Avete presente il paradosso di Zenone? Sì, quello di Achille che insegue la tartaruga senza mai raggiungerla, proprio lui. Immaginiamo di interpretarlo da una prospettiva ‘alternativa’, seppure coinvolta più o meno direttamente nella lettura tradizionale: quella dell’originalità, intesa nella sua accezione etimologica. Originale è ciò che nasce o che appare prima di qualcos’altro, per cui tutto ciò che viene dopo è pura traduzione, riflesso. Imitazione. Per cui – tornando a Zenone – se una tartaruga iniziasse per prima il suo lento cammino lungo una linea immaginaria tracciata di fronte a sé, il povero Achille – il piè veloce della mitologia omerica – dovrà rassegnarsi ad inseguire, pur superandola più volte: il passo originale è di quel rettile impacciato, con buona pace dell’eroe acheo costretto a riconoscere il primato della marcia al suo piccolo, innocuo avversario. Insomma, è Achille che imita una tartaruga: ma non leggete con queste facce, è un paradosso. Vi avevamo avvisati.

La Monna Lisa e la Gioconda del Prado, nella doppia versione del pre e post restauro
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Imitare qualcuno o qualcosa non deve essere necessariamente motivo di vergogna e subordinazione: l’arte e la letteratura, questi due immensi universi concettuali fatti di bellezza, non vantano icone di fascino che brillano sempre di luce propria. Anzi: spesso e volentieri un quadro o una scultura, una raccolta di poesie o un romanzo, sono stati elevati a patrimonio culturale proprio in virtù della specifica e dichiarata adesione ad un modello, prerogativa indispensabile a qualsiasi artista per dar prova del proprio talento. Se ci pensiamo, le stesse Iliade e Odissea sono basate sull’imitazione, dal momento che Omero finge in incipit di raccontare le sue immortali gesta eroiche a partire dalla testimonianza delle Muse, indiscusse titolari del verbo poetico: e qui l’imitazione è doppia, perché parte dalla finzione. Ma non bisogna scavare poi così a fondo per trovare esempi di questo genere: in linea coi canonici precetti linguistici di Pietro Bembo, il Cinquecento è il secolo dei degnissimi imitatori di Petrarca; la stessa lingua italiana – almeno fino alla riforma manzoniana di metà Ottocento – è stata frutto dell’adesione ad usi lessicali e morfologici dell’autore del Canzoniere – soprattutto – ma anche di Boccaccio e, in minor misura, di Dante. Insomma, imitare è tradizione. Certo, non bisogna mica esagerare.

L’imitazione (imitatio) è stata una norma artistica dominante in età umanistica. Nel 1512 Pietro Bembo (nel ritratto) indirizzò all’erudito Francesco Pico un’epistola sull’imitazione (De Imitatione), in cui teorizzava l’adesione a modelli di riferimento fissi sia per la scrittura in prosa che per la poesia: sarebbero stati Cicerone e Virgilio per le opere latine e Boccaccio e Petrarca per quelle in volgare.
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CRONACA DEI FALSI

Il troppo stroppia anche nei termini del fac-simile, dal momento che ostentare l’arte fino ai massimi livelli dell’imitabile rischia di sottoporre al pubblico un prodotto “rimediato” dall’originale spacciandolo per autentico. È un giochino da poco, senza dubbio, ma come spesso accade la minuzia del particolare richiede grandi investimenti: di tempo, anzitutto, ma anche di abilità e di coscienza. Inutile dire che vendere falsi d’autore sul mercato dell’arte facendoli passare per originale è reato: ricettazione, precisamente. Se ne sentono e leggono tante, e di recente a Napoli oltre 300 croste sono state sequestrate dalle forze dell’ordine insieme ad un centinaio di certificati di autentica ad esse relativi: tra i nomi Renato Guttuso, Mimmo Rotella e molti altri. Ma il non plus ultra della cronaca contemporanea dei falsi sembra davvero essere quello che riguarda da vicino Amedeo Modigliani: un terremoto con epicentro a Genova.

Tra i mesi di aprile e luglio scorsi è stata allestita una mostra di quadri presso Palazzo Ducale: tra le 30 opere da ammirare, 21 recavano la firma del grande maestro livornese. Peccato che all’artista rimandavano soltanto i caratteri anagrafici in basso a destra: imitati anche quelli, ovvio. «Grossolanamente falsificati», anzi, secondo quanto dichiarato da Isabella Quattrocchi, consulente responsabile della perizia che già alla fine di luglio aveva provveduto al sequestro – assai discusso e criticato da più parti – dei quadri. Ancora stando al parere dell’esperta, le croste sarebbero difettose tanto nel tratto quanto nel pigmento, entrambi chiaramente non autentici. Accuse pesanti, certo, che nei prossimi giorni dovrebbero vivere nuovi impeti, se è vero com’è vero che sarà condotta un’ulteriore perizia; ancor più gravose se si pensa che quelle teste dalla forma africana e quei colli in elongazione dominavano tele nascoste nel buio di una mostra – volutamente, dice la Quattrocchi – assai poco illuminata. Sembra proprio la metafora del mentire: davanti al falso, si spegne la luce.

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STORIA DEI FALSI

Difficile tracciare una cronistoria del falso: imitare è un’arte trasversale. Oltre ai cenni omerici e rinascimentali nei quali già ci siamo imbattuti, pensiamo a tutte quelle commedie latine di Plauto di cui ancora oggi non si conosce davvero l’autenticità. E Plauto è un esempio che assume da solo valore assoluto: il mondo antico è vastissimo panorama d’esibizione imitativa. Ciò su cui preme soffermarsi è piuttosto la funzione che oggi, attingendo dagli esempi di ieri, ricopre la “menzogna culturale”. Gli esperti di comunicazione parlano nello specifico di post-verità: un bombardamento d’informazioni prese per buone senza il necessario vaglio delle fonti. Sono le tanto condannate fake news: una storia anche questa, iniziata nel 1870 col diffondersi in Germania di un chiacchiericcio infondato circa un incendio devastante appiccato al Louvre. Il risultato è che ci si accontenta di una conoscenza limitata a temi spogliati del fondamento logico-razionale, il che ci rende spesso superficiali e socialmente deboli. Gli algoritmi promossi anche di recente dal ministro dell’Interno Marco Minniti in questo senso non devono adagiare le nostre coscienze su prossime, certe risoluzioni del problema: la rivoluzione informativa passa sempre attraverso un continuo, insaziabile desiderio d’indagine.

“Dobbiamo aiutare il cittadino a orientarsi nell’universo delle informazioni condivise in rete, fornendo un ‘servizio di assistenza’ per districarsi tra le trappole delle notizie false”. (M. Minniti)
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Imitare: l’ago di una bilancia che oscilla tra il talento e la delinquenza. Come al solito,  non resta che riempirsi le tasche delle risorse che formano e migliorano ciascuno come persona, come cittadino e – perché no? – come artista, ognuno a modo suo. Svuotarle, quando serve, per cercare quella piccola chiave che apre i segreti del mondo traducendo il pregiudizio in dubbio.

E allora, perché riconoscersi sempre e solo nell’Achille di turno? Forse la cura a una così delirante megalomania sarebbe specchiarsi un po’ più spesso in una tartaruga qualsiasi.

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