Squadra bianca o squadra rossa. Seguire il cuore e lanciare la palla oltre il muro. Mettere insieme gli indizi per scoprire il finale.

Lo scorso venerdì 28 giugno ha debuttato la performance Ti voglio un bene pubblico nell’ambito del Pergine Festival: un gioco urbano che coinvolge trenta persone e che consiste in una sorta di “caccia al tesoro” in cui si collabora, si dialoga, si cammina e si esplora la città, seguendo cuori disseminati sull’arredo urbano dei vicoli e delle piazze. Le due “squadre” che partecipano all’evento artistico si ritrovano a comunicarsi informazioni attraverso le fessure di un vecchio portone di legno, a lanciarsi messaggi segreti dalle sponde di un canale delimitato da recinti, a lanciarsi palle e palloni oltre un muro altissimo che impedisce di vedere cosa c’è aldilà: un’esperienza unica e molto originale che diverte ma al tempo stesso fa riflettere sulle infrastrutture di divisione che delimitano lo spazio urbano e che innescano relazioni e dinamiche sociali in cui siamo tutti, inesorabilmente, coinvolti.

Abbiamo intervistato la danzatrice e coreografa Elisabetta Consonni che, insieme all’artista Cristina Pancini, ha ideato e realizzato questo progetto site specific.

“Ti voglio un bene pubblico” è un gioco condiviso con il pubblico in diversi luoghi della città. Come nasce questo progetto?

TVUBP ha vinto il bando OPEN/Creazione (urbana) contemporanea promosso da Pergine Festival, In/Visible Cities (Gorizia), Terni Festival, ZonaK (Milano). Il punto di partenza del mio interesse per gli spazi urbani è costituito in qualche modo dal lavoro di Giancarlo De Carlo sull’architettura partecipata: De Carlo è stato tra i primi a sperimentare la condivisione della progettazione architettonica con gli abitanti del luogo e il suo lavoro è uno dei principali punti di riferimento della mia ricerca artistica nello spazio urbano. 

Qual è la modalità con la quale operi quando costruisci questo genere di performance site specific?

In questo caso, tutto è cominciato con delle lunghe passeggiate: durante la prima fase della residenza, ho camminato in lungo e in largo e ho iniziato a interagire con gli abitanti della città. Poi c’è stato il momento di confronto con Adriano Cancelleri, il sociologo urbano che ha collaborato al progetto, e con Cristina Pancini, l’artista che sta realizzando insieme a me la performance. Ci siamo concentrati sui muri, sui recinti e sui cancelli, abbiamo analizzato questi confini chiedendoci cosa succede oltre, sbirciando l’aldilà. L’architettura di un luogo definisce il pattern di movimento delle persone che lo abitano. Abbiamo dialogato con gli abitanti di Pergine Valsugana che ci hanno regalato le loro storie connesse agli spazi pubblici della città: dal confronto e dal dialogo preziosissimo che abbiamo avuto con loro, viene fuori che i muri veri e propri non sono poi così invalicabili. Una delle persone con cui ho interagito durante la residenza mi ha detto chiaramente proprio questo, che “i muri sono nella nostra testa”.

Quali sono stati i tuoi riferimenti artistici e culturali nel tempo?

Anni fa ho partecipato ad una conferenza di William Forsythe e ad un certo punto lui ha parlato di un angolo della sala in cui eravamo, per me è stato illuminante, è stata la prima occasione in cui ho riflettuto sulle aderenze tra coreografia e architettura e in quel momento ho capito che aldilà dell’estetica del movimento mi interessa indagare la relazione con lo spazio, con le forme dell’architettura e con le logiche con cui vengono creati e vissuti i diversi ambienti, pubblici e privati. Un altro momento che è stato di certo molto significativo riguarda due miei cari amici, Gianluca Fratantonio e Raoul de Jong e una conversazione, in particolare, che abbiamo avuto in cui è emersa l’espressione “far esplodere la coreografia”, anche questa suggestione riguardava inevitabilmente lo spazio e le sue dinamiche. Poi ho conosciuto Alterazioni Video in occasione di un lungo workshop che aveva come luogo di residenza Quarto Oggiaro, nell’hinterland milanese: in quel contesto, è emerso un processo per me interessante ovvero quello di ribaltare i concetti inerenti alle cose e alla loro funzione e questo è sicuramente un altro aspetto centrale nella mia ricerca. Poi ci sono gli architetti dello studio Pacman che oggi si chiama Enorme Studio di Madrid: realizzano progetti di “architettura trasformativa” nei contesti urbani e il loro lavoro è stato per me un ulteriore fonte di ispirazione.

Quali sono i tuoi orizzonti per il futuro?

Mi piacerebbe moltissimo mettere in relazione circuiti diversi per far sì che l’arte sia sempre di più qualcosa di vivo, di concreto per le persone. Vorrei collaborare con enti che operano nel sociale per capire anche qual è l’impatto di un lavoro come il mio sulla società, per le persone. E continuare a indagare lo spazio e l’emozione connessa: come posso trasmettere quello che ho provato in un determinato luogo ad un’altra persona? Come posso passare al pubblico la mia esperienza dello scoprire e dello stare in una determinata realtà? Direi che sono questi i temi che intendo sviluppare in futuro.

Che cosa accomuna il vostro lavoro?

Cristina Pancini: siamo vicine per molti aspetti anche se, naturalmente, abbiamo approcci e punti di vista differenti. Sicuramente a me interessa moltissimo indagare gli spazi liminali, i confini. E un altro importante punto in comune riguarda lo sforzo di immedesimazione: cosa mi permette di percepire la realtà come la percepisce l’altro da me? Quali sono i meccanismi che consentono di immedesimarsi nell’altro? Poi c’è la dimensione ludica che è senz’altro qualcosa che ci accomuna e che a entrambe interessa molto.

Elisabetta Consonni: siamo entrambe interessate a indagare i meccanismi di relazione tra le persone in uno specifico contesto, caratterizzato da una certa infrastruttura architettonica che definisce e limita lo spazio. Una porta, un cancello, un muro non delimitano semplicemente il dentro e il fuori, il qua e il là ma influenzano anche i rapporti umani: ecco perché è così importante rifletterci e capirne il senso. Pur provenendo da differenti formazioni artistiche e avendo ognuna la sua specificità, siamo entrambe interessate ad indagare questo tipo di processi. E qui a Pergine abbiamo avuto la possibilità di intraprendere questo percorso di ricerca artistica multidisciplinare.

La prossima tappa di Elisabetta Consonni e del suo progetto è Gorizia, nell’ambito del Festival Urbano Multimediale In/Visible Cities (residenza dal 1° al 6 luglio, performance il 13 luglio); quindi sarà la volta del Terni Festival (dal 1° all’8 settembre) e infine approderà a ZonaK, Milano dal 23 al 29 settembre.

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