Ti capita di pensare alla tua morte? Ti spaventa il pensiero che la vita finisca? Quanto spazio hai lasciato alle cose importanti? 

Queste sono alcune delle domande in cui ci si imbatte attraversando After/Dopo,  l’installazione partecipativa ideata e realizzata da Effetto Larsen negli spazi di Palazzo Crivelli a Pergine: un percorso che è stato fruito dal 3 al 5 luglio scorsi da decine di visitatori, ognuno dei quali ha potuto lasciare delle tracce di sé, contribuendo così ad arricchire ulteriormente il progetto. 

Ogni dispositivo, ogni stanza, ogni singolo elemento proposto al pubblico è foriero di significati profondi, sia latenti che espliciti: un lavoro che manifesta una grande cura in ogni aspetto e che risulta delicato ma al tempo stesso intenso, generando uno spazio di condivisione prezioso sul tema della morte, sempre più demonizzato e occultato nella società occidentale.

Abbiamo incontrato Matteo Lanfranchi, fondatore e direttore artistico di Effetto Larsen, che ha ci ha raccontato di questo progetto nonché delle molteplici attività della compagnia milanese.

La nostra società considera la morte come un argomento tabù. Il vostro lavoro, oltre che estremamente coraggioso, è al contrario un invito e un’occasione per riflettere e quasi familiarizzare con questo evento ineluttabile della vita di ognuno. Come è nato il progetto?

L’idea è emersa due anni e mezzo fa: alcune esperienze personali legate alle morte di persone care ci hanno portato a riflettere su questo tema e a decidere di realizzare un progetto partecipativo con il pubblico. After/Dopo è nato proprio in questo modo: dopo una prima riunione generale della compagnia, abbiamo realizzato un workshop aperto al pubblico e abbiamo incontrato mediamente 50 persone al giorno con cui abbiamo parlato della morte e testato alcuni dispositivi che poi sono entrati a far parte dell’installazione finale. Abbiamo voluto considerare sullo stesso livello tanto il più fervente religioso quanto l’ateo inamovibile: ogni domanda, ogni attività proposta è stata oggetto di sperimentazioni, dialoghi e test con le persone proprio perché l’essere umano e le relazioni interpersonali sono l’oggetto dell’indagine che portiamo avanti attraverso i linguaggi performativi. Volevamo che il percorso fosse intimo, profondo e soprattutto rispettoso delle opinioni, convinzioni e dei sentimenti di ogni singola persona che lo avrebbe poi attraversato.Poi ci siamo documentati studiando diversi percorsi iniziatici afferenti a culture prevalentemente extraeuropee: in particolare mi viene in mente una scena del Mahabharata diretto da Peter Brook in cui il lago, che rappresenta il Dharma, pone una serie di domande estremamente profonde a Yudhishtira; l’ultimo botta e risposta è stato per me folgorante: “Qual è il miracolo più grande? chiede il lago e il Pandava risponde “La morte colpisce ogni giorno, e noi viviamo come se fossimo immortali. Questo è il miracolo più grande”. 

In effetti, forse non c’è tema più filosofico di questo. E, non a caso, il percorso si apre proprio con delle domande che mettono subito lo spettatore in una disposizione riflessiva. Quanta filosofia c’è nella vostra ricerca sulla morte?

Le ricerche della psicologa svizzera Elisabeth Kübler Ross che ha fondato un ramo specifico di studi, la psicotanatologia, e che ha sviluppato il modello delle cinque fasi di elaborazione del lutto, hanno aperto un campo fondamentale.  Il tema della morte è filosofico, psicologico e antropologico: il nostro intento però è quello di mescolare istanze teoriche e dimensione empirica. Le domande chiuse iniziali hanno anche lo scopo di “sconfiggere la mente”: rispondere sì o no a questioni così importanti è chiaramente limitante ma lo abbiamo fatto apposta, proprio per introdurre a ciò che verrà poi proposto successivamente. Chi ha toccato con mano la morte ha una consapevolezza diversa, questo è un altro aspetto con cui fare i conti: nella nostra società tanto la morte quanto la nascita sono faccende perlopiù ospedalizzate. Ci siamo progressivamente privati di un contatto diretto, anche fisico, con la morte, che invece è importante, è necessario. 

Qual è il legame del progetto con lo spazio di Palazzo Crivelli in cui avete lavorato qui a Pergine?

C’è stato un breve periodo di residenza ad aprile dedicato proprio alla scelta dello spazio: grazie a Carla (ndr Carla Esperanza Tommasini, direttrice artistica del Pergine Festival) abbiamo potuto avere Palazzo Crivelli che era assolutamente il posto adatto. In Austria lavoreremo in un luogo completamente diverso, uno spazio industriale ovvero un ex birrificio  che si sta trasformando in un punto di riferimento culturale importante per il territorio. Fondamentale è il lavoro di Paola Villani che ha curato l’allestimento: durante una delle prime sessioni eravamo in una sala prove, uno spazio qualunque, ma lei ha capito subito cosa serviva e ha permesso ad After/Dopo di fare quel salto estetico fondamentale; ha lavorato su materiali fortemente evocativi con grande competenza così come Roberto Rettura che ha realizzato l’ambiente sonoro. Alcune cose sono ancora in fase di definizione: ad esempio, a Graz, nell’ambito del Festival La Strada testeremo un nuovo dispositivo, un telefono che permetterà di lasciare un messaggio per i propri cari. Anche Laura Dondi, che sta facendo assistenza artistica, cura un altro aspetto fondamentale: i volontari che abitano lo spazio sono i custodi dell’atmosfera e contribuiscono enormemente alla riuscita del progetto stesso. E poi c’è Isadora Bigazzi che si occupa dell’organizzazione e della logistica che altrettanto importante. Insomma, è un lavoro di squadra. 

L’interazione con il pubblico è centrale nella ricerca della Compagnia ma in Italia questo approccio non è ancora molto sviluppato. Effetto Larsen è in qualche modo pionieristica in questo senso, sei d’accordo?

Ti ringrazio, questa parola mi piace e credo che corrisponda molto al nostro modo di concepire il teatro e l’arte nella sua accezione più ampia. Dal 2012 in poi abbiamo avvertito l’esigenza di  ricontattare il pubblico e di esplorare le dinamiche di interazione. In questo senso, effettivamente, all’estero ci sono molte realtà che lavorano in modo simile e infatti siamo presto entrati in un network europeo che si chiama IN SITU e che è dedicato proprio a progetti artistici nello spazio pubblico. Pergine Festival è una delle poche realtà italiane che vanno in questa direzione; ad ogni modo, c’è un impegno sempre più grande e un interesse crescente rispetto a chi lavora sull’audience engagement, nel totale rispetto, ovviamente, anche di chi propone spettacoli con modalità più tradizionali. Personalmente credo molto nel coinvolgimento del pubblico e nell’interazione con le persone, anche perché tutto ciò permette di creare delle reti sociali autentiche e di qualità. Inoltre sono convinto che questa sia la strada giusta anche per il pubblico più giovane: sia chiaro, va benissimo il teatro tradizionale ma oggi come oggi credo sia importante rimetterlo in discussione insieme agli spettatori ai quali va riconosciuto un ruolo attivo.

Immagini di copertina, secondaria e in galleria di Elisa Vettori. Courtesy of Ufficio Stampa-Pergine Festival.
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