di Dario Guarino

Si rinnova la nostra collaborazione con Bocconi d’inchiostro, l’associazione studentesca dell’università Bocconi di Milano. Questa volta abbiamo incontrato la scrittrice Donatella di Pietrantonio. 

Esordice nel 2011 con il romanzo “Mia madre è un fiume”, la consacrazione sia livello di critica che di pubblico; nel 2016 pubblica per Einaudi “L’Arminuta” con il quale ha vinto il prestigioso premio Campiello. Di Pietrantonio si contraddistingue per uno stile che arriva dritto al cuore e una prosa semplice e diretta. Indipendentemente dai temi trattati, sempre molto profondi, ciò che colpisce è l’umanità con cui comunica.

Nei suoi libri, l’Abruzzo ha una grande importanza, quasi come fosse un personaggio autonomo all’interno dei suoi romanzi. Qual è il rapporto, oltre alla scrittrice con il territorio?

Il rapporto è sempre ambivalente come la maggior parte delle cose che amiamo profondamente, l’amore assoluto non esiste, ogni cosa che amiamo la odiamo allo stesso tempo. Così capita anche per le proprie radici, per la propria terra. Da un lato, la scelta di voler far ricoprire un ruolo così importante all’Abruzzo non è voluta, ma egli prende il sopravvento: credo che questa sia la forza delle origini e delle radici; dall’altro lato non posso non osservare tutte le cose che non vanno bene nella mia terra di appartenenza. È un rapporto dinamico un po’ amore, un po’ odio.

 

 Ha un atteggiamento disilluso verso la politica, ma ha più volte ribadito che è necessario far sentire la propria voce. Cosa intende? Come bisogna far sentire la propria voce?

 Non è facile far sentire la propria voce ma chiunque nel suo ambito deve provarci, anche se siamo consapevoli che non verrà ascoltata, ma è necessario soprattutto in questo momento storico dove ci sono segnali davvero “inquietanti”. Ho l’impressione che gli italiani stiano subendo una mutazione antropologica. Siamo un popolo che vive in una penisola tutta protesa nel mare, quindi un popolo vocato agli scambi, all’accoglienza e alla solidarietà, eppure stiamo recedendo da questo: una vera mutazione antropologica. Se lo sentiamo dobbiamo far sentire la nostra voce.

 

 Come riesce a conciliare, soprattutto dopo il successo de “L’Arminuta” e il premio Campiello, la sua professione di medico con quella di scrittrice?

Non è facile conciliare la mia professione con la scrittura ma per me è importante perché mi lascia un’idea, forse un’illusione di libertà. Posso scrivere oppure posso non farlo e questo per me è davvero importante.

 

Cosa ne pensa della forza comunicativa del dialetto e quanto è importante usarlo? 

Per me è la lingua madre, uno strumento espressivo potentissimo ma anche molto limitante. Anche qui il rapporto è ambivalente. Noto la sua forza espressiva, ma in qualche modo mi vergogno di essere ascoltata quando parlo in dialetto. Nei miei libri il dialetto non è un vezzo, un gioco, ma una necessità”. Alcuni personaggi non potevano sostenere nemmeno un italiano povero, perciò è stato necessario dargli ciò di cui necessitavano: il dialetto.

 

Quanto pesa nei suoi libri, e nella crescita dei protagonisti il rapporto con le madri e la presenza della madre, tema presente fin dagli esordi con “mia madre è un fiume”?

 È il tema per me, è la mia urgenza narrativa. Il mio “demone” perché ogni scrittore scrive, in fondo, della sua malattia. Scrive la sua ossessione, ciò che non supera e non riesce a tenere dentro. Ciò che faccio con la scrittura per combattere il mio demone, che è ciò che fanno tutti magari con altri mezzi e non la scrittura, può essere riassunto con una bellissima espressione di Alvaro Mutis (poi ripresa anche da Fabrizio de Andre in “Smisurata preghiera”) che dice  “per consegnare alla morte, una goccia di splendore”. In questa goccia di splendore ognuno mette il suo dolore.

 

La sua prosa è scarna ed essenziale ma allo stesso tempo capace di creare immagini forti. Ciò è dovuto perché vuole fare in modo che il lettore si leghi al personaggio per entrare nella sua psiche?

È quello che mi auguro, cerco di comunicare non tramite descrizioni, bensì grazie a immagini ed elementi percettivi. Cerco qualcosa, che spero sia più efficace come il moscone che sbatte contro le pareti e cerca una finestra aperta per uscire all’interno de “L’Arminuta” quando la protagonista conosce la povertà.

 

Gli affetti e i sentimenti rappresentati nei suoi libri sono molto forti, difficoltà a desiderare e a essere desiderati. Questi sentimenti sono la rappresentazione della realtà o li utilizza per sottolineare l’incompiutezza dei rapporti umani?

 Io non sono molto ottimista rispetto ai rapporti umani, dunque l’incompiutezza dei rapporti umani e le fragilità umane m’interessano perché le vedo e le sento. Non sono capace di fermarmi alle superfici rassicuranti. Questa incompiutezza, queste fragilità sono assolutamente normali per l’uomo. In questo però c’è anche qualcosa di grande, c’è anche una grandezza nelle nostre insicurezze, nella nostra fragilità. Ciò che fa realmente paura è la loro negazione, nel riconoscimento, anche se porta a sofferenza, io credo che ci sia invece la nostra forza”.