, Venezia, Londra, Praga sono solo alcune delle città che il filosofo raggiunge, alla ricerca di una verità, la sua, che lo porterà, qualche anno più tardi a scontare (denunciato da un amico, a Venezia) sette anni di carcere e due processi, culminati con la condanna a morte per rogo.

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Cosa rendeva il filosofo nolano così scomodo alla Chiesa è presto detto: in un mondo segnato da fermenti culturali che ne scuotevano le fondamenta, da tempo, apparentemente incrollabili, Bruno “assiste”, curioso, ghiotto di verità, alla rivoluzione rinascimentale dell’uomo nuovo che avanza. Il suo pensiero si nutre della riforma luterana, con le sue 95 tesi; delle prime crisi delle forme di governo (Inghilterra, Francia e Spagna); del neoplatonismo, dell’averroismo, della magia, dell’alchimia e, ancora, della scoperta dell’America e del primo colonialismo.
Quest’ultimo evento, in particolare, aveva mostrato nuovi e possibili scenari, aveva reso quella Finis Terrae non così “finita” aprendo, dunque, le porte al “nuovo mondo” e a nuovi, scomodi quesiti.

Di fronte all’ indigeno americano, ad esempio, come ci si doveva comportare? Se la Chiesa rispondeva con la conversione forzata (o, in caso contrario, lo sterminio), Bruno rispondeva con l’accoglienza: non siamo, forse, tutti umani? Per il filosofo nolano gli uomini sono tutti uguali in quanto frutto della stessa materia universale.
C’era, dunque, per Bruno, una materia universale, riconducibile alla Natura, che plasmava gli esseri umani che, in quanto germogli di uno stesso seme, erano simili: tutto ciò che ci contraddistingue è solo il colore della pelle.

Già questo bastava a renderlo un soggetto scomodo, eppure, Bruno non si ferma qui. In netta contrapposizione con le dottrine fino a quel momento professate, Bruno allontana la filosofia cristocentrica, demolisce San Tommaso e il suo impianto teoretico, perché incompatibile con il concetto di uomo stesso: l’uomo non è il principio di nulla. Se è vero, come crede Bruno che esistono infiniti mondi, infinite reincarnazioni, infiniti tempi e spazi, l’uomo non può che essere un dettaglio infinitesimale tra gli infiniti dettagli dell’universo infinito.
Ma allora, se è vero che l’uomo non è principio di nulla, che è un dettaglio impercettibile tra le cose della Natura, come può l’uomo raggiungere Dio che, ricordiamo, per Bruno è la verità? Per Bruno, difatti, non si può.

La rivoluzione del filosofo campano, infatti, è tutta qui: contrariamente a quanto professato da tempo immemore, non esiste una dottrina universale che garantisce la conoscenza di Dio, il proprio ricongiungimento con esso. Al contrario, per raggiungere Dio, che è la Verità, bisogna interpretare la Natura, carpirne i segnali e costruirsi una propria verità. In altre parole, per usare quelle dello stesso Bruno, possiamo dire che Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi.

Giordano Bruno scelse la sua verità, quella verità che è un valore in sé e, come tale, decise di difenderla, di battersi per essa, al di là di qualsiasi principio e/o ricompensa.
Bruno decise che poteva rinunciare alle sue teorie sulla magia, alle sue teorie sull’uomo e l’animale (come accettò, in effetti, di fare), ma decise che non avrebbe rinunciato alla sua verità, diventando, difatti, un martire per la libertà di pensiero. Con la lingua inchiodata al labbro, per prevenire ogni forma di imprecazione e bestemmia, Giordano Bruno bruciò, per tutti, in Campo dei Fiori, a Roma nel 1600.
Si racconta che, nonostante tutto, continuò ad imprecare.

Immagine di copertina: © Maurizio Martella
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