di Ilaria Mulè
intervista a cura di Cristina Cassese

Biografia vibrante, lirica e vitale, fatta di memorie e slanci, innestata nella cornice poetica offerta dal dramma del Bardo, “Amleto take away” della Compagnia Berardi Casolari in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma dal 28 al 30 marzo, è una tragicommedia ad alto contenuto di icone. Ascensione e caduta, idealmente si celebra l’elevazione e l’abbattimento del mito. Si parte con l’immagine della Passio Christi: il giovane tarantino è crocifisso, legato ai polsi, con il capo leggermente reclinato. Altare e contraltare, il pannello provvisto di rotelle, su cui si apre un sipario rosso che indica il luogo deputato in cui si consuma il martirio, gira e si ribalta: compaiono affissi piccoli ritratti di Jim Morrison, Che Guevara e Padre Pio, personaggi di grande carisma e grandi numeri.

Il regale condannato denuncia il male dei tempi odierni, minacciati da polarità contraddittorie: la sorte dei popoli del Nord e del Sud del mondo, lo studio che non serve e il lavoro che non c’è, le avanguardie incomprensibili e le tradizioni insopportabili. Il monologo dal patibolo è un monito urlato che ricorda, per la fissità angosciata e trafitta, il dipinto di Francis Bacon: “Studio dal ritratto di Innocenzo X di Velàzquez”. Si stempera il tono, quando il nostro Amleto indossa la maglia dell’Inter. Nel corso dello spettacolo viene compiuto e ripetuto un atto di approvazione devota e capovolgimento dissacrante degli idoli. Anche il Terzo Teatro è nel mirino. L’ironia non risparmia nemmeno i maestri, figuriamoci le esternazioni corredate da emoticon sulla piattaforma di Facebook.

Non più: “Essere o non essere”, ma: “To be o Fb, this is the question for me, my friend!”. La celebre battuta pronunciata nel terzo atto subisce un’estrema attualizzazione. Il dibattimento è tra: essere o apparire, vivere veramente o virtualmente attraverso i social. Quindi, il dilemma è: essere se stessi in semplicità o mostrarsi vincenti in un selfie?

“Amleto Take Away” parte dall’opera shakespeariana per allontanarsene. Il dato personale, costituito dai frammenti di vita incastonati nella tragedia, è inserito in una dimensione sociale. Il fantasma del padre, da sommessa apparizione, diventa la vivida figura di un operaio dell’Ilva, che tornando a casa legge le avventure di Tex Willer, mentre la famiglia è riunita intorno alla tavola per la cena. Il piccolo Amleto sogna: il polo siderurgico appare trasfigurato in uno scenario costellato da draghi e colonne di fuoco alte fino al cielo. Ignaro delle conseguenze delle combustioni industriali, gioca con i residui di carbone tra i candidi capelli del genitore. Scorrono i ricordi, fino al viaggio a Londra, quando gli viene diagnosticata una malattia congenita che causa cecità.

Lo stile della pièce è simbolizzante. Perle e fiori per Ofelia, la sua veste bianca, immersa in un secchio d’acqua, ne suggerisce la morte per annegamento. Con fare destrutturante e irriverente, con un atteggiamento di fondamentale onestà e in relazione con gli spettatori, la coppia artistica costituita da Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari porta avanti la lezione di Leo De Berardinis.

 

L’intervista:

Come mai avete scelto di lavorare sul personaggio di Amleto?

In realtà è lui che ha scelto noi. Abbiamo iniziato a indagare alcuni temi che sentivamo urgenti: la relazione padre-figlio, l’amore e la follia dei nostri tempi, il virtuale che ha preso il sopravvento sul reale. Cercavamo una storia, un contenitore, un filo rosso che legasse tutti questi temi ed è apparso Amleto. In quel periodo eravamo entrambi pieni di dubbi, sia a livello personale che professionale: la figura di Amleto è la più emblematica in questo senso. E poi è l’icona di quest’epoca quindi ci è sembrato il personaggio più adatto per portare in scena ciò che ci stava più a cuore.

Nel vostro teatro è evidente l’influenza di César Brie? Quali sono i vostri riferimenti artistici, teatrali e non?

Certamente il teatro di Leo de Berardinis e di Marco Manchisi; tra l’altro, noi ci siamo conosciuti proprio durante un laboratorio/spettacolo condotto da Manchisi. Poi c’è il rock’n’roll, non solo come genere musicale ma proprio come dinamica di condivisione dell’arte con il pubblico che per noi è importantissima. A livello drammaturgico, facciamo molto riferimento al lavoro di alcuni psicoterapeuti, in particolare abbiamo approfondito l’opera di Marina Valcarenghi: i suoi libri ci guidano nella creazione dello spettacolo. Poi c’è l’arte figurativa, la pittura che ci affascina moltissimo: rielaboriamo le immagini al buio, ci divertiamo a convertire l’immagine fisica in immagine mentale.

Gabriella è in scena per tutta la durata dello spettacolo che è però sostanzialmente un monologo. Qual è il suo ruolo?

Un vero regista è al servizio della scena e degli attori. Abbiamo voluto esserci entrambi per restituire al pubblico quello che è il nostro modo di lavorare: siamo connessi da un filo invisibile e ci piaceva l’idea di questa figura in scena che custodisce Amleto, che lo supporta e fa da ponte con gli spettatori. E’ una sorta di burattinaia onnisciente ma al tempo stesso amorevole. E’ il suo angelo custode.

Nel 2018, grazie a questo spettacolo, Gianfranco ha ricevuto il prestigioso Premio Ubu Miglior Attore. Eppure, c’è una scena molto forte in cui criticate aspramente il sistema italiano delle produzioni teatrali. Che effetto vi ha fatto ricevere un premio istituzionale così importante?

Questo spettacolo doveva essere completamente diverso: all’inizio volevamo realizzare una grossa produzione, coinvolgendo altri attori, altre compagnie. Poi, ascoltando diversi pareri, ci siamo resi conto che non era quello che davvero volevamo. E questo è uno dei temi principali di Amleto Take Away: credere nei propri sogni, fino in fondo, a dispetto di tutto quello che gli altri possono pensare o dire. Noi ci abbiamo creduto ed è arrivato questo riconoscimento per cui siamo molto grati ma la cosa più bella è stata renderci conto che la nostra esperienza incoraggia i giovani. Percorrere la propria strada senza farsi manipolare per noi è essenziale. Poi, certo, ascoltiamo i buoni consigli ma riteniamo sia fondamentale fare ciò in cui si crede, senza farsi condizionare dal sistema.

Quali sono i progetti futuri della Compagnia Berardi Casolari?

Abbiamo un progetto in cantiere che sarà un’evoluzione di questo spettacolo; ancora non sappiamo se lavoreremo di nuovo su un grande classico però sicuramente ci interessa rielaborare criticamente il contemporaneo. Grazie ad Amleto Take Away abbiamo cominciato a indagare la nostra società e ci sono ancora tanti temi che vogliamo affrontare. Di solito, noi scriviamo liberamente e poi scegliamo due o tre argomenti che ci sembrano particolarmente importanti. Viviamo in un’epoca in cui tutto procede così velocemente e questa rapidità impedisce l’approfondimento, non abbiamo il tempo di scavare in noi stessi: i social hanno accelerato tutto, i nostri desideri, i tempi delle relazioni e questa dimensione consumistica dei rapporti umani è un’urgenza da raccontare. La realtà esterna è il riflesso della nostra vita interiore. Il tema dello scollamento tra società e individui e quello della disonestà, soprattutto con se stessi, ci sembrano le questioni più urgenti. E la cecità è la metafora perfetta in questo senso. È giunto il tempo di riprendere la lotta.