“La cosa bella degli umani è che possono essere in grado di realizzare tanta bellezza. E la cosa sconvolgente della bellezza è questa: poter cambiare.”

Lui è Antonio Frisino, che si muove sulla scena indie come un cultore del vero aspetto dell’indipendenza che questo genere sottende. Oggi, vi facciamo leggere cosa ci ha raccontato del suo nuovo album Italian Touch, ma soprattutto di sé stesso.

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ITALIAN TOUCH è il titolo del mio secondo disco, ed esce oggi 21 febbraio. A volte dico che questo è il disco per la donna che c’è in ogni uomo. L’ho fatto con calma, senza fretta, insieme ad un percorso di analisi. E’ musica personale e musica per suonare. Questo disco e’ una dichiarazione d’amore con un titolo che può sembrare scollato dalle canzoni, ma è questo quello che mi piace, mischiare, mischiare i mondi tra di loro e non fermarmi mai se non il tempo di godere e riprendere la ricerca più vorace di prima. Sento di dover ringraziare tante tante persone, su tutte @matteocostaromagnoli @pietroparoletti che lo ha prodotto @hypsterya per avermi accolto e abbracciato e poi @lostatosociale, @ancoramegliocimini UC! @ilgrandejambo, @the.debaser @loren_in_foto, @manitadischi, @fabi0grande, @pasqualeleonardi, @michele_palazzo_basso, @albertopaone_drums, @santa_cecilia, @matteo_patrone e quei due instancabili visionari di @sailorbuzz e @marcosanti. Ci si vede in giro. Un abbraccio grande a tutti.

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Di lui abbiamo apprezzato in particolar modo la purezza del suo romanticismo, che rivendica la libertà di un artista di seguire l’umiltà della propria espressione, ed è per questo che l’intervista si è rivelata essere un viaggio nel suo flusso di coscienza, dalle idee ben salde quanto mai banali, e soprattutto, molto sottili.

Umile è il suo intento, umile sono le sue parole, umile è l’effetto comunicativo di una musica libera che si arma di un retaggio culturale non indifferente, cresciuto frequentando ed osservando all’opera scenografi ed artisti nella sua regione d’origine, la Puglia.

Gli ho confessato subito quali fossero i miei brani preferiti, tra cui Un paio di vans.

La sua risposta è stata “ti hanno mai regalato un paio di vans?”, e così l’intervista è iniziata con una risata e Frisino che faceva una domanda a me, che, colpita dalla sua profonda umiltà, mi ha permesso di lasciarmi andare tra i suoi pensieri, rendendomi ancora più conto di quanto questo brano faccia teneramente parte della vita di tutti noi.

E allora ascoltiamo cosa ha da dirci.

Il titolo del tuo album è Italian Touch, ma cos’è per te questo tocco italiano?

Mi piace intendere l’italian touch come quello stile che si contrappone al french touch. In realtà l’album è un invito a sentirsi liberi di tracciare la propria strada, ed io l’ho creato non seguendo alcuna moda, semplicemente lasciandomi trasportare dal percorso del mio cammino: una cosa fondamentale nel mondo della musica.

Beh in effetti stiamo vivendo l’esplosione dell’indie, per cui forse rischiamo un po’ di omologarlo.

Sì, questa è un po’ la paura di tutti, o meglio di coloro che hanno un orecchio più attento su questo stile. Onestamente io sono stufo di ascoltare, non appena apro una playlist qualsiasi, tutti questi stampini musicali che si muovono tra “sigarette”, “le sette del mattino”, “cellulari rotti”. Ognuno dispone della propria musica come meglio crede, io ho scelto di fare la mia strada e sono consapevole di non poter essere recepito da tutti, tra chi è distratto o attento ad altre cose. Questo è un percorso lento, e ben venga. In ogni caso la musica se deve farsi strada, la fa.

Se mi permetti una chiosa – continua Frisino – l’indie per come lo intendiamo oggi noi, è un grosso equivoco che si è creatoIndie sta per indipendente. Quando nasceva l’indie americano aveva tutta un’altra attitudine: i Sonic Youth, per esempio, che sono un gruppo con cui sono cresciuto. Oppure, se vogliamo spostarci sullo scenario italiano, indie sono i Marlene Kuntz, ed è per questo che penso che l’indie vero probabilmente già c’è stato. Quello che è in circolo ora è un indie mainstream: non facciamo altro che fare questo con le canzoni, non si fa altro che schioccare il muso nei confronti del mainstream, delle major che pescano e vanno dove meglio credono. Ma l’indie resta indipendente, e dovrebbe andare per la propria strada.

© Pagina Facebook Ufficiale di Antonio Frisino

Parliamo del tuo indie allora, che oltre per i testi, si distingue anche per la parte musicale. Cosa che spesso viene sorpassata dalle parole. “Atlante”, per esempio, è un brano che pervade già solo per la sua musica, e che si distingue in questa scia di indie mainstream.

“Atlante” la scrissi diversi anni fa a Lecce, poi ho avuto la fortuna di collaborare con Dario Faini, in arte Dardust, che si è occupato di arrangiare la parte di pianoforte, quando lui era agli albori della sua carriera musicale. C’è pathos, è un brano molto carico ed una grossa mano è stata data dalla collaborazione con Dardust. Dario è un amico, a cui voglio bene.

[Ed è parlando di questo brano che si è aperta una piccola parentesi romantica, in cui ho accantonato per un attimo gli abiti da intervistatrice, ed ho indossato nuovamente le sensazioni ed emozioni di chi, prima di conoscerlo personalmente, ha conosciuto la sua musica da semplice fruitrice.]

È l’esempio di indie che mi piacerebbe, ancora e ancora, ascoltare da te. Il tuo romanticismo trascende l’amore, e si estende a tutti gli attimi della giornata, ai modi di intendere e vedere tutto dolcemente. Il tuo romanticismo mi rimanda un po’ a dei ricordi d’infanzia. Profuma di memoria.

È una cosa bellissima.

© Pagina Facebook Ufficiale di Antonio Frisino

Ed è ancor più bello sapere che ascoltando la tua voce interiore  può venir fuori anche la voce interiore di chi ti ascolta. Questa è un’arma di cui l’indie mainstream non può privarti.

Questa è la parte più bella di questo tipo di connessioni. Va da sé l’essere cool, avere tanti like o followers sui social, sono cose che ti accompagnano oggi, ma nel domani non restano. Al contrario questo tipo di sensazioni ed emozioni che i fruitori possono cogliere, rimarranno anche domani.

Nella vita di ogni artista, a volte capita di farsi sopraffare dalla paura di non venir compresi o venir fraintesi con il rischio di denaturalizzare ciò che realmente si vuol dire. A te succede? Come ti comporti?

Io ho provato a non farlo, ho provato a non pensare “chissà se piacerà“. Prendendo in esempio il mio brano “Fica futura”, da un titolo che non vuol dire fondamentalmente nulla, c’è chi mi dice di avergli fatto venire in mente Dalla, ma in realtà non ho seguito nessun dettame, ho voluto semplicemente che il brano seguisse ciò che volevo. L’artista, a mio parere, deve farsi meno problemi, poi le persone decideranno se amarlo o meno. L’artista deve essere in primis libero di fare ciò che vuole, sempre. E poi, in secundis, deve fidarsi del produttore. Nel mio caso mi sono completamente fidato di Pietro Paroletti, un giovane produttore di talento, di cui apprezzo il suo consigliarmi quando una cosa non va, e farmi luce su ciò che invece potrebbe andare ed io non vedo.

Qual è il brano in cui più ti sei sentito libero dalla preoccupazione di pensare all’esito?

Di questo disco, sinceramente tutti i brani. “Mare” in particolare, è un canzone un po’ complessa, concepita con estrema libertà, più delle altre. Mentre Fica futura” in realtà, appartiene al mio retaggio, quello che ritorna e ripiomba nella vita di tutti i giorni, è quel ricordo che si mostra più presente di quanto potessi pensare. L’ho scritta rifacendomi al periodo in cui frequentavo scenografi della mia zona che leggevano questo libello dal nome Fika futura, una sorta di vademecum femminista. In ogni caso è “Mare”, il brano sul quale sono stato più libero in assoluto di andare sulla mia strada.

C’è un pubblico che ti interessa raggiungere piuttosto che un altro?

Dai 18 ai 44 anni, questa è l’utenza che ascolta la mia musica. Va da chi ha appena iniziato l’università a chi che, come me, fa un lavoro d’ufficio. Probabilmente viene ascoltata da un tipo di pubblico a cui neanche so di rivolgermi. Sarebbe bello poter sapere cosa fa chi ascolta le mie canzoni, se c’è qualcuno che piange o sorride.

L’artista deve ispirare Antonio, e questa più che una domanda è una mera affermazione.

Certo. Ricordo quando guardavo tutte le installazioni scenografiche. C’era chi si ispirava a Lorenzo Lotto e magari faceva un tavolo con i piedi umani, ed io stavo lì a chiedermi cosa volesse significare. In questo modo si aprono tanti file mentali che confluiscono in un mare, piuttosto che in una pozzanghera. Dipende da dove vuoi far confluire il tuo fiume di emozioni. Quello che è chiaro per me è che non sto facendo musica per fare pop, anche perché non sono un ragazzino – diciamocela tutta – non devo arrivare alle masse o andare a sanremo.

Faccio musica perché, come tutte le cose, mi porterà a cambiare ed il cambiamento è produttivo.

Facendo musica ti definisci.

Esatto. Tutti facciamo qualcosa per definirci. La cosa bella degli umani è che possono essere in grado di realizzare tanta bellezza. E la cosa sconvolgente della bellezza è questa: poter cambiare, pensare di far qualcosa che magari ieri neanche c’era ed oggi improvvisamente rivoluziona il tuo intero percorso. Il cambiamento non è sintomo di essersi venduto al mercato musicale, ma frutto di crescita e di definizione.

Immagine di copertina: © Facebook Antonio Frisino
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