Il colore che esplode e le forme che si plasmano, volti noti e frasi familiari. Emiliano Cavalli, artista basato a Torino, da anni ci racconta la modernità con occhi pop. Attraverso le sue “Heroine“, che arrivano sempre con un messaggio di speranza, e i cuori spezzati (e ricomposti) di “Seconda occasione” si è dedicato al suo pubblico provando a mostrarne le debolezze, trasformandole in pezzi meravigliosi.

Nato a Casale Monferrato (1976) trascorre la sua infanzia in un mondo immerso nell’arte. Dopo il liceo si sposta a Milano per seguire la sua passione per il design ma è a Torino che comincia a dedicarsi all’arte. Nella città piemontese arriva nel 2002, dove comincia a collaborare con diverse realtà, tra cui lo stilista Martino Midali e il creativo Walter Dang. Negli anni successivi si susseguono mostre in varie città di Italia: Roma, Milano, Venezia, Napoli e Chiusi. Negli ultimi eventi prende parte al progetto della Start up Artupia con cui realizza opere per Disney e Badari Design. Oltre al design e alla pittura, si appassiona anche di fotografia e grafica. E’ inoltre attivo nel sociale con il progetto “La Forma del Cuore” laboratorio che tende a confrontarsi con una delle forme a noi più cara, quella del cuore. Artwave lo ha incontrato e gli ha chiesto di raccontarsi.

Come ti sei avvicinato all’arte come hai trovato la tua voce?

Ho avuto la fortuna di esser circondato da persone che mangiavano arte, ho sempre disegnato, poi un giorno ho pensato che potesse essere la mia strada, ora credo che mi sentirei muto a non potermi esprimere con il colore.

Al centro delle tue riflessioni c’è la pop-art con i suoi colori accesi, tu li interpreti in maniera particolare, ci spieghi?

I miei colori sono spesso contornati da un tratto di pennarello indelebile, come se avessi bisogno di fissare le campiture di colore, darmi un ordine, avere la sicurezza che possano rimanere immobili. I colori accesi spesso nascondono un significato che esula dalla pop art, ma sta allo spettatore soffermarsi oppure indagare.

Ci racconti di Esc76?

È un bimbo che ama colorare, che ha trovato la forza per non diventare grande, che difende il suo spazio, la sua dimensione sicura, che si trova a suo agio vestendosi di abiti sporchi di acrilico, ha un unico sogno quello di poter colorare una piccola parte di mondo a modo suo, chiedendo permesso e senza urlare.

Le tue opere sono spesso accompagnate da frasi, citazioni o slogan, anche la parola si fa arte?

Le parole rafforzano, sono spesso mie frasi che ispirano il quadro stesso, frasi che in parte cancello, parole che anagrammo, ognuno può leggere ed entrare a fare parte dell’opera.

Le donne forti che selezioni come soggetti, le tue heroine, hanno tutte un messaggio forte per il pubblico. Cosa vi lega?

Spesso ho ritratto donne “forti”, prima però ho indagato nella loro vita, in comune fra loro hanno un passato travagliato, la forza spesso è stata riconosciuta per essere sopravvissute al loro talento ed al loro essere recidive nello sbagliare. Con loro in comune forse ho una forma di dislessia emotiva, una forte insicurezza, il non essere in grado di vivere il momento in cui bisognerebbe viverlo, la sensazione di non avere mai i mezzi giusti e l’ordine delle parole corretto per fare comprendere quello che sto provando.

La parola “fragile” ricorre spesso, anche accompagnata da un “I’m not”. Ci racconti il suo significato?

Fragile è una dichiarazione al mondo di qualcosa di prezioso, qualcosa da proteggere, un atto di forza in un contesto in cui la competizione e l’arrivismo la fanno da padroni, ma a volte questa fragilità viene tradita e usata ed allora forse è meglio proteggersi in un “I’m not”.

Le tematiche LGBT esplodono letteralmente nei tuoi colori, la tua arte è un grido di protesta o di esultanza?

Ora sicuramente un grido di esultanza, ma in passato ho usato le mie opere per dare voce ad una richiesta corale di eguaglianza, ho usato il colore per amplificare con i miei mezzi una lotta pacifica per i diritti, in fondo un quadro è la metafora di quanto la diversità dei colori possa regalarci un insieme bellissimo.

Con “Una seconda occasione” hai letteralmente verificato in quanti modi si può spezzare un cuore (e di quanti materiali può essere fatto), cosa hai carpito da questa ricerca?

Che è necessario fermarsi, provare a ricostruire tutto quello che inizialmente ci sembra perso, perché una seconda occasione è spesso un modo per ricominciare ad amarsi.

Cosa vuol dire fare arte nel 2020?

Un atto di ribellione, resilienza e amore, ma anche sentirsi un privilegiato che può vivere della propria passione e talento.

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