Gli occhi di Abu’Obayda hanno la luminosità di uno specchio rotto che, anche se spezzato, continua a riflettere luce. D’altronde si sa: “Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, e quella di questo giovane artista sudanese è stata messa a dura prova. Abu’Obayda è un sognatore. Non di quelli che ci raccontano i grandi scrittori nei loro romanzi, ma un intellettuale nel senso gramsciano del termine. Alle sue mani ha preferito sporcare le tele per denunciare una dittatura efferata che sconsacrava lo spazio della libera espressione. Come nella Germania del 1933, l’Entartete Kunst (arte degenerata) è stata accusata e soppressa anche in Sudan. Abu’Obayda è scappato dalla sua terra, come tanti altri giovani sudanesi, perché non poteva più lavorare con l’angoscia costante di essere messo a tacere. Anche nell’Occidente democratico molti artisti sentono l’esigenza di muovere una critica, o addirittura di fomentare una rivoluzione, verso costumi e convenzioni sociali acriticamente accettati, ma ad oggi i loro governi hanno quantomeno dei limiti costituzionali che impediscono la violazione del diritto alla libera espressione. Questo giovane artista ha scoperto il profumo della libertà solo lo scorso 11 aprile, quando la dittatura di Al Bashir è stata soppressa da un movimento che ha impegnato tutto il popolo. Ora il Sudan ha intrapreso un cammino di progressiva democratizzazione: il popolo ha vinto e ottenuto un governo provvisorio che dovrà traghettare il Paese a elezioni democratiche nel giro di due anni. La peculiarità di questa rivoluzione è stata la sua leadership; pur in un paese musulmano, la guida delle sommosse è stata conquistata dalle donne, giovani e non. Abu’Obayda le disegna spesso, queste inedite e inaspettate protagoniste che hanno deciso di preferire una finestra sulla vita, più che un baratro oscuro e fatto di possibilità limitate. Così, una rivoluzione politica si è trasformata in una rivoluzione sociale in cui ruoli di genere e di posizione sociale si stanno ricalibrando dopo trent’anni di disequilibrio e ingiustizia. Conoscere Abu’Obayda scatena un sentimento galvanizzante: la sua libertà non è un attributo naturale, ma una conquista. Spesso noi lo dimentichiamo. Non possiamo che augurare ad Abu’Obayda che la sua arte sia sempre un Guernica: un richiamo e un monito alla nostra identità.

Ciao Abu’Obayda! Siamo onorati che tu ci abbia riservato un po’ del tuo tempo. Raccontaci qualcosa di te e di come è nato il tuo rapporto con l’arte.

Grazie a voi! Sono nato nell’ottobre del 1992 e sono cresciuto in Sudan. Ho due sorelle maggiori, cosa che fa di me il piccolo della famiglia. Sono stato cresciuto da artisti: i miei genitori e la più grande tra le mie sorelle mi hanno aiutato a dare forma a ciò che sono oggi. Da piccolo poi guardavo moltissimi cartoni animati: i canali che li trasmettevano erano senza dubbio i miei preferiti. Crescendo, il mio amore per i cartoni non se n’è andato; dalle grafiche dei personaggi al design delle scene, tutto di quel mondo mi affascinava. Questo mi ha portato a scegliere Belle Arti come campo di studio e lì sono entrato in contatto con differenti tipi di arte.  Ho iniziato a lavorare come graphic designer, illustratore e fumettista e mi sono ritrovato sui set di produzione prendendo decisioni e dovendo curarmi dei più piccoli dettagli. Cercavo di produrre qualcosa che superasse le aspettative. Personalmente credo che la creatività sia uno stile di vita e qualcosa che spero di incorporare in tutto ciò che farò.

Come hai scoperto di essere un artista?

Ho capito di avere talento artistico a 8 anni. Mia mamma aveva organizzato la mia prima esibizione a casa nostra, invitando miei e suoi amici. Quel giorno capii che dovevo migliorare la mia tecnica. Il mio percorso non è stato liscio e perfetto. Ho dovuto affrontare molti ostacoli durante il mio viaggio nel mondo dell’arte, sin da quando scelsi di studiarla nel 2008. Molti miei amici e la mia famiglia hanno tentato di dissuadermi perché l’arte in Sudan non corrispondeva proprio a una carriera sicura e a lungo termine. Sin dal primo giorno ho dovuto sopportare prese in giro sotto forma di domande: “Cosa farai dopo la laurea? Su cosa lavorerai?” Questi commenti però non hanno mai fatto presa su di me perché l’arte era la mia passione fin da piccolo. Ho imparato a non rispondere a domande del genere, anche se doverle affrontare mi ha reso determinato. Mi sono sentito sfidato a provare a tutti che si stavano sbagliando.
Durante l’università lavoravo per agenzie di pubblicità. È stato impegnativo giostrarmi tra lavoro, lezioni e tempo libero, che utilizzavo per dare sfogo alla mia passione: disegnare. Ma come si dice: “Dove c’è volere, c’è potere.” In quel periodo avevo moltissime domande che affollavano la mia mente! Pensavo a come raggiungere il successo dopo la laurea. Non il successo per il successo: mi chiedevo come poter utilizzare il mio talento per stupire le persone e lasciarle a bocca aperta.

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Secondo te, qual è il ruolo dell’artista?

Il ruolo dell’artista è molto più grande di quello che immaginavo. L’arte può cambiare tutto. L’arte è tutto!  Influenza sempre fortemente qualsiasi movimento sociale e gli artisti devono assumersene la responsabilità ed essere onesti su quello che producono. L’arte parla per quelli che non hanno voce perché è libertà. Senza libertà non c’è arte!

Perché hai iniziato a occuparti di temi tanto controversi per il Sudan?

Ho iniziato a occuparmi di temi sociali perché lo sento come un dovere verso il mio Paese.martiri sono caduti a dozzine durante la Rivoluzione e questa era l’unica via a mia disposizione per provare a fermare tutto quell’orrore. Aiutare a costruire un Sudan migliore per le prossime generazioni è un mio dovere! Ci meritiamo una vita migliore. Ho sentito il bisogno di puntare un riflettore su quello che stava e sta succedendo in Sudan. Avevo e ho l’obbligo di far sentire la voce dei sudanesi tramite i miei disegni: dobbiamo dire chi siamo e cosa stiamo affrontando.

Hai fatto sicuramente una scelta coraggiosa. Hai mai incontrato difficoltà?

Da giovane sudanese, ho affrontato molti problemi a causa della dittatura di Al Bashir. Io, come molti altri giovani, ho lasciato la mia famiglia e i miei amici. Ho dovuto lasciare il Sudan e sognavo il giorno in cui il regime sarebbe caduto. Non ci hanno rubato solo la casa. Ci hanno rubato il nostro tempo, le nostre vite e la nostra gioia. Hanno fatto in modo che ogni giovane sudanese aspirasse e pianificasse la fuga dal proprio paese per cercare una vita migliore. Ad essere sincero, la nuova generazione mi ha stupito: hanno sacrificato tutto per assicurarsi che la rivoluzione avesse successo.  Nessuno di loro ha perso la vita in vano. Non ci sono parole per descrivere quanto io sia pieno di rispetto e gratitudine per coloro che hanno dato la vita per un futuro migliore per tutti. Grazie a loro e per loro continueremo a combattere fino a quando non vedremo la libertà, la pace e la giustizia realizzate in tutto il Sudan.

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Com’è cambiata l’arte dopo la caduta della dittatura?

Certamente c’è stato un grosso cambiamento tra prima e dopo la rivoluzione. Come ho detto, l’arte è libertà! Dopo la rivoluzione abbiamo potuto assaggiare per la prima volta il sapore della libertà. Immagini avere 30 anni e non aver mai potuto fare esperienza della libertà d’espressione?! Improvvisamente, dopo 4 mesi di proteste, sei libero. Le strade del Sudan sono cambiate in un giorno: da monotone e misere a piene di colori e di gioia. Su molti muri in tutto il Sudan è stato disegnato un graffito che urlava “Libertà, Pace e Giustizia”.

Qual è il messaggio, o i messaggi, che vorresti lanciare attraverso la tua arte?

Noi sudanesi abbiamo molti messaggi che vorremmo lanciare al mondo intero, proviamo molto amore e parecchia pace. Vogliamo condividere il nostro pensiero e la nostra cultura con tutti. Sai, vogliamo prendere parte all’evoluzione di questo mondo e abbiamo il potenziale necessario per diventare un paese sviluppato. Il mio messaggio è che l’arte e l’amore sono il nostro unico modo per sopravvivere quindi si potrebbe riassumere in: “Viviamo tutti in pace e con amore!”

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La tua arte contempla anche un progetto di ricostruzione di un nuovo Sudan. Quali sono le tue speranze per questo processo?

Prima della rivoluzione ero senza speranza. Disegnavo la realtà che vivevamo. La maggioranza dei miei disegni avevano un messaggio pieno di verità ma triste, perché rappresentavano una verità piena di dolore. La rivoluzione ha trasformato l’assenza di speranza in speranza piena e ora siamo in grado di vedere la luce della libertà, grazie a tutti coloro che hanno partecipato a questa causa, per quanto piccolo possa essere stato il loro contributo. Ora insieme possiamo costruire un nuovo Sudan, cosa che senza la libertà non si poteva nemmeno pensare! Dobbiamo sempre tenere a mente che non dovremmo mai lasciare che un dittatore ci comandi. Ora siamo finalmente liberi dagli oppressori. Ora è il nostro momento. Ora è il momento del Sudan.

Foto di copertina: @omartaartoob 

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