La storia è per definizione il resoconto dei fatti. Succede però che, spesso, i fatti vengono sopraffatti dal luogo comune, e allora la memoria storica affossa nel marasma del pregiudizio. Basato – quello sì – sull’evento specifico, ma fermo ad un livello d’analisi statico, rasente quasi l’ipocrisia. Del resto, l’essere ricordati solo per qualcosa – laddove il solo si avvicina più al significato del soprattutto – traduce il rischio del diventare icone. Cinquant’anni dopo, la storia ci consegna Martin Luther King così: tra le braccia, morto sparato, in difesa dei diritti che tutti conosciamo. Cinquant’anni dopo generalmente ci accontentiamo di ricordare Martin Luther King per quello che è stato, dimenticando che la morte cancella la persona, non il suo pensiero. E allora paradossalmente lo uccidiamo ancora, relegandolo in un passato che l’ha visto trionfare solo e soprattutto nella memoria segregazionista. Ma Martin Luther King era – ed è – molto più di questo. Basta solo osservarlo più da vicino.

Coretta Scott King, all’indomani dell’attentato, è madre di quattro figli. Può scegliere tra rassegnarsi alla paura o continuare a lottare, seguendo l’esempio del marito: lo fa, fondando un centro per la non violenza, preoccupandosi di diritti civili, organizzando marce, subendo l’arresto.
donnamoderna.com

La leggenda di Martin Luther King riecheggia tra gli accenti del celebre discorso pronunciato al Lincoln Memorial di Washington nell’agosto 1963. Il sogno coltivato dal pastore di Atlanta l’ha reso prigioniero del giudizio idealista, vaneggiatore del finale utopico di un romanzo iniziato male. Ma l’albero del sogno viene su da radici intrise di realtà, ed è questo presupposto a consegnarci il ricordo – vivo – di un uomo deciso, pragmatico e risoluto che ha fatto della consapevolezza la sua vera forza. Una consapevolezza acquisita da ragazzo, quando al Morehouse College di Atlanta s’è battuto per i suoi diritti, per primi, conseguendo una laurea che altrove non gli sarebbe stata concessa per il solo colore della pelle. E con lui i suoi colleghi, e con essi le loro famiglie, comunità afroamericane che dal 1867 – data di fondazione dell’università – hanno investito con decisione sulla nobiltà dei valori, a scardinare l’arroganza di chi, convintamente, calibrava il discorso della superiorità sopra lo stereotipo razziale.

MLK ricevette anche una laurea ad honorem, in diritto civile. Newcastle, 13 novembre 1967
ncl.ac.uk

A dimostrazione che quello in cui viviamo sia un mondo intriso di paradossi, l’egoismo moderno passa attraverso il giudizio dell’altro: guardiamo agli altri, ma nel modo sbagliato. È questo che ci rende piccoli, il dimostrarci mentori saccenti dei segreti della vita, convinti di sapere e conoscere tutto: non è la presunzione di onnipotenza il vero male dell’uomo contemporaneo? Martin Luther King l’aveva capito. E battendosi a difesa del principio di uguaglianza non investiva tanto sulla parità di diritti tra bianchi e neri, piuttosto voleva rompere la bilancia. Perché bisogna pesare tutto? Perché pretendere di misurare il mondo attraverso stupide congetture regolamentate dal principio dello giusto e dello sbagliato? Siamo tutti figli di Dio, avrebbe detto un semplice pastore protestante come lui, prima che la storia ne fagocitasse l’operato elevandolo a leggenda. Lift as you climb, aiuta gli altri mentre anche tu stai salendo: è tutto più facile, tenendosi per mano.

I have a dream. MLK tiene il discorso storico di fronte ad una platea di 250 mila coscienze. Washington, 28 agosto 1963.
conmagazine.it

Ecco allora che il sogno è la speranza di un domani dominato dalle coscienze, prima ancora che dagli uomini. Ma le coscienze erano allora e sono ancora oggi le stesse che favoriscono il disseminare della guerra per ragioni mosse dal denaro. Ecco di nuovo, l’infinita battaglia dell’umanità contro se stessa, il dissidio tra etica e materialità. L’umiltà di Martin Luther King lo portava a non considerarsi privilegiato se non per quella straordinaria dote che gli consentiva di toccare le corde dell’anima a chiunque ne ascoltasse le prediche. E da questa posizione s’impegnava a condannare ingiustizie planetarie – non solo razziali, quindi – come quando si mise a capo di una protesta contro la guerra americana in Vietnam. In un contesto sanguinoso come quello dei Sessanta, allora, l’uomo simbolo della lotta per i diritti civili afroamericani diventa semplicemente pura coscienza, soggetto e oggetto delle sue speranze.

MLK manifesta con la gente comune contro il bombardamento al napalm in Vietnam, qui accompagnato dal predicatore Benjamin Spock (a sinistra) e da Padre Frederick Reed (a destra).
New York, 1967

Il lieto fine auspicato da King s’è macchiato del suo stesso sangue quando, affacciato alla terrazza del Lorraine Motel di Memphis, è stato raggiunto da un colpo di fucile alla testa dal coetaneo James Earl Ray, suprematista bianco. Non una sfumatura: la contraddizione tra colori diversi giustifica la pressione sul grilletto del Remington, la distanza tra un fanatico e il buon senso quella tra un proiettile e il suo bersaglio. L’uccisione del pastore afroamericano precedeva di tre mesi quella di Bob Kennedy; non solo, aizzò una controffensiva nera scoppiata nei ghetti delle principali città americane. Il Sud, soprattutto, territorio di leggi segregazioniste, si prestava a macabro scenario sull’orlo della guerra civile. La guerra come mezzo di risoluzione, di nuovo: inaccettabile, di nuovo, per chi, come Martin Luther King Jr., ispirato dal principio della non-violenza gandhiano, credeva nella resistenza pacifica come nell’arma più potente tra le mani dei deboli.

Il presidente Lyndon B. Johnson incontra Martin Luther King nella Sala di Gabinetto della Casa Bianca. Washington, 18 marzo 1966
corriere.it

Il 4 aprile del 1968 è stato eliminato un avversario scomodo, tra l’altro tallonato dall’FBI, sostenitore di quel cambiamento che è sempre così spaventoso, colui che ha riscritto pagine con parole che hanno abbattuto muri e barriere, le stesse che ancora nel 1965 impedivano l’accesso fisico ai neri in alcuni luoghi pubblici, li condannavano a lasciare ai bianchi i posti a sedere sugli autobus, li costringevano a scomode manovre in servizi igienici inappropriati alle umane facoltà. Il Nobel per la pace conseguito nel 1964  non coprì d’oro l’umile limpidezza di una missione così normale nella sua natura rivoluzionaria. Ma tant’è: in una realtà che s’impadronisce dell’identità condannando il mondo all’apparenza, essere normali è il compito più difficile, la rivoluzione più inaspettata.

Dunque ricordare Martin Luther King è lavorare su se stessi prima ancora che imparare la storia: è migliorarsi nella nostra parte migliore, scavalcando i fatti. È forse così che la leggenda acquista una luce diversa, che è quella dell’umana rivelazione, dell’autocoscienza. Allora, parafrasato, I have a dream significa piuttosto: svegliatevi, svegliamoci, che non c’è più tempo. Siamo solo noi, spietati carnefici del mondo, gli unici a poterlo salvare.

Per questo Martin Luther King vive. E così vive il suo sogno, la sua speranza.

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