Quanto è importante per un artista il talento e quanto lo studio della materia che lavora? Spesso si crede che chi nasce con una vocazione non abbia bisogno di imparare e, viceversa, che chi si ritrova la voglia ma non i mezzi, sia costretto a “sgobbare” di più pur di raggiungere gli obiettivi. E se invece studio e talento fossero due componenti che, di pari passo, formano al meglio lo stile di chi si esprime?

Dario Lauritano, classe 1994, è probabilmente un esempio lampante di questo concetto: nato a Maddaloni, fin da bambino cresce a Caserta, dove inizia a sviluppare la passione per lo storytelling, sia scritto che disegnato.  A 11 anni inizia già a produrre i suoi primi lavori audiovisivi. Diplomatosi al liceo classico, decide di studiare cinema al Dams di Roma Tre, terminando, nel 2017, il percorso triennale con una tesi intitolata “Il melodramma familiare nel cinema di Xavier Dolan”. Durante gli studi universitari non abbandona il suo training artistico: nel 2015 frequenta un corso di sceneggiatura con Damiano Bruè, creando, appunto, una sceneggiatura poi tradotta nella sua opera prima, “Falso Negativo” (2016). Collabora con l’organizzazione del Caserta Campania Pride 2016, realizzando lo spot ufficiale, e termina anche il suo secondo cortometraggio, “Erre” (2017).

Erre ottiene anche un grande successo arrivando tra i finalisti, nella sezione “Best International Drama”, dell’ “AltFF Alternative Film Festival” di Toronto e venendo incluso nelle selezioni del “Los Angeles Cine Fest”. Poliedrico nella sua espressione, oltre a realizzare anche poesie e racconti che pubblica su diverse piattaforme online, con Erre vince il premio del pubblico a “Duel in Corto 2017” e gareggia al “Napoli Film Festival 2017” nella sezione “Schermo Napoli Corti”. Frequenta, nel 2018, un corso di storyboard e uno di scrittura creativa, fino ad arrivare alla partecipazione, come stagista di regia, sul set del film “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis. “Rapsòdia” (2019) è la sua terza produzione, dove figura come regista e sceneggiatore.

“L’abbraccio” (2019, vernice su legno)

Da sempre Dario è affascinato dall’arte dell’immagine stessa, sia questa un’inquadratura cinematografica o la presa di un obiettivo di una macchina fotografica, dedicandosi quindi anche alle illustrazioni e alla pittura. Dal 2017 si firma con il nome di “dadinski”, avendo al seguito una serie di tele che alla base hanno la riqualificazione dei materiali riciclabili: sulle tavole di legno o su pezzi di mobili da riverniciare, infatti, Dario esprime se stesso, tra colori ora accesi e ora spenti che spiazzano, piacevolmente, l’osservatore. Studente magistrale di Media, comunicazione digitale e giornalismo alla Sapienza di Roma, ha avuto l’occasione, di recente, di esporre alcune sue opere da Marmo, un locale nel quartiere San Lorenzo, spiegando anche tanto della sua arte, del suo stile e delle influenze che l’hanno portato a diventare dadinski.

 

Vieni da Caserta e da anni abiti a Roma. Due città culle dell’arte e della sua espressione. Quanto le tue origini e la tua vita attuale hanno influenzato il tuo modo di dipingere o addirittura il tuo stile?

Moltissimo. Sono cresciuto in una città piccola: Caserta ha conosciuto momenti di grande fioritura culturale, anche nel secolo scorso, ma in tempi alterni. Io purtroppo sono arrivato in un periodo di “magra”, fatte le dovute eccezioni. Non è stato facile, da ragazzino, esprimere la mia creatività liberamente. Sono sempre stato quello che disegnava in classe, quello con la testa tra le nuvole, quello “troppo sensibile”. Quando dentro di te senti un mondo che vuole uscire a tutti i costi non puoi far altro che assecondarlo. Adesso lo dico con assoluta convinzione, ma non l’ho capito subito. Fino al liceo  non ero nemmeno consapevole che quello che realizzavo (dal disegno alla pittura alle prime esperienze di film-making) potesse essere ritenuta “arte”. Lo facevo istintivamente.  Dopo le cose sono iniziate a cambiare, a Roma ho potuto dare forma e senso, organicità al mio sentire e ho capito che le mie passioni potevano diventare qualcosa di più. Molto hanno fatto gli studi che ho intrapreso: ho potuto conoscere la storia del cinema, della fotografia, dell’arte, soprattutto contemporanea. E poi questa città è magica, c’è poco da fare: nonostante le sue contraddizioni, che sono le stesse di tutto il paese, è capace di liberare gli animi, anzi di elevarli. Devi anche saperla assecondare, ovviamente.

Studi nell’ambito della comunicazione e segui anche un corso di regia cinematografica. Quanto credi che questi due filoni accademici, uno riguardante le capacità di trasmissione di un messaggio, magari, e l’altro inerente più alla tecnica di inquadratura o alla visione dell’immagine possano aver migliorato le tue opere?

Il cinema e più in generale l’arte, intesi proprio come forme di rappresentazione della realtà, mi accompagnano da sempre. Sono cresciuto davanti a uno schermo enorme, dentro e fuori dalle sale, anche a casa. A undici anni ho iniziato a girare i primi “film” con altri bambini del mio parco. Al tempo stesso scrivevo piccoli racconti, disegnavo storie a fumetti, dipingevo. Partivo comunque sempre da un’esigenza impellente di raccontare, di dare una mia visione di ciò che vivevo. Avere qualcosa da dire è fondamentale, ma lo è altrettanto saperlo veicolare. E quello, per quanto lo facciamo tutti spontaneamente quando adoperiamo un qualsiasi tipo di linguaggio, lo si può decifrare e mettere in pratica in maniera anche più consapevole. L’arte che produco ad esempio, soprattutto quella materica, non può prescindere da ciò che ho appreso tramite i miei studi e all tempo stesso ciò che ho sperimentato con i miei occhi. Non è un caso che il primo quadro che ho firmato “dadinski”, (Emicrania, 2017) l’ho realizzato poco dopo aver studiato per mesi la storia dell’arte fino ai giorni nostri, per un esame: ho recuperato una tavola di legno da un cassonetto, era verniciata di bianco e mi ricordava una tela. Mi sono procurato della vernice e ho iniziato a far colare il colore e a creare forme, fino a realizzare una figura. Alla fine ne è venuta fuori la rappresentazione visiva dell’emicrania (di cui soffro da più di dieci anni). Insomma c’è sempre una componente istintiva, profondamente personale, ma nel darle forma subentra per forza di cose anche il tuo bagaglio culturale e di esperienze apprese. Conoscere le regole per poterle rompere.

Si dice spesso che l’arte è un settore in crisi: di idee, di valori e, soprattutto, di innovazione. Se ti pensi davanti ad una tela, in un giorno pieno di ispirazione, cos’è per te la novità nel campo artistico? Cosa pensi sia necessario, oggi, per valorizzare soprattutto gli artisti emergenti come te?

Domanda impegnativa. Proverò a rispondere. Difficilmente mi trovo davanti a una tela senza averne sentito prima il bisogno di farlo: è come una fame che arriva all’improvviso e non si placa finché non l’hai “messa in scena”. Questo mi capita, in forme e modalità leggermente diverse, anche quando penso a un soggetto, un racconto o una poesia. Questo modo di produrre è molto legato alla cosiddetta “ispirazione”, e infatti è una bella rogna perché ci sono periodi in cui non riesci a realizzare nulla e altri in cui sei un vulcano di idee. Poi c’è chi ci crede e chi no, ma questa è la mia esperienza, per quel poco che ne so. Detto questo, la novità io la intendo come un approccio inedito applicato a un ambito, artistico ma non solo. È vero che è stato tutto già fatto? Può darsi. Ma qualcuno può farlo come te? Assolutamente no. È su questo che l’artista di oggi dovrebbe puntare. Rubare senza copiare, apprendere e al tempo stesso fare, seguendo sempre il proprio istinto. L’arte ha accompagnato da sempre la vita dell’uomo, non vedo perché dovrebbe smettere ora. La crisi non è altro che un passo prima del nuovo, e questo assume sempre forme diverse. Per questo va bene essere diffidenti verso l’arte contemporanea, molti dei movimenti artistici dell’Ottocento e Novecento sono iniziati così, ma non bisogna allontanarsene. Il consiglio migliore che mi sento di dare a chi vuole valorizzare gli artisti di oggi è riavvicinarli alla gente: mostre, aperitivi, cene sociali, va bene tutto. Purché gli si riconosca il valore politico, culturale, economico e sociale che hanno, specialmente in un momento di forte incertezza come quello che stiamo vivendo.

Dario Lauritano – Cenni biografici

Nato a Maddaloni, cresciuto a Caserta, classe 1994. Frequenta il liceo classico, si trasferisce a Roma per studiare cinema presso il Dams di Roma Tre. Negli anni dell’università frequenta un corso di sceneggiatura con Damiano Brué, un corso di storyboard, presso il CSC, con David Orlandelli e uno di scrittura creativa tenuto da Marco Caponera. Realizza alcuni cortometraggi autoprodotti e frequenta parallelamente set cinematografici. Si laurea nel 2017 in Cinema, Televisione e Nuovi Media, con una tesi sul cinema di Xavier Dolan. Esprime la propria dedizione per l’immagine tramite l’illustrazione, la pittura, il  collage tradizionale e digitale fino ad arrivare al filmmaking e la fotografia. Di recente ha esposto alcuni suoi lavori in mostre per artisti emergenti del panorama romano. Attualmente frequenta il percorso magistrale “Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo” presso la Sapienza e un corso di regia cinematografica e teatrale stanziato dalla regione Lazio.

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Opera in copertina: “L’image de la femme – Ho preso a pugni le tue idee” (2017, ritagli di carta su legno)
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