Con un ampio background musicale, Francesco Lo Giudice, in arte Alsogood, distingue di sonorità jazz le sue produzioni di hip hop strumentale che si avvicinano ai mondi dell’hip hop jazz e lo-fi. Sotto il nome di Mastro prod. muove i suoi passi nel puro spirito hip hop, collaborando con rapper nazionali e internazionali.

Nel 2018, assieme a Emanuele Triglia e Alessandro Pollio, fonda il gruppo Figùra e pubblica l’album Place to Be. Abbiamo ascoltato il suo ultimo EP Homeless in a Suite nel nostro articolo sul lo-fi ed è vicino il prossimo album con ospiti internazionali come Farnell Newton, che ha lavorato con Steve Wonder e Jill Scott.

Partiamo con le presentazioni: chi sei, da dove vieni e cosa fai.

Sono Francesco e vengo da Reggio Calabria, mi sono trasferito a Milano per proseguire in maniera più approfondita la parte artistica e di produzione musicale che ormai seguo da più di 10 anni. Ho iniziato questa strada perché da ragazzino ballavo la breakdance e per anni ho fatto tanti contest in giro per l’Italia. Ancora non producevo, e non avevo ben chiaro il mio percorso ma l’ho scoperto ritrovandomi nelle persone che per passione ballavano su ritmi funk e compravano dischi in vinile e campionatori. Da lì mi sono appassionato totalmente e ho comprato il mio primo campionatore, un AKAI 950, che è una cassa da morto e gira a floppy, ma nell’ottica del vintage ti da quel suono tipico della Golden Age degli anni ’90, un po’ 12bit.

Produci da 10 anni, come sei passato dalle influenze funk a quelle jazz nelle tue produzioni? A cosa devi questo cambio di stile?

Nel 2007 ho iniziato a fare i beat per amici e conoscenti, in giro per l’Italia e all’estero, che adesso si sono affermati come Rocco Hunt. Internet e le Jam in italia mi hanno permesso di creare un grosso giro di produzione, sotto il nome di Mastro produzioni, e dare una svolta alla mia carriera.

Per me, produrre significava cucire appositamente il beat per quell’MC. Fino al 2011-2012, quando scoprii J Dilla: ne rimasi folgorato perché era lontano dagli standard dei beat hip hop e non lo riuscivo a capire. Nel frattempo l’Europa si stava aprendo a questa scena e vidi Esa, storico rapper italiano, nonché mio caro amico che fu il primo in Italia a creare beat che avessero vita propria, senza rapper e cantanti. Iniziai ad approfondire questo modo di produrre musica, squantizzata e fuori griglia. Lanciai questo progetto, Alsogood.

Mi sono messo in proprio, tralasciando la stretta collaborazione con i rapper e faccio principalmente musica strumentale. Ho approfondito lo studio sullo strumento da privato e ho conosciuto molti produttori e musicisti jazz come Emanuele Triglia, che erano innamorati della scena beat. Il che era strano perché il beat veniva realizzato con i campionatori, non con gli strumenti musicali, e loro invece curavano ogni sua parte suonandola personalmente.

Unire la tradizione del campionamento di vinili con gli strumenti ti apre a mille possibilità. E il jazz è uno sviluppo naturale della produzione hip hop, perché è un genere che l’appartiene. Tu potresti consideranti un cultore dell’hip hop jazz, giusto?

Io suono musica hip hop, principalmente, con i musicisti jazz che sono funzionali nel dare al suono una caratteristica particolare. L’hip hop è il convergere di tante culture e discipline e il mio approccio si basa su questo principio.

Parlaci di Figùra, il tuo progetto musicale.

Figùra è nata a caso, perché c’era questo scambio di idee e tracce con Emanuele Triglia e Alessandro Pollio, il nostro pianista. Volevo realizzare il mio primo album ufficiale come Alsogood ma volevo l’ausilio dei migliori musicisti italiani. Emanuele mi propose di sviluppare insieme un progetto e nacque Figùra, coinvolgendo Illa J, fratello di J Dilla e la sua famiglia; Ainè, voce soul romana in forte ascesa e MARO, cantante portoghese all’epoca sconosciuta e adesso nell’etichetta di Quincy Jones.

L’etichetta indipendente Inchpersecond, che ha due sedi una a Berlino ed una a Tel Aviv, ci contattò e lavorammo alla distribuzione e pubblicizzazione del disco sul territorio internazionale più che italiano. Anche perché, ai tempi, fare questa roba in Italia era una bestemmia. Mandammo il disco a tantissime etichette italiane per rivendicare la paternità italiana, ma non fu accettato.

Il disco andò benissimo e avemmo un sacco di date fino alla fine del 2019. Penso sia rimasto un classico nella scena, e fu di ispirazione per tanti artisti che ripresero quelle sonorità nei loro album.

Pensi che in Italia ci siano i presupposti per sviluppare questo gusto musicale?

Non lo so perché purtroppo la musica in Italia è in mano ai “furfanti”, l’etichetta che vuole investire su un artista deve assicurarsi di fatturare, e pensa sia rischioso farlo su qualcuno che porta un prodotto nuovo. Non è nel loro interesse e questi artisti non hanno visibilità. Anche i canali di informazione devono incrementare le giuste informazioni, non solo quelle imposte dall’ufficio stampa. Bisogna incoraggiare l’identità underground di un prodotto e non solo quando ha raggiunto un determinato risultato. L’atteggiamento è sbagliato, c’è un furto d’identità e sonorità molto forte, senza riconoscimenti.

C’è una grande rivalsa con gli stream degli artisti stessi, con il digitale si può guadagnare in proprio, tramite le royalties dei negozi di dischi online. Non tutti gli artisti hanno un budget da investire, ma se sei vero e hai talento qualcuno se ne accorge e vieni premiato.

La Vynil Digital è la tua etichetta, che cura anche la vendita digitale dei dischi e delle tracce. Come ti trovi con una label internazionale?

La Vynil Digital è quella che ho considerato come più autorevole nel campo dell’hip hop strumentale. Se si vuole fare musica non ci si può limitare al mercato italiano, fuori l’Italia c’è la possibilità di lavorare, ci sono etichette, editori, organizzatori che apprezzano il tuo lavoro e hanno un mercato nel quale si può investire.

Vorrei invitare gli artisti a guardarsi intorno, perché l’underground si muove, vorrei che fosse più accreditato, non devono raccogliere solo gli altri, ma anche noi.

Immagine copertina: © Alsogood
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