S’immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; […] e qua e là, un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convalescenti, di frenetici, di serventi.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXV

A Milano, all’incrocio delle vie San Gregorio, viale Vittorio Veneto e corso Buenos Aires, si trova un luogo di storia e di storie, raccontato da notai e romanzi: il lazzaretto. Quel quadrilatero di mura sorto tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento fuori dalla Porta Orientale doveva accogliere i malati di peste, isolando il male e chi lo portava sulla pelle dal resto delle città, dalle speranze e dal futuro di chi ancora ne aveva uno. Dal contagio e dalla malattia, nel 2014 il lazzaretto risorge come Associazione culturale per poi diventare nel 2017 Fondazione no-profit con la missione di proporre un metodo di ricerca practice-based attraverso la quale sviluppare espressioni artistiche basate sulla sperimentazione e sull’ibridazione.

Il lazzaretto nel 1880. Fonte: wikipedia.it, foto di Icilio Calzolari (1833-1906).

Dal 7 al 10 novembre torna Il Festival della Peste!, quattro giorni di incontri, performance, workshop, conversazioni e mostre, che ruotano attorno al tema della seconda edizione: la vecchiaia. Questa è la base di partenza e lo spunto per una profonda riflessione che contempli i valori del tempo e della memoria, individuale e collettiva, in modo da arrivare a un costruttivo confronto tra generazioni diverse.

Il programma è vasto e denso, toccando temi di attualità, letteratura, musica e cinema declinati secondo sfumature inedite e stimolanti, con l’obiettivo di coinvolgere il pubblico e renderlo protagonista di un processo creativo. Il primo atto del Festival ha preso il via ieri 3 ottobre con Virus!, con tre incontri in compagnia dello studioso e saggista Gianni Vacchelli. Svicolando dall’affollato corso Buenos Aires di un giovedì milanese ormai al tramonto, tra il traffico e la voglia di raggiungere casa dopo una lunga giornata di lavoro, si raggiunge la suggestiva chiesa di San Carlo al Lazzaretto, una cornice perfetta per un racconto inedito su uno dei grandi geni della letteratura italiana: Dante Alighieri.

Particolare della chiesta di San Carlo al Lazzaretto. Fonte: illazzaretto. com, ddl studio.

Lo studioso Gianni Vacchelli presenta al folto uditorio Dante, l’adulto bambino, proprio affrontando il tema dell’edizione 2019: il rapporto con la vecchiaia. Ci si imbarca in quello che è stato uno dei viaggi più epici mai narrati da uno scrittore, quello attraverso i tre regni dell’Aldilà, sprofondando nella selva oscura, scalando il monte del pentimento e approdando alla luce delle stelle. Non servono buone scarpe ma curiosità e altri occhi per accompagnare Dante in questo nuovo viaggio, vissuto grazie alla rilettura di tre celebri incontri con altrettante grandi personalità della cultura: Virgilio, Catone e Cacciaguida.

Non c’è intento filologico nella voce di Vacchelli, ma l’invito a riscoprire il complesso rapporto senex-puer, attraverso l’approccio al mito, analizzato e animato dalle parole del poeta fiorentino con le tre guide. L’autore ci viene presentato come un adulto-bambino, un uomo giunto “nel mezzo del cammin della sua vita” con la curiosità di un infante, lo stupore e le domande di chi scopre qualcosa per la prima volta, essendo suo un viaggio inedito e impossibile. Dante attraversa fiumi, vede mostri, si perde nel vento, mano nella mano di un Virgilio paterno, portatore di luce e chiarezza, di risposte e sicurezza; si confronta con Catone, custode saggio di un mondo di speranza; ritrova l’esempio in Cacciaguida, lasciando alle spalle l’oscurità.

Dante, l’adulto bambino, a cura di Gianni Vacchelli. Fonte: illazzaretto.com, ddl studio

La riflessione diventa più profonda e avvolge la storia e l’antropologico significato del rapporto padre-figlio, ieri come oggi, tema scottante e sempre attuale, in giorni in cui migliaia di giovani scendono nelle piazze con rabbia nei confronti delle generazioni passate, mentre i grandi screditano e ridono in faccia al futuro. Torna, dunque, il mito di Chronos, Dio del tempo, che vuole uccidere il figlio Zeus, il Conte Ugolino del canto XXXIII, condannato per essersi cibato con la carne della sua carne. Ritorna alla mente l’eterna e irrisolta lotta tra antico e moderno, tra accademia e avanguardia, tra ordine precostituito e anarchia, fasi che ciclicamente hanno contraddistinto storia, arte, letteratura, religioni.

Dante in qualche modo indossa le vesti di un bambino che affronta i senex in ogni loro peccato, dall’ingordigia all’ignavia, dall’ira all’accidia. Quella di Vacchelli è un’azione interessante: prende un capolavoro della letteratura mondiale, una commedia, divina per giunta, e la tratta come una fiaba in cui ci sono porte parlanti, giganti, fiere e creature mostruose, incubi, diavoli e visioni celestiali. Dante diventa un personaggio assimilabile a una Cappuccetto Rosso o Hansel e Gretel, fanciulli smarriti in una foresta, tra paure e pericolo, in attesa di un segno, di una guida.

Gli incontri continuano giovedì 10 e 24 ottobre, con un Dante fanciullo e la sua faticosa e necessaria scalata verso la purezza, lasciando a malincuore un Virgilio che lo ha visto fare i primi passi per metterlo nelle mani di due fari dell’esistenza, due maestri, due padri grazie ai quali scoprire, crescere, imparare.

In copertina: illustrazione per “Dante, l’adulto bambino” a cura di Gianni Vacchelli. Fonte: illazzaretto.com, ddl studio.
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