«Non siamo le costole di nessuno»: è un graffito che campeggia su un muro del Pigneto, piccolo quartiere alla periferia di Roma. Parole pesanti come la pressione impressa sulla bomboletta dall’artefice del murale, che ha evidentemente imbrattato uno stampo lasciando un alone visibile tutt’intorno ai caratteri: ha premuto forte, e da vicino. Parole pesanti, dicevamo, tanto più se inquadrate in una società opprimente e manipolatrice, prigioniera delle leggi del possesso e della rivendicazione. Di qui la controffensiva, che come in una studiata strategia militare ha la stessa matrice dell’attacco subìto: rivendicazione chiama rivendicazione. È una guerra di voci dominata da quella più alta, da quella che si sente meglio. Una voce tinta di nero – questa – affidata alla tutela del cemento, contro una voce spesso non scritta ma che pure parla, e parlando demolisce. «Non siamo le costole di nessuno», si scrive. «Siamo semplicemente donne», si legge.

Fonte: bigodino.it

E mai ci fu compito più ostile che adempiere ai principi della natura femminile. La donna è una missione nefasta, una militanza sotto l’insegna del paradosso, quello di chi recrimina uguaglianza – con tutto quello che vuol dire – ribadendo la sua diversità. Essere donna costituisce il problema di tracciare una linea e dividere in due l’esistenza del proprio genere, a distinguere il femminismo dal pre-, i diritti dai soli doveri, l’umanità dalla riduzione ad oggetto. L’eterna ingratitudine dell’essere umano si risolve così, costringendo chi ci regala la vita a combattere per far valere la sua: la guerra di voci è senza tempo, e non c’è progresso che sterzi verso il cambiamento. Così ancora oggi, alle porte del 2018, donna è maltrattamento e provocazione, è sfarzo e violenza, apologia di culi e tette condensata nel giocattolo perfetto su cui l’uomo bestiale sfoga le sue viscide voglie. Harvey Weinstein è il last but not least della schiera degli orchi, artefice di un clamore mediatico che è tale per la caratura del personaggio. La notorietà implica il sacrificio della discrezione: i riflettori fanno luce risaltando le ombre.

Harvey Weinstein
Fonte: cdn3.thr.com

Il personaggio.  Weinstein fa rima con Hollywood. Qui non si tratta di analogia della sillaba finale ma di scorrere la storia di due strade parallele piene di immissioni: è un percorrersi a vicenda. Harvey imbocca la sua strada col fratello Bob, giovanissimi tutti e due: da Buffalo a Los Angeles, dall’organizzazione di concerti in teatro fino ai primi affari nel mercato cinematografico, condotti – guarda caso – investendo su manifesti di seminudi sensuali e provocatori. Il male incurabile dell’ossessione affonda qui le sue radici, alimentandosi nelle forme di un essere bestiale, che ingordamente si nutre del successo spacciando per grandiosità quella che si è rivelata solo grassezza. Ma si sa, per i più venali giganteggiare significa imporre agli altri uno sguardo dal basso all’alto, così per Weinstein, che ha saputo piegare a suo vantaggio il vanto dell’essere grande e potente facendone un business, inducendo con l’inganno l’ossequioso – donna – a tradurre rispetto e ammirazione in favori sessuali. «Vuoi vincere un Oscar? Spogliati, concediti». Sottinteso: se lo fai possiamo riparlarne, altrimenti spiacente, ma non posso aiutarti. Com’è facile, per un grande, nascondere tutta la sua piccolezza.

Fonte: media.vanityfair.com

Il fatto. Il New York Times è il Testo Sacro dell’informazione. La sua è una laica autorità religiosa, per cui se per qualche motivo il tuo nome compare tra le righe di un articolo allora va’ e comincia a correre, per esultare o scappare, perché o sei un eroe o sei un condannato. O insomma, comunque vada sei famoso. Weinstein ha cominciato la sua corsa della vergogna il 5 ottobre scorso, quando il giornale americano ha reso pubblico ciò di cui si vociferava da anni, formalizzando le accuse di molestie a danno del produttore 65enne: modelle, attrici, addirittura alcune dipendenti le sue vittime. Come in ogni occasione, si è rivelata una mera questione di rompere il ghiaccio: a farlo sono state Rose Arianna McGowan (la Paige Matthews della serie TV Streghe) e Ashley Judd, attrici di un thriller che le ha viste protagoniste sì, ma reali, nel miglior giallo mai girato in cui la finzione sconfina totalmente nella realtà. Pochi giorni e la firma di Ronan Farrow sgancia un’altra bomba contro la roccaforte di Weinstein: nuovi nomi, nuove denunce, nuove accuse. Stavolta non sono avances minacciate o concrete, stavolta è stupro, è tensione ad alta frequenza tra le infamità del potente e la disperata vulnerabilità del debole. Da Asia Argento a Mira Sorvino, da Angelina Jolie a Gwyneth Paltrow, fino alle recenti denunce di Lena Headey (la regina Cercei Lannister di Games of Thrones): è il lungo appello di malaugurate presenti, che ben volentieri avrebbero voluto giocarsi l’assenza di fronte alla trappola del destino. Tanto più che in un mondo che si diverte a rotolare, passare da vittima inerme a complice consenziente è quasi roba da normale amministrazione.

Harvey Weinstein con Georgina Chapman
Fonte: images2.corriereobjects.it

Se accetti di salire in camera di un uomo e acconsenti se ti chiede un massaggio, allora te la vai a cercare: questo il senso dell’accusa mossa alla figlia di Dario Argento. Forse è vero, ma forse no. Ciò che è certo è che noi, fenomeni del dopo, spoglieremmo il mondo dai dilemmi, perché avremmo le risposte ad ogni quesito. Ma ecco il punto: proprio questo apre una distanza tra la saggezza sopra il dato acquisito e la reticenza ad indagine in corso. C’è un fenomeno psicologico chiamato indolenza sociale che vede tutti tacere di fronte a un misfatto semplicemente perché nessuno parla, col risultato che si attiva un processo di alleggerimento di coscienza per cui non ci si sente personalmente in dovere di denunciare. E torniamo al discorso del rompere il ghiaccio. Quando l’indolenza si rompe parlano tutti, a cascata, parlano i denuncianti, i denunciati, e i denuncianti dei denuncianti: i moralisti, ecco. La constatazione è quindi che siamo chiusi tra due falle, l’omertà e il giudizio moralista: considerare quale sia cosa peggiore tra le due equivale al decidere di quale morte morire, per cui la scelta può variare, seppure resta la certezza della morte.

Asia Argento
Fonte: cdn2-europe1.new2.ladmedia.fr

Gli effetti. Chi per diretta confessione sapeva è Quentin Tarantino, uno che sulla schiena di Weinsten ci ha costruito le fortune di tutta una carriera. Sapeva lo sceneggiatore Scott Rosemberg, che, come Tarantino, si è prostrato dinanzi alle donne mostrando il valore del pentimento con la testa abbassata dalle inerzie dell’imbarazzo. In realtà sapevano tutti, ma continuavano a starsene in fila tutti belli ordinati e col mento alto di fronte a quella magnifica istituzione che come lo scorpione con la rana prometteva ogni bene per poi votarsi al male. Brutta storia la vergogna, tanto più se pubblica: la moglie Georgina Chapman lo lascia, l’Academy lo espelle, i complici di una vita si volatilizzano. La gallina dalle uova d’oro viene spennata: a Weinstein non resta che recitare, dai copioni al mea culpa. Eppure «sono di un’epoca diversa, prefemminista», dirà: è il cercare scuse anche laddove scuse non esistono, è il quantificare – di nuovo – le donne e la loro storia, come fossero nient’altro che cose. La gallina Weinstein si fa lupo, che perde il pelo pur non rinunciando al vizio.

“Sapevo abbastanza per fare di più. Sapevo che aveva fatto un paio di queste cose […] Avrei dovuto prendermi la responsabilità di quanto sapevo, se lo avessi fatto avrei dovuto smettere di lavorare con lui.” (Quentin Tarantino)
Fonte: cinematografo.it

Chiaro, è tutto un perverso gioco di prevaricazione, domandare sinceramente le scuse non basta – a volte – ed è perdere credito e credibilità agli occhi di chi ci considera degni di essere considerati – sempre. Al pentimento si accompagna così quella squallida dose di giustificazione utile solo a nascondere la polvere del ribrezzo sotto il tappeto dell’immagine, della copertina, coprendo con la dialettica gli imbarazzi. È quel compromesso che garantisce l’integrità dei grandi, che se non vincono è comunque importante non perdere: e il discepolo fedele di questo falso dio è troppo stolto per apprezzare la verità. Allora prima ancora che di spassionata vergogna capiamo che è tutta questione di strategia.

Ci basti questo per capire dove stiamo andando e che cosa siamo diventati: dipendenti compulsivi da cliché e congetture, con lo scopo di apparire perfetti a chi guarda, sacrificando il dono della sincerità verso noi stessi, spesso ancor prima che verso gli altri.

Perdonate questo mondo infame, donne. Perdonatelo e perdonateci: perché per un motivo o per un altro, in fondo, siamo tutti complici, siamo tutti colpevoli.

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