In perenne tensione verso la libertà, ma senza scordare le proprie radici: così vive Davide Uria, classe 1987, giovane poeta e illustratore che in questa intervista ci racconta cosa sia per lui la poesia in un contesto in cui viene letta molto poco, ma condivisa tantissimo ogni giorno sui social.

“Trame d’assenza” è la sua prima raccolta, la narrazione in versi di una ricerca dentro se stesso e fuori nel mondo, quel mondo che si moltiplica in tanti mondi possibili perché “chi scrive poesie, non parla della realtà, ma crea una nuova realtà”.

davide uria

Chi è Davide Uria?

Non amo raccontarmi, perché spero siano sempre i versi delle mie poesie a raccontare le “trame” del mio vissuto. Posso però esprimere la mia gratitudine nei confronti della mia attitudine alla creatività per avermi permesso di esprimermi, di aver fatto di me una persona sensibile, che si lascia trasportare da ogni emozione e a rendere ogni occasione, un momento di riflessione, materia da plasmare, per potermi raccontare attraverso l’arte.

 

Che cos’è per te la parola?

La parola è un mezzo per esprimersi, può essere un’arma, ci sono parole che fanno male più di un pugno. Io sono un esteta e mi piace ricercare la parola più giusta per descrivere un concetto. Inserire un termine in apparenza incomprensibile e difficile, spinge il lettore a impegnarsi, ad andare in profondità, in un’epoca come la nostra, dove solo ciò che è semplice e facile da capire viene considerato, io vado controcorrente, perché è necessario meditare sulle cose, sulla loro importanza. Fermarsi, trovare un momento di calma, nella frenesia quotidiana è uno dei fil rouge della mia raccolta, non mi piace questa tendenza consumistica di soli “prodotti” (letterari, musicali, artistici) che non richiedono alcuno sforzo mentale.

“Ho colto l’ immenso, l’eterno, il soave,
lo stupore della mia amarezza
di ogni tua mancata carezza”

 

Per scrivere bisogna prima leggere molto. E la poesia, si sa, viene letta pochissimo. Quali sono i tuoi modelli, i tuoi Virgili?

La poesia viene letta pochissimo, ma è al contempo abusata sui social. Giornalmente leggo citazioni tratte da poesie, nella home di Facebook o su Instagram, versi che accompagnano e fanno da cornice alle più disparate immagini che invadono i social, più per un vezzo, uno sfoggio di una cultura che non c’è.

I miei modelli sono tanti: Artaud, Merini, Baudelaire, García Lorca, Maria Rilke. Ma ci sono anche riferimenti musicali: Battiato, Consoli, Björk.

 

La tua porta interiore è la poesia. È attraverso i tuoi versi che cerchi di capire il mondo?

È una porta interiore, che si affaccia su altri mondi. Un mio professore diceva che chi scrive poesie, non parla della realtà, ma crea una nuova realtà. E secondo me aveva ragione! Non posso sicuramente esimermi alla dimensione reale, faccio parte di questo mondo, è ciò che i miei occhi hanno sempre visto e osservato, ma la poesia ha il potere di applicare un filtro alle cose reali

 

“Le nostre braccia prolungate/diventeranno rami”; nella tua poesia le parti del corpo diventano spesso parti della natura. Perché?

La risposta è semplice, non diventano parti della natura, ma sono parte della natura, l’uomo è perfettamente in sintonia con il mondo che lo circonda, anche se spesso non lo rispetta. E la vita umana è strettamente correlata al comportamento ciclico della natura. Ma c’è anche un altro fattore. La natura è onesta e genuina, è malvagia e al contempo buona, senza scopi o doppi fini, fa semplicemente il suo corso, si comporta esattamente come deve agire, anche nelle disgrazie. Non c’è cattiveria.

 

Oltre a scrivere poesie, crei illustrazioni. Lì, i volti e i corpi delle persone appaiono allungati: c’è un motivo per questa scelta?

È una mia interpretazione, ma ricordo che quando ho iniziato a lavorare a quelle serie di illustrazioni, stavo cercando un mio “stile” e cominciai a fissarmi per le forme geometriche, il rettangolo rispondeva alla mia necessità e quindi i volti risultano allungati, perché figli di quel ragionamento.

 

Cosa è per te l’arte?

È tutto ciò che nella vita reale non ci è permesso fare, penso sia inaccettabile la normalità nel fare arte. Questo non significa essere pazzi, ma quando guardiamo un film, leggiamo un libro, è importante poter cogliere anche momenti spettacolari. Per me l’arte deve essere uno spettacolo, deve meravigliarci, provocare turbamento. La banalità nell’arte io non la concepisco, tanto vale sedersi al parco e guardare la gente passeggiare.

“Se mi cerchi
sono tra i rami
e le nuvole,
a disegnare
una nuova e sottile voce
alle osannate utopie
assopite,
annebbiate dal tempo”

Ti dobbiamo venire a cercare “tra i rami e le nuvole” o hai delle pagine social in cui possiamo seguirti?

Hai citato la poesia a cui sono più legato. Tra i rami e le nuvole, rappresenta il mio luogo ideale, astratto e concreto al contempo, i rami tendono verso il cielo, ma sono comunque vincolati, per natura, a restare attaccati al tronco dell’albero, mentre le nuvole sono inconsistenti, libere di muoversi. È la mia filosofia di vita, avere la perenne tensione verso la libertà, senza dimenticare il resto, le proprie radici.

Ma non cercatemi tra i rami e le nuvole, sono su Facebook, Instagram, Twitter e sul mio sito!