“Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera”: Jean-Paul Sartre, con queste semplici parole, ha reso al meglio quella tipica tendenza sociale, prima di tutto umana, attraverso la quale da un semplice gesto, azione o giudizio, tenda a svilupparsi un’immensa e incessabile aurea di influenza negativa pronta a demolire quel velato rispetto reciproco di cui dovremmo essere caratterizzati come persone appartenenti ad un’unica terra condivisa.

In una società nella quale l’odio, il giudizio, la minaccia, la violenza, la critica fine a sé stessa, la diffamazione, il pettegolezzo, rendono gli individui perennemente in combutta con i loro simili, accentuandone i lati caratteriali più vicini al Mr.Hyde che vive in ognuno di noi, l’apocalisse per l’uomo sembra sempre più vicina. L’odio, come sentimento condiviso, è sempre più spesso alla base delle relazioni umane ed è talvolta strumentalizzato da forze politiche a cui è utile in termini di massificazione del pensiero e costruzione del consenso.

Lo scorso luglio, per contrastare gli haters del web, grazie all’azione di Cathy La Torre (avvocato e attivista LGBTQ) e alla filosofa Maura Gancitano, nasce la campagna Odiare ti costa promossa da Tlon. Chiunque si senta vittima di violenza o di odio può facilmente inviare il link del post incriminato all’indirizzo odiareticosta@gmail.com per avere informazioni sui diritti a cui fare riferimento e a cui non sottrarsi, ma anche per conoscere le forme di tutela previste rispetto a quello che può essere un vero e proprio danno d’immagine. In effetti, la campagna contro “gli odiatori del web” è subito diventata virale e ha raccolto, nel giro di pochi giorni, circa 24mila segnalazioni, nonostante ci siano stati anche coloro che hanno sottolineato dei limiti nei confronti di “Odiare ti costa”.

Cathy La Torre, Michela Murgia, Andrea Colamedici, Maura Gancitano e Elisabetta Piccolotti al termine di un incontro con i vertici di Facebook-Italia. Fonte: Pagina Facebook “Odiare ti costa”.

Su Open, in effetti, si parla anche di una possibile e inarrestabile “caccia alle streghe” che potrebbe sfociare in un attacco sistematico alla privacy, così come si sottolinea che la campagna si limita esclusivamente a questioni economiche (chi risarcisce in denaro le vittime è chi odia) e non assicuri un vero e proprio percorso educativo per chi vive di odio, di violenza e di minacce.

C’è da dire, comunque, che talvolta basterebbe osservare le tendenze sociali per rendersi conto del clima di estremismo profondamente pericoloso in cui siamo immersi. Tra il 2017 e il 2018 la celebre Mappa dell’Intolleranza, promossa da Vox – Osservatorio italiano sui diritti, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, l’Università Statale di Milano, l’Università di Bari e l’Università Cattolica di Milano, ha registrato un aumento dell’odio online che va dal 32,45% del 2017 al 36, 93% del 2018 e questa è solo una delle statistiche sullo sviluppo inarrestabile della violenza sui social e, in particolar modo, dell’intolleranza in rete.

La domanda, perciò, sorge spontanea: come arrestare efficacemente la crescita incontenibile dell’odio in rete ma anche nella vita reale?  Risposte risolutive non sono ancora state elaborate, nemmeno da chi effettivamente potrebbe essere incisivo in questo senso, soprattutto se si parla di diritti dell’uomo e di possibili effetti psico-fisici sulle vittime in questione. Il cyberbullismo e la violenza in generale sono alimentati continuamente anche dall’influenza esercitata da programmi televisivi o personaggi pubblici: la comunicazione massmediale, anziché essere direzionata verso l’educazione civica, diventa spesso mezzo di alterazione della personalità, generando un aumento significativo delle distanze sociali.

In una società dove internet e i social rendono gli esseri umani prede e predatori in un circolo vizioso di critiche, giudizi, minacce (a volte totalmente gratuiti) e dove l’odio a cui siamo sottoposti giornalmente tramite contenuti mediali e programmi televisivi che considerano il litigio come mezzo di sviluppo dell’audience, spesso chi è più sensibile e più fragile diventa vittima di un sistema che inneggia esclusivamente a una perfezione impossibile da ottenere.

I modelli sociali, in questo senso, diventano strumento di alterazione ossessiva della personalità volta ad agognare unicamente ciò che non si potrebbe mai raggiungere. L’odio e la violenza online diventano, così, il simbolo di una lotta alla supremazia, nella quale non vince nessuno. L’unica via d’uscita, che sembra essere anche quella più calpestata, può senz’altro essere rappresentata da un sistema educativo e formativo che riesca a sottolineare l’importanza del rispetto reciproco, del vivere in pace, dell’amore verso la diversità. Un’educazione civica come insegnamento fisso nelle scuole che possa trasformare l’odio in amore, la violenza in armonia, la guerra in pace.

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Immagini di copertina dell’articolo tratte dal sito www.tlon.it.
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