È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora.

Questa la frase scelta come sintesi di un dibattito che ha visto la partecipazione di docenti e laureandi dell’Università di Foggia, Bari e Roma. Al centro della discussione una delle tematiche più sentite nelle scienze umanistiche del Novecento: la crisi, quel punto di rottura che precede i cambiamenti importanti. Nel corso di due giorni, personalità illustri hanno puntato un focus sulle varie modalità di crisi e proposto soluzioni o riportato scelte dei vari autori trattati. In un viaggio all’interno della letteratura, abilmente si è spaziato dai Dialoghi di Tasso, fino alla scrittura vittoriana, da Pascoli alla letteratura comparata. Tuttavia non solo italianistica: il tema della crisi è stato affrontato anche dal punto di vista dell’economia, evidenziando il ruolo della lingua italiana nella Comunità Europea, e della medicina, disciplina per cui la crisi è correlata alla storia del corpo umano. Identità frammentate, (dis)avventure dell’io, solitudini e sovranità popolari per narrare la crisi della modernità. Tra gli altri, uno psicoterapeuta a definire la possibilità di un “e vissero felici e contenti”.

Una delle sedi dell’Università degli Studi di Foggia. Fonte: FoggiaReporter.

Non solo docenti e specialisti delle discipline: il convegno ha visto la partecipazione di tre laureande in Letteratura Italiana Moderna -Anita Gaia Lo Muzio, Francesca Carnevale, Valeria Monachese- e della dottoranda Chiara Ferrara che hanno sperimentato il “saper stare dall’altra parte”,  affrontando nello specifico crisi e soluzioni all’opacità del mondo e ai labirinti di Calvino. Di Calvino è stata la frase conclusiva, un invito rivolto ai giovani studenti:

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. […] Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine.

Tra gli interventi, la professoressa Rossella Palmieri, docente di Italianistica presso l’Università di Foggia, a cui va il merito di aver organizzato l’evento, affronta la risoluzione della crisi nelle opere e nella poetica di Italo Svevo“Quella beata sera tentai di ricostruirmi per intero”. Così scrive il grande autore triestino in uno dei suoi racconti, dal titolo Vino Generoso. È lo stesso Svevo a raccontarci di quanto fosse difficile “la ripresa della penna in mano”  dopo il successo della Coscienza di Zeno. Questa serie di racconti brevi descrivono la crisi creata dall’ingresso della realtà nella  vita dei personaggi: si avverte la necessità che i protagonisti possano procedere ad una interpretazione del mondo. Brevemente, rileggiamo la trama: in occasione di un matrimonio, il protagonista ottiene una speciale licenza dal medico, potrà mangiare e bere come gli altri nonostante i suoi problemi di salute. È l’inizio della catastrofe, che scivolerà in assurdi equivoci, fino a diventare un vero e proprio “sogno atroce”. Lui stesso si definisce un “vecchio licenzioso”, si ammala di un eccesso di cibo e di vino. Scopriamo come a questo malessere fisico si aggiungono dei problemi non risolti con la moglie.  Alla maniera di Svevo, il protagonista inizia a sognare trovando la sua ragione di esistenza e alleggerisce il proprio fardello grazie al vino, il quale diventa strumento di redenzione: il protagonista ha un miglioramento di salute nel momento in cui eccede. La malattia diventa qui, come nella Coscienza, lo strumento che il protagonista utilizza per urlare al mondo la sua incompiutezza. E il vino gli permette di liberarsi dal gioco, dalle catene.

La sfera onirica cerca di dare una spiegazione e una voce alla coscienza del protagonista, altrimenti taciuta. I personaggi sveviani non si riconoscono mai in una condizione compiuta, finita, limitata ma subiscono vere e proprie paralisi tra teoria e prassi, facendo sì che la modernità risulti come un adattamento a vivere in un mondo privo di senso. L’inadeguatezza del personaggio, di cui non si sa il nome, sta nell’impossibilità di conciliare pensiero ed azione: costui non riesce, in alcun modo, a muoversi con disinvoltura nel mondo. Alle sue creature Svevo non concede una realtà a-problematica, modalità che spetta invece ai personaggi secondari: tuttavia, sono proprio i perdenti che, per imprevedibili giri di sorte, diventano vincenti. Nonostante il corto circuito dell’esistenza, il protagonista non fallisce: anche se si ribella al regime, riesce a recuperare la propria interezza di un tempo. Il desiderio di ribellione appagato con il vino sfocia tuttavia in una consapevolezza che l’unica salvezza possibile, seppur provvisoria, è l’accettazione della realtà a cui si cerca di sfuggire. In questo senso, la crisi è risolta.

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