AVREI TANTO VOLUTO ESSERE UN UOMO

di Monica Malfatti

Sono stato tra la sabbia fine del deserto, che a me invece sembrava grossa, tanto ero piccolo. Sono passato fra quelle dune, portato in groppa da un cammello assetato. La fatica del suo respiro era l’unico suono che sentivo, l’ossigeno che inalavo insieme a lui l’unica cosa che mi teneva in vita. Ma avevo già respirato, tempo prima, in compagnia di un felino predatore: una pantera, una tigre, non ricordo. L’avevo accompagnato, fuggiasco, attraverso sterpaglie inospitali o luoghi, invece, abitati. L’avevo accompagnato, ed ero morto fra gli uomini.

Ero cambiato, quell’esperienza mi aveva cambiato. Allora ero tornato, fra le dune di quel deserto. Ma i cammelli non corrono veloci come le pantere o le tigri. E i cammelli non sanno volare. Io però volevo volare, volevo toccare con mano la consistenza di quell’ossigeno che mi faceva respirare, e sopravvivere, attraverso le vite degli altri.

Così cambiai, cambiai di nuovo, perché il cambiamento è l’unica cosa che inganna il tempo. Sì, il cambiamento inganna il tempo e a volte, l’avrei scoperto, inganna pure gli uomini.
Per ingannare gli uomini dovevo cambiare e volare. Come un pipistrello.
Lo trovai, il mio pipistrello.

Mangiava le zanzare ma era odiato dagli uomini perché sporco come un ratto, nero come la sfortuna. Per amarlo, la gente aveva preferito trasformarlo con la fantasia, rendendolo un uomo, anzi un superuomo, che salvava l’umanità da tutte le catastrofi immaginabili. Tutte, tranne una: la malattia. Il mio pipistrello mangiava le zanzare e per un certo tempo, sono stato anche una zanzara, per farmi mangiare e poter respirare insieme a lui. Non è stato difficile: il mondo così caldo, gli insetti che amano il caldo così numerosi.

Scoprii che come il mio pipistrello mangiava le zanzare, così anche alcuni uomini mangiavano i pipistrelli.

Scoprii che il tepore di un uomo è la cosa più bella che il mondo avesse da offrirmi. La delicatezza della sua carne quasi mi faceva invidiare il modo in cui gli uomini si abbracciano fra di loro, mentre io non potevo.
Non potevo, ma presto non poterono nemmeno loro. Perché mi avevano scoperto, di nuovo. Mi avevano scoperto, e isolato. Avevano iniziato a farmi la guerra. Una guerra surreale, che avrei combattuto volentieri pure io insieme a loro. Perché io non volevo essere un cammello, una tigre, una pantera o un pipistrello: avrei tanto voluto essere un uomo.

In quei giorni, mi resi conto che non sarei mai potuto diventare qualcosa di diverso da quello che ero: un cuore di materiale genetico, circondato da un involucro di punte proteiche. Non avrei mai potuto cantare dalla finestra di casa, non avrei mai potuto scrivere alla persona che amavo, non avrei mai potuto desiderare o essere desiderato da quella persona.

human heart

Camilo Jimenez from Unsplash

Non avrei mai potuto correre tra una corsia e l’altra, con la mascherina a sfregiarmi il volto. Non avrei mai potuto essere orgoglioso di chi correva così, per salvarmi la vita. Non avrei mai potuto provare l’angoscia, la preoccupazione, la solitudine. Non avrei mai potuto sognare di provare ancora la gioia, la liberazione, il coraggio.

Non avrei mai potuto, e l’invidia mi lacerava. Fu allora che desiderai trasformare quell’invidia che mi lacerava in paura, per poterci lacerare gli uomini. Non so se questo mio desiderio si esaudirà, se la paura funzionerà o meno.
So solo che uomo, io, non potrò mai esserlo, mentre loro, un giorno, potranno ancora sentire sulla loro pelle, guarita e forte, quel tepore che oggi mi avvolge.

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 Immagine di copertina: Photo by Bernice Tong on Unsplash
Secondary image: Photo by Milan Popovic on Unsplash

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