Grazie a romanzi, film e serie tv, l’anniversario che ricorre ogni anno il 4 luglio è diventata celebre in tutto il mondo. Basti pensare a pellicole come Independence Day – in programma, peraltro, questa sera al Sunset Drive -In di Roma- o al capolavoro di Oliver Stone, Born on the Fourth of July. La Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America formulata in questo giorno dell’ormai lontano 1776 è, a buon diritto, uno dei testi chiave della democrazia moderna.

Tuttavia, se consideriamo il contesto entro cui il documento si inscrive, non possiamo fare a meno di notare delle cospicue incongruenze. La proclamazione di valori come l’uguaglianza fra tutti gli uomini e l’affermazione di diritti definiti inalienabili stonano con una realtà storica che prevedeva lo sterminio dei popoli indigeni e la diffusissima pratica della schiavitù di milioni di persone provenienti dal continente africano e dei loro discendenti. Queste contraddizioni, tuttavia, stanno tornando a galla. Oggi più che mai l’America è chiamata a fare i conti con il suo passato e con le sue radici.

Il tema è complesso e per capirci qualcosa di più, ci siamo rivolti ad una profonda conoscitrice degli USA: Elena Refraschini. Insegnante di inglese americano, instancabile viaggiatrice e autrice di un meraviglioso saggio sulla sua amata San Francisco, Refraschini è dotata di una spiccata sensibilità che le consente di cogliere sagacemente una serie di interessanti connessioni tra gli elementi propriamente linguistici e contenuti culturali di vario tipo, dalla grande letteratura al pop del quotidiano. La sua creatività si esprime nell’elaborazione di percorsi formativi in cui la lingua è appresa nella sua dimensione viva, concreta: grazie al suo entusiasmo e alle eccellenti doti comunicative, Elena Refraschini riesce a farci vivere gli States a 360° e il suo profilo Instagram è una miniera di suggestioni, consigli e informazioni pratiche.

La abbiamo intervistata per voi.

Sei un’insegnante di inglese americano ma i contenuti che elabori e che condividi vanno ben oltre alle questioni linguistiche in senso stretto. Come definiresti il tuo rapporto con gli Stati Uniti d’America?

Ho un rapporto molto intimo con gli Stati Uniti. Sin dal mio primo viaggio lì, ormai 16 anni fa, ho sempre preferito l’ospitalità a casa di americani, anziché il classico soggiorno in albergo. Durante un primo viaggio studio a San Francisco, la mia “famiglia ospitante” era una brillante, colta e anticonformista nonnina di Berkeley. Proprio lei mi ha aperto le porte della vita americana. Anno dopo anno, a ogni nuovo viaggio insieme, la mia visione sul Paese si faceva più complessa, sfaccettata e quindi affascinante. La mia “nonnina adottiva” è tuttora tra le persone più importanti della mia vita. Ci sentiamo costantemente, è venuta a Milano per il mio matrimonio facendo un discorso in pubblico, è la persona che chiamo quando ho bisogno di un consiglio. Sono state queste esperienze a plasmare la filosofia che c’è dietro alla mia scuola di inglese: l’unico modo per apprezzare pienamente una cultura o un’esperienza di viaggio è se riusciamo a rapportarci in modo autentico, diretto e non filtrato con le persone che vivono in quel Paese. Questo vale ancora di più per gli Stati Uniti, una nazione talmente densa di riferimenti e aspettative e miti, che tutti credono di conoscerla senza nemmeno esserci mai stati. Le mie lezioni hanno l’obiettivo di dare una chiave di lettura per capire meglio questo Paese. Insegno quindi la lingua, il vocabolario e la pronuncia americana, ma tanto spazio è lasciato ad argomenti più strettamente culturali. Esploriamo il significato del 4 luglio, per esempio, o l’effetto che il razzismo ha ancora sulla società americana, passando anche da argomenti più leggeri come il rapporto che gli statunitensi hanno con i loro animali domestici.

Oggi si celebra una ricorrenza importante per gli americani, ovvero l’Independence Day. Quale significato è attribuito solitamente a questa giornata? Secondo te, a fronte degli eventi più recenti, il senso della celebrazione di questa data resta intatto o in qualche modo cambia?

Come ci hanno insegnato tanti film e serie tv, l’Independence Day è la festa patriottica per eccellenza. Per tanti americani è l’occasione per stare insieme, organizzare un barbecue o un pic-nic all’aperto e ammirare la parata organizzata dalla città insieme ai fuochi d’artificio la sera. Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di passare questa festa a casa di amici: ciascuno di noi aveva portato qualcosa da mangiare che doveva rigorosamente avere qualche dettaglio rosso, bianco e blu. Questo è un anno decisamente singolare per gli Stati Uniti come per il resto del mondo. Tante manifestazioni pubbliche sono state cancellate per via del Covid e molte persone non se la sentono ancora di festeggiare in compagnia, specie in un luogo al chiuso. Inoltre, sto notando con piacere che l’onda lunga delle proteste a seguito della morte di George Floyd sta investendo anche l’Independence Day, forse la più americana di tutte le ricorrenze. Il patriottismo, per le minoranze, è infatti sempre stato un affare piuttosto complicato e per la prima volta la maggioranza bianca se ne sta accorgendo. Voglio sperare che questo July Fourth possa essere l’occasione di fare un passo avanti verso la creazione di una “more perfect Union”, come disse Barack Obama in un famoso discorso sulla questione razziale nel 2008 citando il preambolo della Costituzione. Altre forme di patriottismo, tra cui quelle che vedono la bandiera di Black Lives Matter come anti-americana, mi sembrano quantomeno fuori luogo.

Abbiamo sentito parlare moltissimo di “systemic racism” negli USA: concretamente, cosa significa questa espressione?

Si definisce “systemic racism” quel razzismo che non ha radici solo nell’individuo, ma nell’intero “system” di cui si sta parlando, di solito una organizzazione o una nazione. Negli Stati Uniti, è il razzismo sistemico a far sì che ci siano ancora pesanti discriminazioni a livello di accesso alla sanità, a un buon alloggio, a una istruzione di qualità e quindi a opportunità lavorative. Sempre per via del razzismo sistemico abbiamo morti per Covid sproporzionatamente alte nelle comunità native e afroamericane, o vediamo carceri sovraffolate e piene di afroamericani o ispanici. È contro questo tipo di razzismo che si sono organizzate proteste nelle scorse settimane, non soltanto contro la brutalità della polizia. È un argomento molto complesso, ma che sono stata molto felice di aver affrontato con i miei studenti nello scorso mese. E ho deciso di donare i proventi di queste lezioni ad enti che si occupano di contrastare questo fenomeno così pervasivo nella società americana.

Elena Refraschini libro

Elena Refraschini “San Francisco. Ritratto di una città”, 2017, Odoya edizioni. Euro 18.

Hai girato gli Stati Uniti in lungo e in largo, prediligendo gli spostamenti in treno che però richiedono molto tempo. Come mai questa scelta?

Sono sempre stata affascinata dall’idea un po’ retrò del viaggio in treno, quello che ti permette di “assaggiare” il paesaggio lentamente, chiacchierando con altri viaggiatori. Dopo la laurea, dieci anni fa, mi sono regalata un viaggio attorno al mondo in treno: un mese a bordo della Transiberiana, poi tre mesi in solitaria avanti e indietro da una costa all’altra degli Stati Uniti a bordo dei treni passeggeri Amtrak e dormendo a casa di americani gratuitamente con Couchsurfing. Un’esperienza che non esagero nel definire davvero fondante per la mia vita. Da sempre mi attraggono le cose minoritarie e marginali, e nel paese che ha creato il mito del viaggio su strada non potevo che virare verso quello su rotaia, che peraltro ha avuto un ruolo importantissimo nella storia americana. Ho percorso più volte tutte le linee passeggeri Amtrak, tranne una. Sarei dovuta partire qualche mese fa per viaggiare sull’ultimo treno che non ho ancora preso, ma ho dovuto annullare il viaggio nel momento in cui è stato dichiarato lo stato di pandemia.

Elena Refraschini in viaggio per gli USA

Elena Refraschini durante uno dei suoi viaggi in treno negli Stati Uniti.

Il nostro immaginario è in un certo senso “colonizzato” dall’America. Romanzi ma soprattutto film e serie tv ci hanno avvicinato ad una realtà che indubbiamente ha molta presa e suscita fascinazione. Quanto c’è di “reale” in queste rappresentazioni?

Faccio sempre molta fatica a rispondere a questa domanda, perché diffido di chi etichetta alcuni prodotti culturali come “autentici” e altri no. Per come la vedo io, se anche solo un singolo americano si sente rappresentato da un certo prodotto culturale, allora anche quello è, a suo modo, autentico. In questo senso, penso che ci sia almeno un granello di realtà in ogni rappresentazione che voglia raccontare una storia americana. C’è poi da considerare il fatto che gli Stati Uniti sono una nazione che contiene moltitudini, per parafrasare Walt Whitman, così è molto difficile parlarne al singolare. Quello che non pare autentico a uno statunitense che abita sulla costa ovest può benissimo esserlo, invece, per un americano dell’Iowa. Quello che possiamo fare noi è cercare di aumentare le nostre conoscenze studiando, viaggiando, e parlando il più possibile con gli americani. È nel dialogo che si trova la ricchezza. I monologhi dall’alto del piedistallo li lascio ad altri.

Texas

Un scorcio dal treno di Alpine, Texas. Ph. Elena Refraschini.

Nei tuoi corsi non mancano mai riferimenti alla letteratura, al cinema e a molti altri contenuti culturali made in Usa. Quali sono i film, i libri o le serie tv che ti hanno fatta “innamorare” di questa cultura?

Quando ero al liceo mi sono innamorata di Friends, visto rigorosamente in lingua originale. Anche se sono passati anni, ogni tanto mi capita ancora di guardarne qualche puntata, lo considero proprio una “chicken soup for the soul”, un nutrimento semplice che sa di casa. Per la mia formazione è stata decisiva anche tutta la narrativa di Jack Kerouac, che mi ha portata poi a esplorarne i luoghi a San Francisco e nella California del Nord di cui ho parlato nella mia guida letteraria pubblicata qualche anno fa. In questi giorni, invece, mi sto dedicando a due serie tv. The Plot Against America è una miniserie tratta dall’omonimo romanzo di Philip Roth che immagina lo xenofobo Charles Lindbergh arrivare alla presidenza degli Stati Uniti, trasformando il paese in uno stato fascista: molto illuminante e inquietante insieme. E poi Black-ish, di cui mi ha parlato di recente un amico afroamericano e che sto trovando utile per capire alcuni aspetti, appunto, dell’identità dell’americano Black. Il mio lavoro può esistere però proprio perché mi mantengo costantemente aggiornata sul mondo culturale statunitense. Mi assicuro quindi di potermi ritagliare qualche ora ogni giorno da dedicare a studio e ricerca. In attesa, naturalmente, di poter tornare a farli “sul campo”, o meglio sul treno!

Per avere informazioni sui corsi online di inglese americano tenuti da Elena Refraschini è possibile consultare il sito oppure inviare una email a scuolaingleseamericano@gmail.com.

In copertina: Elena Refraschini. Fonte immagine: ingleseamericano.it.
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