Daniele Villa Zorn, classe 1973, artista visivo e performer, lavora da anni in campo artistico e cinematografico, al quale ha partecipato con diversi documentari presentati a festival nazionali e internazionali come la Mostra del Cinema di Venezia, il Festival Internazionale del Film di Roma e Il Torino Film Festival. La redazione di Artwave ha avuto il piacere di incontrarlo nella meravigliosa città di Roma. Incuriositi dai suoi collage, lo abbiamo intervistato per saperne di più.

La banalità del male/The Banality of Evil, 2018 Credits: Daniele Villa Zorn

Qual è stato il tuo punto di partenza? Da cosa nasce la tua arte?

Ho un percorso abbastanza particolare, un po’ erratico. Ho studiato Storia e Critica del Cinema alla Sapienza, ma già in quegli anni con altri miei due coetanei formammo un gruppo di lavoro con l’idea di realizzare libri sul cinema con un approccio ben poco accademico, alla Cahiers du Cinéma. Ci riuscimmo con la casa editrice Ubulibri di Franco Quadri – apertissimo anche nei confronti di giovani come noi, alle prime armi – pubblicando libri su cineasti come Otar Ioseliani, Takeshi Kitano e David Lynch. Successivamente fondammo una nostra casa di produzione e iniziammo a realizzare dei documentari, primo tra tutti Rosy-fingered Dawn, su Terrence Malick. Questa collaborazione durò per molti anni, fino al 2011. Parallelamente io mi interessavo di cinema sperimentale e lavoravo sulla mia ricerca artistica, incentrata sul collage.

Avendo un’impostazione cinematografica il tuo occhio era allenato ad osservare ed analizzare quel tipo di immagine, l’immagine fotografica, giusto?

Sì, è giusto. Soprattutto per quanto riguarda la temporalità legata alla fruizione del collage, che essendo la risultante dell’associazione di diverse immagini, ha un dinamismo interno che la accomuna al montaggio cinematografico. Questa potenzialità nel risvegliare nello spettatore una partecipazione attiva alla lettura delle immagini è uno dei motivi per i quali il collage era considerato una tecnica di punta dalle avanguardie storiche. Nella mia ricerca mi sono orientato via via verso collage molto essenziali, realizzati con l’accostamento di sole due immagini, perché come negli haiku, il potere evocativo dell’associazione di pochi elementi è molto più forte – lascia molto più spazio all’immaginazione dello spettatore.

Ci sono stati degli artisti che, durante la tua carriera, ti hanno ispirato?

Sì, sicuramente quello che mi ha ispirato di più è Kurt Schwitters, un artista dadaista, ma fuori dalle correnti politiche del movimento. Il suo approccio con il collage era molto poetico, utilizzava qualsiasi materiale per fare arte, anche qualcosa trovato a terra, per strada, casualmente. Incorporava l’incontro fortuito in una sua visione quasi zen della vita e dell’arte. Durante il nazismo si è rifugiato prima in Norvegia, poi in Inghilterra e qui è stato internato in un campo di prigionia, essendo tedesco, nonostante fosse estraneo al regime. Ma malgrado le avversità non ha mai smesso di realizzare collage. Aveva creato un proprio universo all’interno della sua abitazione ad Hannover, il celebre merzbau, e in ogni luogo in cui il destino lo portava non rinunciava a rigenerare questa forma di installazione inclusiva. Questa necessità così insopprimibile di esprimersi mi ha sempre commosso.

Qual è stato il tuo primo lavoro e da cosa sei partito?

Inizialmente sono partito da collage molto piccoli. Potevano anche essere di due centimetri per tre , piccolissimi. C’era ancora un aspetto molto retrò in questi lavori perché utilizzavo riviste di fine Ottocento, inizi Novecento e mi concentravo molto sulla composizione, utilizzando diversi frammenti. Col tempo mi sono orientato verso due sole immagini, generalmente fotografiche, con una maggiore neutralità, meno connotate storicamente.

C’è un lavoro al quale sei più affezionato?

Per molto tempo sono stato affezionato a un collage composto dal ritratto di un uomo con i baffi e da una donna che ne scala la testa. Una sorta di autoritratto a posteriori, perché non deciso, in un periodo in cui ancora non avevo i baffi, non gli assomigliavo. Mi sembrava inoltre un’immagine molto vicina a un mio stato mentale. Ma anche quel momento è passato.

Posthumous Self-Portrait, Dreams of Escape, 2009-2012 Credits: Daniele Villa Zorn

Hai realizzato delle installazioni?

Ne ho realizzate poche in verità, solitamente sotto la forma di assemblage, combinando oggetti trovati – e collezionati compulsivamente. Mi sono invece concentrato molto inizialmente su una performance legata al collage, Synchronotopy, realizzata insieme ad un musicista serbo, Alexandar Zar Caric, con cui ho collaborato per tanti anni. Con l’utilizzo di una telecamera che riprendeva una porzione circoscritta di un tavolo colmo di frammenti di immagini, componevo delle opere e si creava, in questo modo, una stratificazione, una sorta di palinsesto. La performance era fortemente dominata dall’improvvisazione tanto mia, quanto del musicista, che interagiva con le immagini proiettate in grande scala su uno schermo, su un palazzo, a seconda del contesto in cui operavamo. Da allora il mio lavoro si è via via sempre più incentrato sull’aspetto performativo.

Synchronotopy Credits: Raica Quilici

Tu hai esposto in numerosi spazi, italiani e stranieri. C’è stata un’esposizione a cui hai tenuto particolarmente? Che non vedevi l’ora di realizzare?

Ci sono sicuramente delle collaborazioni che mi hanno molto arricchito, ma due occasioni mi hanno davvero emozionato. La prima è stata la performance In Cage alla Pelanda insieme a Aleksandar Zar Caric, Luca Venitucci – un altro artista che amo molto – e mio padre, attore teatrale. Due musicisti suonavano insieme ognuno rinchiuso all ’interno di un differente armadio, senza vedersi e sentendosi ben poco. Il loro sforzo era quasi titanico, visto il gran caldo e la condizione inagevole in cui erano costretti. A coronare questa esperienza c’erano dei siparietti comici, da avanspettacolo, con cui io e mio padre invitavamo il pubblico ad assistere alla performance. Mi ha divertito condividere con lui quest’esperienza. La seconda è legata al progetto Naked Lights al quale partecipai al Teatro Tordinona di Roma, in cui gli artisti si esibivano in performance sul palco, ribaltando una delle principali convenzioni della performance contemporanea. Il mio lavoro si chiamava Tentativo di fuga, n.1; sul palcoscenico c’eravamo solo io e una scaletta di corda che scendeva dal cielo, la mia possibile via di fuga. L’estrema esiguità di elementi, il trovarmi da solo a reggere il palco con quasi nessun appiglio, creava una tensione nuova per me, molto interessante, che mi ha ancor più confermato l’importanza dell’improvvisazione nel mio lavoro.

Cosa vuoi trasmettere con le tue opere?

Per me non è importante il cosa, ma il come. Come dice Otar Ioseliani: “Nessun artista è davvero pessimista: l’artista, anche il più disperato, ha sempre intimamente l’intenzione di comunicare con un interlocutore, reale o immaginario”. Sento molto questa cosa, è come vedere l’arte come una specie di fiamma che tu alimenti, che mantieni viva. Non è tanto importante il messaggio, ma che ciò che tu stia facendo sia sincero e sentito, autentico. Il fuoco alimentato con materiali scadenti fa un fumo nero e maleodorante.

Progetti futuri?

In questi giorni sono ancora impegnato in Inconsolable, in cui con il mio alter-ego blu attraverso l’Oceano a nuoto – dall’Italia al Messico – piangendo senza sosta: mi impegno in un’impresa titanica, ma lo faccio controvoglia. Questo lavoro è una paradossale riflessione sull’idea di volontà, una virtù a cui si dà una grande importanza ora, in ogni campo, mettendo a mio parere in ombra quella che è un’accettazione più ampia dei destini umani. Nella prossima stagione oltre che sul versante performativo vorrei concentrarmi anche sul collage, in particolare sull’editoria. Vorrei infatti provare a sviluppare una modalità narrativa con questa tecnica. Lo farò? Solo se non controvoglia.

Inconsolable Credits: Eleonora Cerri Pecorella

Ringraziamo tantissimo Daniele Villa Zorn per la sua gentilezza e disponibilità e gli auguriamo il meglio per la sua carriera, già ricca di successi.

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