Sarà il periodo più bello della tua vita.

La gravidanza ti renderà bellissima. 

Le donne sono biologicamente concepite per diventare madri. 

Non c’è emozione più forte che sentire il bambino crescere dentro di te.

Ognuno di questi luoghi comuni, proprio in quanto tale, custodisce certamente un fondo di verità: eppure, la scelta di avere un figlio e il periodo di attesa della gestazione non sono, necessariamente, così idilliaci come ci vengono spesso descritti. Pur non demonizzando in alcun modo la maternità e la genitorialità in genere, lo spettacolo Dolce attesa per chi? di Betta Cianchini per la regia di Marco Maltauro, in scena al Teatro Trastevere di Roma fino al 10 novembre, propone una riflessione inedita e originale sul tema: le due magistrali interpreti, Giada Prandi e Veronica Milaneschi, portano sul palco una vera e propria guerra, un conflitto di interessi lacerante vissuto da Bianca, la protagonista dell’atto unico, combattuta tra il desiderio di avere un figlio e le mille difficoltà che tale decisione inevitabilmente genera. E dopo aver deciso di lanciarsi nell’incerto futuro da mamma, la sua guerra continua in un rocambolesco countdown tragicomico che esprime tutta la gamma di emozioni contrastanti che un evento di tale portata implica. Sostenute da una solida struttura drammaturgica e registica, arricchita dalle musiche originali di Stefano Switala, Prandi e Milaneschi afferrano sin da subito l’attenzione del pubblico e lo avvincono per 70 intensi minuti di ironia, stupore, ansia, commozione e agitazione senza filtri. Le abbiamo intervistate per voi.

Il tema di questo spettacolo è decisamente originale: avete scelto di raccontare il momento della scelta dilemmatica di avere un figlio e la successiva fase della gestazione. Come è nata quest’idea? 

Giada Prandi: Nel 2012 Betta Cianchini ha scritto e messo in scena Post Partum Lei, un monologo sulla maternity blues che è stato per me una folgorazione: per questo le ho proposto di lavorare sul tema della scelta di avere un figlio che si lega anche al momento presente della mia generazione. Betta si è documentata moltissimo e ha usato proprio testimonianze reali: l’intenzione non è in alcun modo di esprimere un orientamento in merito. Si tratta di una decisione estremamente personale e soggettiva. Con questo spettacolo, che non a caso ha una regia decisamente surreale e visionaria, non diamo delle risposte ma piuttosto poniamo delle domande: è una tragicommedia, divertente, esilarante ma che al tempo stesso racconta di tutto quell’universo in movimento nel corpo e nella mente di una donna che decide di avere un bambino oggi.

Veronica Milaneschi: è come un grandangolo puntato su un piccolo spazio. Raccontiamo questo momento della vita usando tutti gli stilemi teatrali possibili per descrivere scenicamente un passaggio molto delicato; attraverso l’ironia riusciamo ad affrontare questo tema decisamente complesso e personalissimo. La società, negli ultimi decenni, è cambiata enormemente: è venuta a mancare quella rete familiare e sociale che rendeva fattibile concretamente la scelta di avere un figlio. La nostra attuale precarietà ha reso la genitorialità ancora più complicata di quanto già non lo sia di per sé. Ecco allora che la lente del teatro diventa utile per osservare tutto questo in ogni sua sfaccettatura e suscitare una riflessione collettiva.

In effetti Bianca, la protagonista dello spettacolo, interpretata da Giada, è una donna di 37 anni con poche certezze mentre il personaggio di Veronica è in un certo senso “plurimo”, giusto?

GP: Esatto. Bianca ha un contratto di lavoro precario e il suo compagno è un ricercatore in procinto di partire per l’estero proprio perchè non riesce a realizzarsi professionalmente in Italia; inoltre, la mamma di Bianca è gravemente malata, il padre probabilmente assente perciò la protagonista sa di non disporre di una rete sociale ed economica che la possa sostenere come mamma. Però al tempo stesso c’è un desiderio fortissimo di maternità: da qui parte il confronto spietato tra la sua pancia e la sua testa in questa lunga elucubrazione mentale che è resa scenicamente attraverso il dialogo con il personaggio interpretato da Veronica. Abbiamo scelto la metafora della guerra proprio per rendere appieno questo dilaniante conflitto interiore: lo faccio o non lo faccio? E se poi mi ritrovo da sola? E se perdo il lavoro? Quello che ci interessa è proprio dare voce a queste domande legittime e inevitabili, dato il contesto sociale in cui tutti viviamo.

VM: il mio personaggio è una sorta di amplificazione di tutte le nevrosi e le paure di Bianca ma è anche la voce di tutte le persone che le stanno accanto, dal fidanzato ai suoi amici, nonché del suo organo riproduttivo che le parla. Interpreto sia le parti materiali del suo corpo fisico che le voci del corpo sociale e relazionale. Grazie alla scrittura drammaturgica e alla regia, questo personaggio ha la possibilità di esprimere tutto il contesto interiore ed esteriore che si manifesta prima e dopo la decisione di avere un bambino. 

Una riflessione politica sorge inevitabile: l’Italia non è un paese per mamme? O meglio, è un paese in cui essere madri ha ancora un significato ben preciso ovvero stare a casa e occuparsi della prole?

VM: sicuramente ci sono paesi come la Germania e la Svezia in cui, ad esempio, sono diffusi gli asili aziendali, luoghi in cui ci sono tutta una serie di supporti pubblici che fanno sì che la genitorialità sia molto più sostenuta che da noi. Dagli anni ‘70, con l’emancipazione femminile e con i concorsi che hanno promosso l’occupazione delle donne, il retaggio dell’angelo del focolare ha iniziato a sgretolarsi però è anche innegabilmente vero che dagli anni ‘90 in poi è cambiato il mondo del lavoro. Il precariato è diventato sempre più diffuso e questo cambiamento incide profondamente sulla scelta di mettere su famiglia. Ci sono ancora famiglie illuminate in cui ognuno prende il ruolo che serve, aldilà degli stereotipi di genere: però, certo, la radice culturale italiana della mamma casalinga che si occupa dei figli è profonda. 

GP: è innegabile che ogni donna, sin dal momento in cui resta incinta, subisca diverse pressioni sociali. Molte incorrono nel mobbing e la maternità è decisamente scoraggiata in ambito lavorativo. Lo spettacolo nasce da situazioni reali: se un tempo si facevano figli con molta più leggerezza perché c’era una condivisione delle difficoltà, familiare ma anche sociale, oggi le cose sono cambiate. Ed è per questo che Bianca si pone tutti questi dubbi, parla con se stessa ed è profondamente sincera: credo che l’autenticità del dialogo interiore sia la chiave che permette al lavoro di arrivare a tutti, uomini e donne, genitori e non genitori, giovani e adulti. 

Spesso la gravidanza e la maternità vengono narrate come fasi di pura gioia: c’è ancora un grande tabù nel mostrare, invece, il lato negativo dell’essere madri?

GP: Betta Cianchini ha voluto, sin da Post Partum Lei, affrontare questo tabù e raccontare il lato oscuro della maternità. in questi lavoro, il tema emerge soprattutto nella seconda parte: la gravidanza procede e Bianca vede il suo corpo sformarsi, inizia af avere paura del parto e delle future nottate in bianco, le sue domande e le sue ansie diventano progressivamente anche le nostre. Bianca si chiede cosa succederà e ce lo chiediamo anche noi, entriamo e usciamo dai personaggi proprio perché a questo punto ci sentiamo chiamate in causa. Le musiche sono fondamentali in questo senso perchè creano le atmosfere giuste per favorire questo slittamento di prospettiva dal palco alla realtà. Le musiche sono la terza, la quarta voce che si aggiunge alle altre nella testa di Bianca.

VM: le musiche sono importantissime per me, mi consentono proprio di respirare dentro il personaggio e questo è possibile perché c’è una sensibilità condivisa tra tutti coloro che hanno lavorato a questo spettacolo, incastrando come in un puzzle i diversi linguaggi comunicativi della scena. Rispetto alla questione dell’edulcorazione della gravidanza, assolutamente sì, posso confermarlo per esperienza diretta: raramente si dice la verità. Mostrarsi timorose o spaventate per tutto quello che sta per arrivare insieme alla grande gioi, è ancora visto come un comportamento inadeguato. E come se la fragilità fosse ancora concepita come qualcosa da nascondere, da occultare. Nello spettacolo c’è anche questo e soprattutto emerge il fatto che, al contrario, queste paure ci rendano davvero umane e ci permettano di crescere, di evolverci. Ecco perché è così importante ammetterle e affrontarle.

C’è in cantiere un terzo spettacolo che affronti il tema della genitorialità?

GP: in realtà sì, ce lo stiamo domandando. Dopo aver affrontato il tema della depressione post partum e, con questo lavoro, il momento della decisione di avere un figlio e la fase dell’attesa, abbiamo pensato con Betta di realizzare un terzo spettacolo e di formare così una trilogia, pur lasciando ogni pièce autonoma e caratterizzata dal suo stile specifico.

 

Lo spettacolo Dolce attesa per chi? è in scena fino a domenica 10 novembre al Teatro Trastevere di Roma.

Giada Prandi, inoltre, affiancherà Alessandro Gassman, Maya Sansa e Andrea Sartoretti nella fiction targata RAI 1 “Io ti cercherò” di prossima uscita a gennaio 2020.

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