Se si dovesse fare una diagnosi dello stato della cultura in Italia, molti si troverebbero d’accordo sul risultato: stazionaria, a tratti moribonda. Si veste sempre più spesso della sua veste peggiore: ampollosa, piena di sé, incapace di comunicare con l’esterno. Eternamente chiusa nella sua torre d’avorio. Non è più cultura, ma sottocultura. Marginalizzata al mondo dell’accademia e ad altri pochi eletti.

Ma può una cultura veramente morire? È vero che non esiste più o semplicemente non sappiamo dove cercarla?

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, San Pietroburgo (allora Leningrado) attraversava uno dei periodi più bui della sua storia. Dalla grande capitale culturale dell’Impero Russo, si trasformò in una città estranea a sé stessa, lacerata dalla guerra e dal regime totalitarista. Perso ormai il suo prestigio culturale, tra gli anni ‘60 e ‘70, sembrava ci fossero due città in una. Da una parte la sovietica e dispotica Leningrado, dall’altra le rovine di Pietroburgo, un tempo quel grande centro cosmopolita della Russia.

Proprio tra queste rovine si è andata a formare però una sorta di società alternativa.

Una società che non si riuniva nei salotti e nelle deserte aule universitarie, ma in una squallida caffetteria all’angolo della Prospettiva Nevskij. Il cafè Saigon. L’atmosfera era informale, il caffè costava poco e il locale frequentato da ogni genere di persona: studenti, poeti, informatori del KGB, bohémiens, intellettuali. In questo strano angolo di mondo si parlava tanto, a volte troppo per un mondo dove si poteva finire in prigione anche per aver raccontato una barzelletta (una delle tante leggende che giravano su Saigon era proprio quella dell’arresto di un simpatico mattatore per una battuta scomoda).

I frequentatori del posto facevano parte di una forma di società parallela: fuori dal sistema sovietico, ma neanche dalla parte dei dissidenti. In una sorta di zona neutrale tra sistema e controsistema. Era una (contro)cultura che nasceva dal basso, parlava una lingua tutta sua, una forma di resistenza giovanile. Un po’ improvvisata, mai formalizzata.

Tanto che ora non ne resta che il ricordo.

Si dice che la cultura sia morta. Ma forse la si cerca solo nei posti sbagliati. Forse all’angolo di qualche strada, in qualche locale dismesso, c’è un’altra Saigon. O magari più di una. In questo mondo semi-virtuale non dovremmo sorprenderci di trovare qualche perla in quell’enorme città aperta che è Internet.

Perché una cultura non può veramente morire.

Può trasformarsi e degradarsi. Al massimo soffrire di ipocondria e se fosse questo il caso, forse sarebbe l’ora di finirla con le autodiagnosi. E cominciare a pensare a una cura.

 

Crediti foto © Marc Riboud

Immagine di copertina © Alessio De Santis

© riproduzione riservata