Cervelli in fuga… dalla quarantena!

di Giovanni Giaccio

La sveglia suona puntuale alle 7.15, come ogni giorno dagli ultimi due anni. È lunedì 9 marzo 2020 e ho dormito malissimo. Non so perché, ma già nei giorni scorsi avevo avuto un brutto presentimento. Non così brutto però…

Mi sveglio, aspetto che la mia ortodonzista confermi il mio appuntamento per quella stessa giornata. Alle 9 ho già lavorato un poco con il mio iPad e ho fatto il pieno di benzina alla macchina di mia sorella. Se la dentista chiama, io dovrò partire per andare a Roma perché no, quel controllo è importante, non posso rinunciarci. Sono le 9.38, arriva la conferma.

Alle 11 parto, alle 13.40 sono a Roma, ho trovato parcheggio a una strada di distanza dallo studio medico. In macchina con me mia madre. Con il finestrino aperto di sole due dita, mangiamo la pizza che ho comprato in un panificio del mio paese. Acqua, tovaglioli, disinfettante per le mani. Abbiamo tutto pur di non avere il minimo numero di contatti disponibili.

È tutto surreale. I video sulla newsfeed di Facebook che mia madre incrocia, mentre aspettiamo che arrivi il momento di andare dalla dottoressa, sono uno più ansiogeno dell’altro. C’è nervosismo, ansia, tristezza. C’è tutto al di fuori della serenità, che sembra già un vaghissimo ricordo.

Entrare nello studio della dentista è come accedere in caserma: “Chi è? Con chi hai appuntamento? A che ora? Sei solo? La facciamo salire la madre di Giaccio? (chiede alla titolare dello studio)”.

Dentro è quasi peggio. Si entra, ci si lava le mani, si usa il disinfettante, ci si dispone a distanza. C’è tensione nell’aria. È palpabilissima.

Il controllo vola via veloce. Saluti, un sorriso dietro la mascherina e ci si augura di rivedersi in momenti migliori.

Io e mamma risaliamo in macchina, usiamo ancora il disinfettante, partiamo.

In viaggio scopriamo che dalla Puglia dei carcerati sono evasi. Nelle prigioni di tutta Italia ci sono rivolte in corso. È questa l’apocalisse?

Sono le 18.30 e sono a casa, ma, no, in palestra non ci vado. Aspetto le 21.00 per far uscire i cani con mia sorella. Al rientro, il Premier Conte è in diretta su tutte le reti. Non esitono più le zone rosse. L’Italia è un’unica zona rossa.

Lo sento. Qualcosa si è rotto. Sento un crack dentro di me. Mi dico che è successo. Ci siamo: abbiamo riso, abbiamo scherzato, ma il Covid è reale. Esiste e ora si sta imponendo con forza su tutte le nostre vite. Ovunque.

Il resto è storia.

La corsa allo smart-working, l’e-learning improvvisato, le pizze su Instagram al sabato sera, le storie sulla noia quotidiana, gli allenamenti in casa, le challenge, i cori nei condomini. È storia, me lo ripeto, e noi ne facciamo parte.

Al pari delle guerre, però, anche adesso ci sono tantissime vicende che passano in sordina. Che i tg, i giornali non possono ascoltare. Il dolore è ovunque, è straziante e grida. Ma c’è qualcosa che fa più rumore ed è dentro di me.

Sono passati appena cinque giorni da quel lunedì. Sono sotto la doccia ed è sabato. È il primo sabato che trascorro con la mia famiglia dal primissimo pomeriggio. Mi ci abituerò, ma questa volta è dura. Mi sento oppresso, mi manca l’aria così, a un certo punto mi infilo in doccia. Sotto l’acqua, mentre scorre calda, finalmente riesco a isolare tutto quel rumore e riesco a sentirla quella voce. C’è sempre stata, ma ora è forte, nitida, grida. Sta urlando e lo sta facendo contro di me. Mi sta dicendo un messaggio che conoscevo, ma che mi rifiutavo di ascoltare. Fa male lo stesso.

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Sotto il doccino l’acqua comincia a raffreddarsi, devo aver mandato di nuovo in blocco la caldaia, ma, a quel punto è chiaro. Le notifiche, le corse tra un cliente, casa dei mie nonni, la palestra, le uscite del week-end. È così che ho messo a tacere quella voce. Chiamala coscienza, chiamalo subconscio. Mettigli il nome che vuoi che ma, sotto sotto, sai quello che vuoi dalla tua vita. E, quando questo ti fa paura, è con il caos della quotidianità che soffochiamo quella voce.

Da quel momento, faccio uno sforzo. Cerco di zittire l’altra voce, quella che mi dice che non è così, che è solo un periodo, che è la quarantena. Alla sera, nel letto, saluto tutti dicendo che sono stanco e resto sveglio. Cerco la cosa da cui ero in fuga: il silenzio. Cerco la coscienza, il cazzo di grillo parlante, e gli chiedo cosa cercasse di dirmi da tempo. Lo ascolto, gli faccio domande, lo ascolto, gli chiedo di sbrogliare la questione.

Passa tempo, devo solo agire e ascoltare pian piano i consigli del grillo…

Sono passati quarantuno giorni da quel 9 marzo. Sento il bisogno di riabbracciare stretti i miei nonni, di correre a casa di mia cugina per conoscere mia nipote e nascondermi in una minuscola tenda di plastica con mio nipote dal fantomatico lupo che ci insegue. Mi mancano i miei amici, prendere una birra con loro nei pub molisani, o in un locale di Roma dove raramente sarei voluto stare in altri momenti della mia vita. Mi manca sudare in palestra e pensare “Ma chi cazzo me lo ha fatto fare”. Mi manca quello che avevamo prima. Non tutto però…

Quel famoso 4 maggio, che tutti aspettiamo, mi fa paura. Temo che il mio popolo, i miei concittadini, si suicideranno guidati dalla rassicurazione dei numeri. Mi spaventa il contagio, che quei reparti ora meno pieni ricomincino a percorrere la strada verso il collasso. Mi terrorizza sapere che ci incasineremo ancora, dimenticando la quiete, la calma che il Covid ha provato a insegnarci. Sì, mi fa paura che saremo fisicamente liberi, ma emozionalmente in quarantena. Ancora. Schiacciati dalla vita, dalla mondanità.

Ecco. È questa la quarantena che piace. Quella che mi ha liberato e che, credo, possa liberarci da qualche peso.

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Immagine di copertina: Photo by Callum Skelton on Unsplash. Secondary Image: Photo by Nathan Dumlao on Unsplash
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