di Ilaria Piampiani

Uno dei filoni sicuramente più prolifici nell’arte e in tutte le sue espressioni, è il confronto dell’uomo con il passato e le sue declinazioni. Il rapporto tra antico e moderno, tra tradizione e avanguardia, tra modello e interpretazione ricorrono nella poesia come nella rappresentazione figurativa come costanti che hanno sempre qualcosa da dire all’uomo contemporaneo che, pur essendo immerso in futuristici ambienti metropolitani, riconosce in sé la necessità di rispecchiarsi nelle civiltà e nelle storie che l’hanno preceduto, quasi per colmare quel vuoto interiore provocato dalla nebbiosa e opprimente routine.

Forse, volendo “curare” la perenne malattia del quotidiano, a Palazzo FortunyVenezia, la mostra Futuruins, il cui allestimento è stato magistralmente curato dall’architetto Daniela Ferretti, propone un riuscito sguardo sulla rovina in quanto testamento, testimonianza e specchio esistenziale.

In un buio avvolgente, il visitatore intraprende un intimo itinerario tra resti millenari e fallimenti contemporanei. Si cammina tra molteplici e multiformi schegge di un passato remoto e prossimo, nella complessità più profonda e viscerale di un sentiero polveroso, già percorso da passi celebri. C’è tutta la forza evocativa delle pietre, la loro silenziosa affermazione, un grido di appartenenza, il loro raro potere nella stratificazione di mondi interconnessi, la loro poetica ricorrente tra fondazione e distruzione, dai frammenti archeologici dell’epoca degli Assiri, attraversando le vestigia greche, fino all’iconografia sacra medievale e rinascimentale.

Come afferma Salvatore Settis “le rovine sono al tempo stesso una potente epitome metaforica e una testimonianza tangibile non solo di un defunto mondo antico ma anche del suo intermittente e ritmico ridestarsi a nuova vita.”. Futuruins propone proprio questo ciclo ritmico attraverso un movimento elastico che tocca la tragedia dell’annientamento della storia recente, rappresentata candidamente dall’immagine apocalittica di Ground Zero dopo il crollo delle torri, catturata da Steve McCurry, una Pompei di lamiere e polvere, un girone infernale della città del progresso, affiancata dalle rovine gotiche di Caspar David Friederich e dai marmi mutilati.

Steve McCurry, Ground Zero

C’è tutta la contraddizione barocca del gusto per ciò che ci fa rabbrividire, tutta la dicotomia romantica del sublime, di una realtà che vacilla sotto i nostri piedi, come un mare di nebbia, una coltre di ineffabile ansia. Dai resti di gloriosi anfiteatri in scala agli squarci materici di Burri, vengono fuori la nostalgia e la necessità di preservare e tramandare nel tempo l’idea di disfacimento come possibilità sempre attuale per le civiltà odierne, un memento mori per approdare a un nuovo significato che forse solo l’arte riesce a comprendere e veicolare.

Friedrich, Le reveur

Johann Wolfgang von Goethe, nel 1786, dinanzi i fori romani si trova a esclamare “Tutto è come lo immaginavo, e tutto è nuovo.”; il respiro della storia risorge e appassisce davanti alle generazioni che l’attraversano, un insegnamento nella sua accezione più tradizionale, ma anche “tormento di falsi ricordi che conduce l’uomo al delirio di grandezza o di persecuzioni”, come afferma Paul Valery.

Ogni rappresentazione di rovina porta su se stessa le cicatrici del vissuto, un qualcosa che un tempo è stato unitario, solido, strutturato, e che poi è andato incontro al deperimento, naturale o artificiale. Allo stesso tempo, la rovina è una testimonianza di coraggio e resistenza, di una ferita che si è rimarginata, di dissoluzione affrontata e superata, una battigia martoriata dopo la tempesta. Questa interpretazione più positiva delle rovine ci fa pensare alla tecnica giapponese del kintsugi, secondo cui qualcosa di rotto non deve necessariamente essere buttato via ma, al contrario, la frattura fisica va messa in risalto, celebrata, esibita con orgoglio. Per questo metalli preziosi come l’oro e l’argento vanno a colmare le lacune delle ceramiche crinate, un invito ad abbracciare pienamente la caduta, l’errore, la maceria come nuova opportunità.

Francois René de Chateaubriand sostiene come sia innegabile l’attrazione dell’uomo e il fascino provato per le rovine in quanto riflesso delle proprie fragilità, una tangibile promessa del passare del tempo. Allo stesso tempo, le Cariatidi dell’Acropoli di Atene ci raccontano come la pietra fieramente abbia sfidato le intemperie della storia, sfuggendo alla sua violenza e alla sua incuria, portandoci oggi a chiederci se i nostri monumenti saranno in grado di fare lo stesso.

Futuruins, accostando archeologia classica e contemporanea, ribadisce l’importanza di una memoria collettiva e dei suoi simboli, con l’imperativo, però, di rivoluzionarne la grammatica comunicativa attuale che si traduce in una mercificazione asettica del patrimonio, soprattutto in una città-museo come Venezia, stretta in una morsa tra disumanizzazione e folle last-minute. Si perde in questa fruizione confusa e commerciale, il senso di un palazzo storico trasformato in airb’n’b, il fascino di uno scorcio deturpato dai selfie stick: così la Venezia di Henry James e di John Ruskin diventa rudere e maceria condannata all’estinzione nelle mani di un presente e di un futuro inconsapevoli e voraci.

La mostra, fino al 24 marzo al Palazzo Fortuny, si colloca, dunque, nella corretta cornice in quanto spunto di riflessione attuale e necessaria per ricordarci quanto sia il significato a dare importanza alla materia, quanto il contemporaneo sia maggiormente sottoposto al disfacimento rispetto all’antico, quanto stia all’umanità di oggi comprendere il sottile filo che distingue la bellezza delle rovine dal dramma delle macerie.