I ragazzi sognano in grande, di essere in Marocco, in riva al mare, sorseggiando il loro sudato thè alla menta che si riscalda man mano che il fortunato ultima le direttive per il singolo che uscirà tra qualche mese. I ragazzi di Atelier 71 hanno l’obiettivo di diventare grandi. E non solo grazie ai soldi: ma grazie al rispetto, la libertà artistica, la fiducia e la dedizione.

Come e quando nasce Atelier 71, e perché questo nome?

Atelier 71 fa parte della UMMA, che nasce dall’esigenza di raccogliere tutte quelle persone che hanno qualcosa da dire, e creare un posto sicuro per potersi esprimere senza la paura di essere giudicati o incompresi. Quando poi la UMMA era diventata oltre che musica anche sport, eventi, radio con programmi culturali, decidemmo di staccare il ramo musicale e nel 2015 è nato Atelier 71. Atelier perché doveva essere un posto fisico con sala prove, sala registrazione, palco per i concerti. 71 perché è uno dei migliori anni per la musica contemporanea, il 1971.

Ma l’etichetta è solo una formalità, il progetto originario è ancora in corso di svolgimento e il posto fisico dove vorrei fosse l’atelier è in Marocco, sul mare.

La Black Music è il vostro background. Siete cresciuti con essa o grazie ad essa, o entrambi?

Desperado Rain: penso di esser cresciuto con essa, e solo dopo mi sono accorto di essere diventato quello che sono grazie a lei. Ho un certo approccio alla musica e libertà artistica che non sono scontati. Quando sono arrivato in Italia e ho cominciato a girare un po’ ho capito che non è così per tutti.

Paziest: in entrambi i modi, perché mia mamma aveva un sacco di dischi di black music e sono cresciuto con quella musica. Una quella base di partenza che mi ha permesso di scoprir altra musica, precedente a quei generi ed appartenenti alla cultura afroamericana. Ho scoperto che ci sono sempre dei riferimenti continui l’una all’altra, la musica soul, RnB e hip hop rimanda alla musica jazz degli anni 20, al funk. L’interconnessione non la vedevo da nessun’altra parte, la musica mi ha insegnato a coltivare l’interesse per le cose, ad essere curioso.

Arya: io ho un background diverso perché mio padre è americano vecchio stile, cantava la salsa e ascoltava solo quella. Sono cresciuta quindi con la salsa, in tutte le salse, ma solo quella. Quella è black music e appartiene alla black culture, ma in pochi la riconoscono. Quando poi sono cresciuta ho acquisito un’indipendenza musicale.

Atelier 71 è un’etichetta giovane, fondata da ragazzi. Voi ambite alla qualità o alla quantità? E in base a questo, come intendete arrivare all’obbiettivo? Chi vi ha aiutato a capire come muovervi?

Rain: Ci troviamo bene insieme perché ciò che ci accomuna è l’assenza di insegnanti. Le cose le sappiamo ma nessuno ce le ha insegnate. Abbiamo una fame di sapere e di conoscere che ci spinge a migliorarci sempre e a voler condividere le informazioni e le esperienze con tutti. Ci aiutiamo l’un l’altro. Puntiamo alla cultura, né alla quantità né alla qualità.

Arya: l’industria musicale è una m****. Ho avuto a che fare con altre realtà e la norma è che l’unica cosa che importa è il profitto, il guadagno, l’apparire. Prima si costruisce l’immagine e poi la musica, ma non deve essere così. Atelier è un’eccezione, c’è stata fin da subito la volontà di crescere assieme. Non c’è profitto, ma un sincero interesse, io vedo in te qualcosa che forse è più grande di quel che tu pensi che sia.

Paziest: questo è importante a prescindere, dovrebbe essere sempre così. La bellezza della diversità, dalla varietà. Ognuno porta il suo pezzettino che aggiunge pezzi a quella che è la strada comune.

Daamn Bwoy è il vostro podcast. Volete parlare di questo progetto e introdurre Silvia Nasty?

Sia io che lei veniamo da una realtà radiofonica e ad entrambi interessa dire e dare qualcosa a chi ci sta intorno. Gli proposi il podcast, volevo studiare l’antropologia della musica contemporanea, spiegare, parlare, connettere, capire la gente attraverso la musica e viceversa. Così sono uscite due stagioni, a settembre esce la terza, e *piccolo spoiler* sarà probabilmente accompagnata dal formato video o sotto forma di eventi con il pubblico che potrà interagire e fare domande.

Progetti futuri? Ci saranno artisti nuovi ed emergenti?

C’è un artista che uscirà in autunno, il suo primo singolo è prodotto da Atelier 71. Sarà una nuova sfumatura al glossario stilistico del gruppo. Ha la sonorità trap, è un narratore aggressivo, che racconta quello che gli succede attorno a sé e ha un’altra visione. Sono molto contento perché ci siamo inseguendo da un paio d’anni, e volevamo un lavoro più che perfetto.

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