Giulio Alvigini è un giovane artista, social media manager, comunicatore artistico, ma sopratutto un “giullare” di corte, come piace definirsi a lui. Forse molti di voi non conoscono Giulio, ma sicuramente avrete sentito parlare della sua pagina Instagram “Make Italian Art Great Again” da oltre 12mila follower che, ogni giorno, condivide meme e post sarcastici sul mercato e il mondo dell’arte contemporanea italiana e internazionale.

Courtesy: Giulio Alvigini

Grazie ad uno stile ironico e irriverente, Giulio, classe 1995, è riuscito a imporsi nel panorama artistico odierno e a rendere la comunicazione dell’arte contemporanea meno ingessata e polverosa. Dall’Accademia di Belle Arti di Genova ad Artissima a Torino, fino ad Autostrada Biennale – la seconda edizione della Biennale del Kosovo, di cui ha progettato il piano comunicativo e in cui ha esposto accanto a grandi nomi dell’arte contemporanea come Jan Fabre, Francesco Vezzoli e Adrian Paci, a soli 25 anni, Giulio può considerarsi già un’artista affermato e un comunicatore a tutto tondo.

Make Italian Art Great Again è il suo originale biglietto da visita, ma noi siamo voluti andare oltre per conoscere la persona e l’intuizione che c’è dietro a questo grande progetto. Lasciamo, allora, la parola al “giullare” di corte:

Ciao Giulio, innanzitutto dove ti trovi in questo momento e come sta procedendo la tua quarantena?

Ciao Alessandro, devo dire che me la sto cavando. Io mi trovo a casa mia, a Tortona, in provincia di Alessandria (Piemonte), con la mia famiglia. Quando è stato annunciato il lock down totale a inizio marzo, io mi trovavo già qui e per fortuna non ho dovuto vivere il disagio di restare bloccato in un’altra città/regione per settimane intere. Infatti solitamente io mi sposto regolarmente fra Torino e Milano, dove insegno alla Fondazione Enaip.

 

Parliamo di “Make Italian Art Great Again”, una pagina social di grande successo ma che presuppone, immagino grandi doti comunicative e grafiche. È così? I tuoi studi e il tuo percorso accademico sono legati a questi ambiti?

Sicuramente sì. Questo lavoro prevede delle competenze particolari di social media strategy, di visual content, ma anche di storia dell’arte contemporanea, senza le quali non avrei potuto ottenere tale riconoscimento. Make Italian Art Great Again non è tanto un pagina di divulgazione ma a che fare principalmente con la mia pratica artistica, ovvero occuparmi delle dinamiche e delle contraddizioni del sistema dell’arte. Mi piace osservare questo mondo con un occhio disincantato, il più possibile obiettivo, e tradurlo attraverso la mia lente ironica. Parlo sostanzialmente agli addetti ai lavori, non mi interessa raggiungere il pubblico di massa. Quasi a voler sottolineare le posizioni di elitarismo e snobbismo su cui l’arte contemporanea si arrocca. Mi definisco un “nerd” ossessionato dal sistema artistico contemporaneo, dai suoi rituali, dagli attori protagonisti (ovvero gli artisti) e dalle dinamiche del mercato. Porto avanti un’indagine critica consapevole che non ha valenza distruttiva ma che prevede maggior capacità di discernimento e di analisi.

Courtesy: Giulio Alvigini

Ho aperto la pagina nel marzo 2018, poco più di due anni fa, con l’intento di divulgare al massimo il mio pensiero e il mio messaggio artistico, ovvero come sovraesporre mediaticamente il proprio lavoro, come attirar su di sé l’attenzione, a soli 23 anni, senza avere alle spalle un curriculum molto corposo. L’idea era sempre quella di fare riferimento al mondo dell’arte contemporanea, che è sempre estremamente autoreferenziale e tautologico.

L’idea di creare questa pagina da dove è scaturita e perché hai deciso di sviluppare questa riflessione così disincantata e pungente sul mondo dell’arte?

L’idea è nata sicuramente grazie alla grande passione che ho sviluppato nel tempo nei confronti dell’arte contemporanea. Una volta uscito dal liceo e iniziato il percorso universitario, ho iniziato ad interessarmi al lavoro degli artisti contemporanei e soprattutto a come essi impongono il loro lavoro, quali sono le dinamiche che promuovono e valorizzano una personalità piuttosto che un’altra. Come sappiamo, il valore culturale è spesso messo in discussione da processi decisionali di tipo economico, per questo il mio interesse si è poi allargato alla sfera del mercato dell’arte, la filiera delle aste delle gallerie piuttosto che la formazione fine a se stessa di un artista. Inoltre, in quel periodo, marzo 2018, venivo da alcune operazioni, come quella della mia prima personale al Museo d’Arte Contemporanea di Villa croce trasformato hotel, e quella dello striscione “Ilaria Bonacossa 6 la mia vita” appeso davanti all’ingresso durante l’opening di Artissima, che avevano fatto parecchio discutere l’opinione pubblica. Inoltre all’epoca diversi artisti contemporanei affermati, come Cattelan e Hirst, iniziavano a sperimentare in una dimensione digitale, traducendo, con esiti più o meno apprezzati, i lavori già realizzati nella realtà fisica. Anche io ho iniziato a chiedermi come avrei potuto piazzare una pratica artista ancora ingenua e giovanile in questa dimensione e così ho deciso di creare una pagina dove mettere in discussione la figura dell’artista contemporaneo e, al contempo, restare coerente al mio percorso e alla mia visione del mondo dell’arte.

Facci capire meglio: ti definisci più un artista o un social media manager?

Io sono prima di tutto un artista. Poi ovviamente attorno a me si è creata questa lettura del mio lavoro in chiave comunicativa e le persone hanno iniziato ad etichettarmi come esperto di comunicazione, ma io non ho la presunzione di definirmi tale. Poi molto dipende da come noi vediamo noi stessi e come gli altri ci vedono da fuori: spesso le due cose non coincidono. Ma quest’ambiguità è parte della mia stessa pratica artistica. Mi incuriosisce molto il sistema social: spesso una battuta o un meme pubblicati al momento giusto riescono riscuotere un successo clamoroso nel pubblico diventando virali nell’arco di minuti, ma, allo stesso tempo, alcune mie dichiarazioni creano spesso scandalo e ricevono parecchie critiche. Ad esempio, poche settimane fa, in controtendenza rispetto all’opinione generale, ho affermato che molti musei e artisti che durante questa quarantena si sono votati al digitale, in realtà hanno prodotto contenuti di qualità mediocre, e che non si può parlare di “rivoluzione” ma semmai di alfabetizzazione digitale. Ovviamente, come c’era da aspettarsi, le mie affermazioni hanno fatto molto discutere, ma come ho già detto, fa parte del gioco.

Courtesy: Giulio Alvigini

Mi piace molto ricoprire il ruolo di artista come “giullare” di corte, di intrattenitore “mascherato” del re che, ridendo e scherzano, finisce per dire la verità. La figura del giullare ha un rapporto isterico e contraddittorio con il potere, si può definire un personaggi liminare, di confine, un intermediario fra il pubblico e l’istituzione.

Credi che il coronavirus fornirà una spinta al cambiamento degli assetti di potere e delle dinamiche che contraddistinguono il sistema dell’arte odierno?

Nonostante le previsioni più drammatiche e fosche relative al futuro del sistema dell’arte, io credo che, al di là di inevitabili riassestamenti e riconfigurazioni, alla fine la struttura elitaria del sistema verrà riconfermata. Ci troviamo in un momento di passaggio, in cui è importante sognare, crearsi illusioni e speranze, ma dobbiamo essere consapevoli che questo mondo resterà sicuramente caratterizzato da snobbismo, elitarismo e dinamiche di potere schiaccianti, perché è così da sempre e così resterà anche in futuro. Anche le proposte più scardinanti e destabilizzanti (pensiamo ai rivoluzionari anni ’70) alla fine vengono fagocitate e digerite dal sistema. il pubblico, come sappiamo, è irrilevante rispetto ai processi decisionali di questo sistema.

Come vivi il rapporto con l’ecosistema digitale e, in particolare, con i social network? Pensi che stiamo attraversando una fase di sovrapproduzione e sovraesposizione mediatica oppure sei d’accordo con la direzione che questo sistema sta prendendo?

Come ho scritto in alcuni post e stories negli ultimi giorni, credo che in questo periodo di quarantena stiamo assistendo ad una sovrapproduzione di contenuti che finiscono per confondere e stancare gli utenti. Personalmente ho deciso di ridurre la mia presenza in diretta e ospitate virtuali perché ho la possibilità di gestire come ritengo più opportuno la mio progetto artistico e la mia immagine, ma comprendo perfettamente le esigenze dei magazine, delle gallerie e dei musei di ribadire costantemente la propria presenza online, ora che le loro porte fisiche sono chiuse al pubblico.

Courtesy: Giulio Alvigini

Io sono sempre stato un sostenitore delle potenzialità del digitale, da molto tempo prima del coronavirus, e  invito a proseguire su questa strada. Le grandi gallerie, musei e case d’asta internazionali già da qualche anno si stanno muovendo in questa direzione attraverso iniziative e progetti online. È necessario che anche le realtà più piccole e meno affermate inizino a capire come sfruttare a proprio vantaggio le potenzialità di questo strumento. È chiaro, però, che nel momento in cui tutte le realtà fisiche si spostano online, occupare uno spazio non basta più per affermarsi e avere successo. La saturazione dell’ecosistema digitale in questi ultimi mesi ha dato via a tante forme di improvvisazione con risultati scadenti: è ovvio, infatti, che non si può recuperare in poche settimane un grave deficit nella capacità di utilizzo della tecnologia digitale, che ci si porta dietro da anni. In questa proliferazione incessante e caotica di contenuti, sono stati davvero in pochi a distinguersi per originalità e qualità delle proprie idee.

Vorrei avere un giudizio da parte tua su due personalità divisive e trasgressive, protagoniste dell’arte contemporanea internazionale: Maurizio Cattelan e Marina Abramović.

Si tratta sicuramente di due superstar, celebri in tutto il mondo per aver prodotto e per continuare a produrre contenuti scioccanti, provocatori e per la capacità di saper reinventare l’aura benjaminiana.

Maurizio Cattelan si è piegato alle dinamiche odierne del sistema dell’arte, facendo della provocazione il suo tratto distintivo. Prendiamo come esempio la sua ormai famosa banana, presentata all’Art Basel di Miami Beach: questa è nata come un “meme”, è diventata opera d’arte e poi tornata ad essere meme.
Il meme è un dispositivo linguistico che si caratterizza per la capacità di essere, di diffondersi e di reinventarsi. Il meme quindi non è tale solo perché virale ma soprattutto perché diventa reinventabile.
Cattelan, in realtà, non ha creato un’opera scandalosa, ma un’opera che parla un linguaggio molto contemporaneo che è per sua natura mimetico. L’ “operazione banana”, al di là dell’effimero che rappresenta, ha valore in quanto è stata oggetto di riflessione, analisi e di critica da parte del pubblico di massa.

Courtesy: Giulio Alvigini

Marina Abramović è un’artista perfettamente consapevole del ruolo contemporaneo dell’artista e della sua capacità di comunicare al grande pubblico. La differenza, nel suo caso, consiste nel fine che porta avanti la sua arte, ovvero una nuova missione messianica all’interno della quale lei ricopre il ruolo della “santona”, della Madonna di Medugorje, Lei è riuscita a costruire questo nuovo sciamassimo in cui lo sciamano si trasforma in showman. Ovviamente bisogna saper collocare le sue performance all’interno di un contesto preciso e avere gli strumenti per capire e comprendere il significato dei suo messaggi artistici. Ma a questi artisti non interessa essere capiti dalla massa, il loro lavoro è sempre rivolto ad un’élite molto ristretta.

Secondo te all’arte e agli artisti contemporanea interessa essere compresi dalla massa oppure no? Ci sarà mai un momento in cui l’arte contemporanea diventerà intellegibile anche al grande pubblico?

Secondo me ti sei già risposto, non è una necessità dell’arte contemporanea, non è l’obiettivo di questi artisti. Al mondo dell’arte basta una cerchia ristretta di persone: gli addetti ai lavori, i collezionisti, i mecenati. Questa situazione di emergenza nazionale che ci troviamo a vivere sembra voler allargare le maglie e rimescolare le carte ma io resto molto scettico e disilluso rispetto a questa possibilità. Non era così nel Cinquecento, all’epoca delle signorie e dei principati, e non è così neanche oggi. L’intellettualismo, dopo tutto, rappresenta uno status sociale, una forma di arroccamento, di distanziamento sociale dalla massa e l’arte contemporanea vive e si nutre di questo sentimento.

Secondo te perché, al contrario, la street-art, che è un genere artistico estremamente contemporaneo, riesce ad arrivare a tutti ed è così apprezzata?

Sicuramente lo spazio in cui opera, quindi la strada, influisce in modo importante sulla percezione delle opere di street-art nella mente delle persone comuni. Poi c’è anche una differenza di tipo linguistico e quindi di senso: l’arte contemporanea vive nello scarto, mentre la street-art è figlia dei suoi tempi, è troppo attuale per essere consegnata al contemporaneo. Ciò che succede fuori dalle istituzioni, dai musei, dalle gallerie, non è passato al vaglio dal sistema “ufficiale” dell’arte e il processo decisionale si verifica sotto altri aspetti. Questo non significa che queste forme d’arte non debbano essere prese in considerazione o non essere considerate tali. La struttura tradizionale del sistema dell’arte è in crisi ed è sotto gli occhi di tutti, sicuramente c’è bisogno di scardinare alcune dinamiche ormai obsolete e rinnovare questo settore come tanti altri: dopo tutto l’arte e i suoi sistemi non sono altro che lo specchio del mondo in cui viviamo. I rituali e le caratteristiche di questo mondo resteranno però, secondo me, sempre quelle: elitarismo, snobbismo, intellettualismo.

Courtesy: Giulio Alvigini

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