Francesco Pistilli è un fotogiornalista freelance nato a L’Aquila nel 1982.

I suoi lavori sono stati pubblicati e distribuiti su diverse riviste internazionali e nazionali tra cui TIME, New York Times, BBC, M le magazine du Monde, L’Espresso, Internazionale, Politico, Wired, Elle, D di Repubblica, Vanity Fair, Super8 – La Repubblica, Corriere della Sera, Süddeutsche Zeitung, Sportweek, Expressen, Grazia, L’Edition du soir, OneWorld magazine, TRVL magazine e Tico Times.

Ha lavorato in Sierra Leone, Repubblica Centrafricana, Sudan, Senegal, Liberia, Serbia, Filippine, India, Brasile, Palestina, Costa Rica, Uruguay, Egitto, Ungheria, Grecia, Argentina, Indonesia, Turchia e con le ONG Emergency (IT),  Open Society Foundations e Greenpeace Philippines.

Attualmente si sta occupando di reportage e ritrattistica editoriale con contenuti politici, sociali e ambientali.

Nel 2018, ha ricevuto il terzo premio di World Press Photo Award 2018,per la categoria General News, per la sua serie Lives in Limbo.

Siamo riusciti a contattarlo e a farci raccontare di più sul mondo del fotogiornalismo.

Prima di addentrarci nel cuore dell’intervista, vorrei chiederti: come ti sei avvinato al mondo della fotografia?

Tutto è nato quando ero piccolo. La prima macchina l’ho usata quando avevo 11 anni.
Negli anni ’80, ovviamente, si scattava in analogico e nella mia famiglia c’erano due reflex: una di mio nonno e una di mio padre, con la quale ci scattava moltissime foto. Ero attratto da quell’oggetto ma allo stesso tempo mi era stato vietato di utilizzarlo per paura di poterlo rompere.
Quando ho compiuto 11 anni, durante una vacanza, mio padre mi affidò quella di mio nonno, spiegandomi le basi del funzionamento. Da lì, cominciai a scattare e le foto erano migliori di quelle di mio padre (ride, ndr).
Inconsciamente, ho sempre avuto una forte passione per la cultura visiva e oggi riesco a trovare un filo conduttore a tutto il percorso che ho fatto finora.

Il percorso di studi che ho deciso di intraprendere verteva verso il cinema e riuscii a concluderlo. Ma l’idea di fare film ed essere un direttore della fotografia l’ho abbandonata. Venendo da una famiglia proletaria, a differenza di direttori della fotografia e diversi cameraman, non avevo nessun aggancio in quel mondo.
Feci un corso da operatore betacam, sperando che magari un giorno sarei riuscito a fare l’operatore di macchina, o il direttore della fotografia, per il cinema.
Dopo diverse esperienze in quel campo, però, scoprii che non era la mia vita.
Nel frattempo, continuavo a scattare in pellicola con le due macchine di famiglia, ma sviluppavo foto sperimentali, amatoriali.
Chiesi a mio padre un supporto economico, facendo anche il postino per tre mesi, per acquistare una digitale semiprofessionale. Riuscii a comprare una Nikon e mi prenotai un corso di fotografia in Argentina.

© Francesco Pistilli

Come mai in Argentina?

Volevo partire, volevo fare un’esperienza di vita intercontinentale. Volevo prendermi dei mesi per fare volontariato, turismo e fotografia intensa. Pensai che, magari, attraverso il cambio della moneta potevo riuscire a fare un corso che, qui in Italia, non avrei potuto permettermi.

Era una scuola di fotografia di moda, di prodotti commerciali, tenuta da un italiano, tra l’altro.
Imparai ad usare uno studio, senza però essere un fotografo eccellente in quel settore, in quanto non ero particolarmente interessato alla materia. Ero appassionato di fotografia documentaria e fagocitavo il più possibile di quel mondo.

In parallelo, quindi, mi ritrovavo ad affrontare esperienze in solitaria all’interno delle favelas, raccontando la vita delle persone attraverso i miei scatti. Scattai fotografie anche all’ospedale psichiatrico di Buenos Aires.
Continuavo a scattare in pellicola e qualcosa in digitale, anche perché lì, lo sviluppo mi costava pochissimo. Tutto questo nel 2007-2008.

Lavorai ai miei primi reportage senza avere troppe conoscenze in materia, se non studiando progetti dei grandi autori e facendo una continua ricerca.
Quando tornai in Italia, capii che quella era la mia strada, come mi suggerì anche il mio insegnante di fotografia.

Frequentai un corso di fotogiornalismo da Contrasto, a Milano. Durante la masterclass feci un lavoro, seguito in parte da Davide Monteleone, che sbloccò una sorta di circolo virtuoso, riuscendo a pubblicare i miei lavori, venendo pagato.

© Francesco Pistilli

Prima stavi parlando di un filo conduttore che rivedi tuttora, da quando hai iniziato. Ad un certo punto, nella trama di questo filo, sei riuscito a far diventare la tua passione un lavoro. Quanto è stato difficile?

Tanto. La cosa più complessa è che non c’è una formula precisa per riuscire a farlo, per ben due motivi: primo, per l’altissima competizione; secondo, per l’altissima qualità che c’è in giro adesso.
La qualità si è alzata tantissimo e, non volendo togliere nulla ai grandi maestri del passato, se guardo la media qualitativa delle produzioni di oggi è nettamente schiacciante contro quella di prima.

Bisogna anche dire che, in precedenza, si riusciva anche più facilmente ad emergere, guadagnando anche bene attraverso il fotogiornalismo. Oggi, quest’epoca d’oro non c’è più e, paradossalmente, nonostante la quantità e la qualità siano maggiori, c’è un ritorno economico bassissimo e un ridotto numero di spazi.

E non attribuisco tutto questo solo al digitale.

© Francesco Pistilli

Qual è il tuo obiettivo da fotoreporter? O meglio: cosa scegli di raccontare, attraverso le tue foto, al mondo?

Questa è una bella domanda.
La scelta delle storie, spesso, è stata dettata proprio dal fotogiornalismo: dalla news ai temi del momento, come quello della migrazione, il quale mi ha portato più soddisfazione, al di là della carriera.

È un tema che mi tocca particolarmente sia per un interesse personale che per un interesse politico, e anche per restituire alle persone una narrazione diversa da quella che la politica cerca di distorcere a proprio piacimento. 

Quello che cerco di fare è avere uno sguardo onesto. Spesso, ho sentito e visto raccontare raccontare in modo sbagliato storie che conoscevo. Questi meccanismi di falsa informazione, di realtà distorta, dovuti a fini politici propagandistici, mi hanno sempre fatto venire molta rabbia e fastidio.

Visto che la politica, ora, utilizza i social media per i propri fini, io ho deciso di fare lo stesso, ritagliandomi uno spazio libero su Instagram per poter raccontare, come penso sia giusto, le storie a cui lavoro: lì non c’è nessun editore che mi dice quali immagini scegliere e cosa scriverci sotto. Nel mio lavoro cerco sempre di mantenere il controllo totale sui progetti, anche se poi con gli editori delle riviste ci sono sempre dei compromessi.

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This is Elia (13yo) he is from Congo, adopted by the family when he was a little kid. He is an Italian student, he has been victim of racism at school. Our Country is getting violently xenophobic and Elia is one of the hundreds victims of this new racist wave we’re facing in Italy since @matteosalviniofficial is in charge. His story today on @donnamoderna TnX to @robertalancia for asking me to work on this story. TnX to the sweet Laura (the mom) and Elia @ep9___ for his good vibe in this messy Country. #work #onassignment #school #racism #racist #italy #italia #kids #boy #politics #family #photojournalism #documentary #portrait #portraitphotography #people #love #instadaily #picoftheday #editorial

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In merito a questo, nel 2018, hai ricevuto il premio per il terzo posto, nella categoria General News di World Press Photo. 

È stata la cosa più importante che mi è successa nella carriera e nella vita. Un risultato inaspettato, che mi ha sorpreso e che mi ha reso molto felice, ripagando dieci anni di sforzi.
La prima parte della carriera di ogni fotografo comprende l’autoproduzione e la vendita dei propri lavori: una continua scommessa.
Attualmente, vivo in un momento in cui riesco a “respirare” molto in quanto ho più richieste da clienti vari e da editori per sviluppare progetti per la comunicazione editoriale o ONG.
Il premio del World Press Photo è stato un momento importantissimo che ha dato alla mia carriera un’importanza diversa e la conferma di aver intrapreso la strada giusta, nonostante abbia rischiato di perderla per paura del futuro. Ho tenuto il sentiero, l’intuizione era giusta e ne è valsa la pena.

© Francesco Pistilli

Il tuo lavoro ti permette di viaggiare molto, di conoscere persone, situazioni e anche mondi sotterranei. Qual è stata la tua esperienza più difficile e quale ti porti più nel cuore?

La più difficile, incredibilmente, è stata quella che mi ha fatto vincere al World press Photo, in Serbia.
Ho visto l’essere umano messo al limite delle sue possibilità: erano a meno venti gradi, senza cappotti, con le ciabatte, senza un letto su cui dormire, senza cibo per poter andare avanti, senza la possibilità di lavarsi, senza fare cose basiche che facciamo noi tutti i giorni. 

Io, sinceramente, sarei morto. Sono stati giorni molto forti.

Anche in Africa vedi gente portata all’estremo di quella che può essere la vita di un essere umano su questo pianeta, ma in Serbia ho accusato di più il colpo: nonostante fossi coperto, ho sofferto molto.
Mi chiedevo come sarebbero potuti uscirne vivi per altri mesi, in quelle condizioni, ma alla fine ce l’hanno fatta e sono stato veramente contento e soddisfatto di aver portato quella storia nelle cronache internazionali.
È stata una news mondiale anche perché quando stavamo per andare via arrivarono tutti i media più importanti.

La parte più soddisfacente è stata anche la risposta della gente che, vedendo le storie Instagram che facevo sul posto, mi chiedeva come poter essere d’aiuto, dove poter mandare dei vestiti, del cibo, etc.

Se ripenso a quando sono rimasto scioccato, mi viene in mente anche al primo viaggio in Palestina. Rimasi traumatizzato non perché mi successe qualcosa in particolare, ma vivendo determinate situazioni le quali non pensi possano esistere.

© Francesco Pistilli

C’è una foto in particolare, che hai scattato, alla quale sei più affezionato?

No, sono tante e a volte non sono neanche nelle selezioni finali.
Quando ti ritrovi con un editor, arriva sempre il momento in cui vuoi quella determinata foto nell’editing, ma non è coerente col resto delle immagini.
Devi rinunciare, nonostante tu ti sia innamorato di quella foto per mille motivi che ci sono dietro come sensazioni, momenti di attesa per quella foto, il soggetto ricercato, etc.

Sono tante le immagini di cui ci si innamora ed è uno dei problemi dell’editing.

Cosa consiglieresti ad un ragazzo che vorrebbe fare il tuo stesso lavoro?

Mi viene chiesto spesso.
Senza girarci troppo intorno: bisogna avere una piccola base economica. Questa è sempre l’ultima cosa che ti dicono, ma in realtà è la prima necessità. Alle prime armi, nessuno ti pagherà per quello che fai. Chi ha avuto questa possibilità è uno dei pochi fortunati.
Bisogna riuscire ad autoprodursi un buon portfolio, fare tanti sforzi, essere caparbi, essere onesti.

Mettete da parte dei soldi, partite, raccontate delle storie nella maniera migliore possibile.
Nel frattempo bisogna farsi una cultura visuale più ricca possibile guardando tanti documentari, tanti film, leggendo molti libri, fumetti, graphic novel, etc.

Cercate e sfruttate tutto quello che stimola la vostra immaginazione e creatività.
Bisogna essere affamati, quasi bulimici, di immagini.

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Outtake from my latest assignment – documenting @essereanimali incredible investigative work – “Into the dark underbelly of factory farming” series | The meat Industry created two-foot-by-seven-foot gestation crates so sows couldn’t bite one another’s tails. Often sows crush their young by lying down, cause unable to move. These "Heat lamps" are special lamps that duplicate infrared sunlight. Inside a massive livestock farm the swines never going to see the light of the day so these infrared rays, that don't heat up the air, are instead absorbed by swines to reach desired weight as soon as possible to be slaughtered and sold by the global market. #italy #italia #animal #animals #activist #food #meat #work #onassignment #editorial #italianfood #cibo #puppy #pig #pork #prosciutto #investigation #photojournalism #documentary #foodie #vegan #veggies #carne #igers #nature #farm #farming #reportagespotlight #ciboitaliano

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Cosa consiglieresti, invece, al Francesco degli inizi?

Rifarei tutto com’è stato. Probabilmente non perderei tempo a fare alcune cose e a raccontarmi storie, mettendo la fotografia nell’angolo del tempo perso.
Non è detto, comunque, che evitando gli “errori” avrei raggiunto gli obbiettivi che ho raggiunto oggi, sudandomeli. Magari, tramite un percorso più studiato, più tranquillo, non mi avrebbe portato a determinati traguardi.
Mi darei solo il consiglio di concentrarmi di più, di perdere meno tempo e resistere di più ai momenti bui.

Sito Web: Francesco Pistilli
Instagram: francesco.pistilli

Immagine di copertina: © Francesco Pistilli
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