Classe 2001. Un talento da vendere. Una creatività sconfinata, figlia forse della sua giovanissima età. Matteo Piacenti è di certo una delle giovani promesse del panorama artistico nostrano. Ad appena 18 anni ha già diverse mostre all’attivo, anche internazionali, con collaborazioni di grande rilievo. “Ma tu guarda che scoperta! E poi dicono peste e corna di questa generazione Z”, commento tra me e me durante la nostra chiacchierata. Lo raggiungo via Skype (per ovvie ragioni) tra una lezione e l’altra – per la cronaca, va ancora al liceo, artistico per la precisione – per chiacchierare del suo ultimo progetto: “Atto d’artista ai tempi del Covid-19: #NoStormLastsForever”  in iniziativa con la 29 Arts in Progress di Milano.

Eccoci qua, ciao Matteo! Come va la quarantena?

Me la sto vivendo  bene, non è poi così negativa. In fin dei conti sono una persona che vive molto la propria casa, il proprio studio, che ho dentro casa! (ride). Quindi, ripeto, è abbastanza normale. Certo, mi manca un po’ la libertà di spostarmi, come andare a  Roma a vedere qualche mostra; ma nonostante la situazione riesco lo stesso a tenermi impegnatissimo, scuola in primis.

Io direi di cominciare subito rompendo un po’ il ghiaccio per il lettori di Artwave e partire letteralmente dall’inizio, dalla Genesi, se me lo consenti.  Chi è Matteo Piacenti?

 Mi viene da dirti, senza troppo girarci attorno, che Matteo era il Folle: colui che si buttò coscientemente dal caminetto di casa per provare a sperimentare il volo leonardiano, dimenticandosi però di descriverne le conseguenze.

Scusa, ti interrompo…ma letteralmente o è una metafora, perdonami?

Letteralmente, sono proprio io (ride).

Bene! Questo è divertente. Ma torniamo alla domanda.

Giusto! Sono assiduamente alla ricerca del mio Io interiore, in quanto individuo; non a caso amo spesso isolarmi, da intendere però con accezione positiva. Ad oggi spesso infatti non trovo particolare interesse nel circondarmi di persone, anche a me coetanee, se non stimolano la mia creatività. Piuttosto che forzare rapporti improduttivi, preferisco stare da solo. Trovo nel mio essere solitario un motivo di introspezione profonda e un punto di partenza per l’immaginazione.  Quanto al mio “fare” artistico, da che ho memoria, ho sempre creato oggetti con le mie mani, anche se penso che inizialmente fosse il mio inconscio a muoversi. In fin dei conti sono principalmente un fotografo: le mie mani sono anche il mio mezzo. Ad oggi quello che ancora mi entusiasma è l’ armonia e l’ equilibrio nella natura.  E sono consapevole che proprio da lei arrivi la maggior parte dell’ispirazione nei miei lavori. Viceversa credo che il mio istinto creativo non possa fare a meno della natura. Il corpo è la batteria. La natura la sua carica. È anche per questo motivo che se dovessi in futuro – o per lavoro o per piacere – andare a vivere in una grande città, tornare ogni tanto a casa mia, a Nepi, non mi spiacerebbe affatto. Mi ricarica, appunto.

Veniamo al dunque. È da un po’ di anni ormai – e tu lo sai bene – che seguo con entusiasmo fanciullesco e tanta curiosità il tuo lavoro. E un’idea un po’ me la sono fatta. Il tuo talento va ben oltre la fotografia, la posa, la costruzione simmetrica, l’uso sapientemente calibrato di luci ed ombre. Il bello scatto, insomma. Quello che ho compreso è che ciò che si cela dietro la tua straordinaria costruzione in bianco e nero dello “scatto da studio” c’è un’indagine: psicologica; antropologica; quasi scientifica, verso i tuoi soggetti. Perché sono convinto che siano storie a tutto tondo quelle che ci vuoi raccontare. Ti immagino come uno scrittore che al posto della penna imbraccia la macchina fotografica. E spesso questo tipo di indagine narrativa porta a cogliere quei 21 grammi che appartengono ad ognuno di noi: l’anima. In fin dei conti, sarebbe forse troppo facile “ritrarre” le persone, non credi? Parlaci un po’ del tuo processo creativo e cosa ti spinge a creare?

Hai capito perfettamente ciò che sta dietro dietro la mia ricerca artistica: non sono solo interessato a creare “il bello scatto”; quello maniacalmente e perfettamente costruito. Ma cerco di andare oltre la fisionomia, la linea del corpo. La mia fotografia è intima, perché spoglia letteralmente i suoi soggetti da tutte le loro insicurezze. Per farti un esempio, prendiamo un’emozione come la paura. Ecco, io faccio sì che questa nei miei soggetti diventi erotismo. Fare fotografie per me è paragonabile all’ atto sessuale, un istinto: ti turba. Ma un sesso istintivo pieno di purezza, candore, rispetto. Si, c’è una forma di abbandono totale nel fidarsi reciprocamente nella mia fotografia.

Un altro tema che affronto con frequenza con il mio obiettivo è quello legato all’omosessualità, e non è un caso. Cerco così di ridare dignità ad una comunità che per troppo tempo ha sofferto di abusi e discriminazioni da parte della nostra società. Per non dimenticare che molti appartenenti alle comunità Lgbtq+ furono anche torturati, seviziati o addirittura uccisi. La loro colpa era solo quella di amare un’altra persona. E mi viene subito in mente l’immagine del triangolo rosa nei campi di concentramento. Quindi fotografare per me è anche un atto di protesta contro ideologie conservatrici e repressive. Ripeto, cerco così che i soggetti che poi imprimo nero su bianco, possano riappropriarsi dei loro diritti negati. Quella dignità negata che li rende essere umani. 

Un altro “atto di protesta”   è che amo le imperfezioni, le mie imperfezioni, in quanto essere umano. E pensare che anche chi ho di fronte possa essere così, mi piace. Amo i tratti che altri rifiutano e faccio sì che  questi diventino protagonisti, e possano educare lo spettatore a quella che possiamo definire come una “lettura alla diversità”. Mi spiego meglio: io non sono diverso da te perché ho quattro mani; piuttosto sono diverso perché ho le mie imperfezioni che mi rendono unico e speciale. Questa è la mia arte. Insomma, puoi vederla anche come una perversione (ride).

A soli 14 anni (se i miei calcoli non sono sbagliati) la tua prima mostra personale Primi Impatti (Nepi, 2015). Da lì, in soli cinque anni, di strada ne è stata fatta, vista anche la tua giovane età! Nel 2018 sei stato scelto per partecipare alla mostra collettiva The Great art Italian in London curata da Vittorio Sgarbi alla Crypt Gallery di Londra.  A settembre 2019 le tue fotografie arrivano a Milano per una nuova mostra collettiva: Unpublished photo 2019 alla 29 Arts in Progress. Ripeto, sei giovanissimo e già hai un portfolio attivo di tutto rispetto. Da queste esperienze cosa hai fatto tesoro? Lavorare a contatto con curatori, galleristi (o altri artisti, sia chiaro) ha influito sul tuo modo di vedere il mondo?

Come premessa, mi piace ricordare sempre da dove provengo. Sono nato e cresciuto a Nepi, un piccolissimo paese di provincia. I miei genitori sono commercianti. Le mie origini sono ben lungi dall’avere a che a che fare con il complesso mondo dell’arte. Per questo mi capita spesso di rispondere a domande del tipo: come hai fatto ad inserirti e a farti conoscere in questo ambiente? Io con sincerità rispondo sempre la stessa cosa: la passione. Proprio quella passione che fin da bambino mi ha spinto ad andare avanti per la mia strada.  Ricordi alla prima domanda quando parlavo del concetto di isolamento? Ecco, in quel momento stavo dando forma, anche se solo mentalmente, alla mia passione, al mio mondo ideale; e sapevo che prima o poi tutto ciò si sarebbe realizzato.  Senza arroganza ammetto che oggi posso dire che nel mio piccolo le mie soddisfazioni professionali le ho raggiunte. In fondo ho solo diciott’anni. Ma sono anche consapevole che la strada da percorre sia ancora molto, molto lunga. Londra, Milano, Bologna (al Barattolo, ndr.) o Roma (al Teatro India, ndr.) sono solo punti di partenza, più che traguardi.

Inoltre queste esperienze mi hanno dato modo di viaggiare, conoscere gente nuova, ognuna delle quali mi ha donato un piccolo pezzetto della propria esperienza personale, di cui ho fatto tesoro; ma soprattutto mi ha dato modo di comprendere che la collaborazione, il continuo dialogo, in questo mondo è qualcosa di estremamente importante per crescere sia umanamente sia professionalmente, e non è un dato trascurabile. E soprattuto ha dato modo di farmi conoscere.

Ma non solo fotografia, giusto Matteo?

Guarda, in verità non c’è precostituzione in me. Amo sperimentare con la massima libertà espressiva, non escludendo nessun mezzo. Per farla breve. Studio architettura. Mi interesso di cinema.  Spesso dipingo. Amo la scultura, alla follia. E come già sai, scatto fotografie. Poi chissà…(ride). 

Rimanendo sul tema dei multiforme mezzi espressivi che caratterizzano la tua ricerca artistica, parlaci del tuo nuovo progetto, Atto d’artista ai tempi del Covid-19: #NoStormLastsForever in collaborazione con la 29 Arts in Progress di Milano. Cosa ti ha spinto a farlo? Perché hai scelto la parola scritta e non il mezzo per il quale sei più conosciuto?

In questo periodo storico dove il Covid-19 ha immobilizzato l’economia e ha bloccato la possibilità di fruire direttamente del sistema culturale del nostro paese, penso che sia compito anche degli artisti contribuire a risollevare gli animi.  E si apre un po’ la questione del ruolo dell’arte in questo periodo. Credo veramente che l’arte possa essere una risorsa importante, anche quando l’economia ha un downturn, un ribasso. Di conseguenza l’arte viene messa un po’ in secondo piano per ovvie ragioni. Il dibattito pubblico ora è polarizzato, giustamente, sulla pandemia che in questo periodo ha invaso la nostra penisola, ma questo non deve fermare il mondo dell’arte. Il nostro compito ora è interrogarsi su questa situazione.  Infatti, ho scritto un “pensiero” sull’epidemia in fogli di carta assemblati a mo’ di fascicolo. In tale “atto” non c’è solo la parola scritta. C’è l’idea, il video, la cura della fotografia. Lo definirei un atto performativo a tutto tondo. Si, la performance è quella che invito tutti i lettori di Artwave a scoprire (@matteopiacentiofficial). 

Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

In verità, quando sei all’interno di certi ambienti, involontariamente assorbi tutto, come una spugna. Poi, sempre senza volerlo, accade che realizzi un progetto, ma non sai più neanche tu da chi hai preso ispirazione. Di getto mi viene da dire che no, non ho pensato a nessun artista in particolare per questo lavoro. Ma sarei falso a dirti che non c’è nessuno al suo interno. Ci sono tante personalità cui sono in qualche modo legato. C’è Marina Abramovic, c’è Robert Mapplethorpe, c’è tanto, insomma. 

Trovo estremante lucida la chiosa del tuo testo: «noi apparteniamo al popolo della bellezza e cultura nel mondo. Non crolleremo, ma di certo questo è un insegnamento di vita. Divinamente inviato da colui che ci ospita in questo mondo». Data la punta “ecologista” in chiusura mi sorge spontaneo: credi nella Provvidenza?

Sono prevalentemente agnostico e sono dell’idea che l’esistenza o l’inesistenza di una divinità sia attualmente sconosciuta ma non necessariamente inconoscibile. Non è un caso se il termine derivi  dal greco antico ἀ- (a-), “senza”, e γνῶσις (gnōsis), “sapere”, “conoscenza”, e sta ad indicare proprio “colui che è senza conoscenza”. Perciò non saprei dare ora una corretta risposta a quello che tu interpreti come “punta ecologista”. Probabilmente hai ragione: si sta ristabilendo lo stato di Natura.

Mi raccontavi, prima di affrontare quest’intervista, che il progetto ha un fine nobile. Vuoi parlarcene un attimo?

Sono felice che tu abbia definito il progetto dal “fine nobile”. E spero vivamente che verrà così compresa anche dai vostri lettori.L’opera sarà battuta all’asta sulla piattaforma eBay per un mese intero (da lunedì 30 marzo a giovedì 30 aprile).  Ma ecco forse l’aspetto che più mi rende orgoglioso: l’intero ricavato sarà devoluto in beneficenza per sostenere gli infermieri della terapia intensiva dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. Lo scopo finale è dotare gli spazi del reparto di nuove strumentazioni per la riabilitazione.  Il tutto in maniera completamente trasparente: la somma dell’intero ricavato dell’asta sarà direttamente versata allo Spallanzani di Roma, tramite bonifico bancario,  mettendo come causale “Atto d’artista ai tempi del Covid-19 – Matteo Piacenti”. 

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