Management © Simone Cecchetti

Sumo è il nuovo album del Management. Un disco intimo e malinconico in cui l’ascoltatore può immedesimarsi e sentirsi meno solo, che unisce il cantautorato italiano a suoni che strizzano l’occhio alla scena internazionale: un connubio vincente e funzionale.
Per l’occasione, abbiamo incontrato Luca Romagnoli e Marco Di Nardo e ci siamo fatti raccontare il mondo dietro questo album.

Copertina di “Sumo” © Ufficio Stampa Big Time

In una vecchia intervista,  feci una domanda a Luca riguardo la modifica del vostro nome che da “Management del dolore post-operatorio” è diventato, semplicemente, “Management”.
Quando ti chiesi del perché avevate deciso di accorciarlo, mi rispondesti “Veniamo dalla provincia, ci annoiamo subito”. Quanta provincia c’è in questo vostro ultimo disco?

Luca: Tanta, tantissima! Anche se il disco è stato registrato a Napoli e di conseguenza ci siamo fatti influenzare anche da quella città. Nonostante Napoli sia una città metropolitana è anche un insieme di tanti valori italiani che sono spesso simili a quelli della provincia. La provincia siamo noi che prendiamo la scelta folle di cambiare nome, per esempio. Il nostro è un caso ancora più particolare perché veniamo proprio dalla provincia della provincia, io addirittura dalla campagna. Attorno a casa mia, oltre l’invenzione dell’elettricità e di Internet, non è cambiato così tanto rispetto ai primi dell’Ottocento.

Marco: Il fatto è che stando in provincia non hai modo di confrontarti con persone dello stesso settore. Quindi l’unico modo che hai di sperimentare le cose è farle e, spesso, si può sbagliare facilmente. Ovviamente sto parlando in generale e non del nome (ride, ndr).

Luca: Anche perché, di solito, nella provincia italiana lo sguardo è sempre volto verso le metropoli, l’estero. Tu immagina un’Italia che guarda l’America, la provincia che guarda Milano o Roma, la provincia della provincia che guarda la provincia, e così via.
Noi siamo di una “scuola” diversa: a vent’anni non avevamo i cellulari. Non eravamo portati ad imitare, copiare, etc. Ora ci sono “le gang” che vedono come riferimento le periferie di una Los Angeles, per esempio. La periferia della provincia non esiste perché è già provincia. Non ci sono grattacieli, borgate, le piazze di spaccio. Non c’è niente: dietro casa mia c’è un fosso, per dirti.

Marco: Non c’è proprio cultura. Non esistono live club o spazi adibiti a progetti originali di qualsiasi tipo. È un concetto difficile da spiegare, non tanto ai nonni o ai genitori, ma anche a quelli che ti stanno accanto. Se non vai a X-Factor, o a Sanremo, non sei nessuno e la musica non è un lavoro.

Luca: Questo, però, ti porta anche a fare delle scelte scellerate. Il fantomatico “Ora ti faccio vedere io!” non è sempre giusto. Alcune emozioni e alcune molle che vengono pizzicate nell’intimo possono portarti sulla cattiva strada. Fortunatamente, noi abbiamo sempre fatto scelte molto ragionate.

Dove collochereste quest’album all’interno del panorama italiano? Anche il vostro progetto in toto, se lo collochereste…

Marco: Ti direi nel panorama indie che non è un genere ma una moda, per forza di cose. Io reputo Mengoni ed Emma come pop mainstream, ad esempio, anche se adesso tutto si sta confondendo: ora è l’indie ad essere entrato in maniera preponderante nel mainstream, anche perché il mainstream non ha più risorse e quindi cerca di prendere qualcosa da questa nuova ondata.

Ora le etichette discografiche più potenti, le cosiddette majors, stanno puntando molto su questo settore.

Luca: Per me questa cosa è molto bella. Adesso le risorse e le idee le stanno prendendo tutte dal basso. Noi che venivamo dal bassissimo, per esempio, ci ritroviamo a lavorare insieme a grandi artisti, pop o meno pop che siano. Magari ti chiedono di scrivergli una canzone, di produrla, etc. Alla fine l’indie è più un contenitore, una sorta di indirizzo di casa dove trovare un determinato artista.
I tempi sono cambiati ed evidentemente ora c’è bisogno dell’alternativo di quello che era alternativo prima.
Questo disco ha tendenze pop. La parola pop fa paura a molti ma per noi è una parola bellissima: nella parola pop ci vediamo i Beatles, David Bowie e altri grandi (senza fare paragoni, ovviamente). Tra l’altro, i Beatles sono stati sottovalutati, non sopravvalutati come dicono in molti. In pochi conoscono l’importanza di quella band che a livello di sperimentazione ha osato tantissimo, riuscendoci.
Tornando a noi, questo disco è una specie di neoclassicismo. Canova, per esempio, si ispirava alla grande arte dell’antica Grecia con elementi a lui contemporanei. Noi abbiamo cercato di fare un lavoro di questo tipo. Le musiche scritte da Marco hanno un sapore internazionale mentre i miei testi fanno parte di quello scenario italiano cantautorale classico anni ’60, ’70.
Ci è piaciuto molto questo connubio che si è creato e in questo discorso, la malinconia ha avuto un ruolo importante. Per questo abbiamo scelto le canzoni più tristi e malinconiche: erano in grado di dare più peso alle parole.

Marco: Il singolo “Come la luna” ne è un esempio. All’inizio mi sembrava che quell’arrangiamento non le rendesse giustizia, anche perché tratta di una tematica molto delicata che è quella della violenza sulle donne. Ho provato a farla acustica e secondo me funziona molto di più, arrivando in maniera diretta senza troppi giri.

Qual è stato, invece, il brano più difficile del disco con la quale avete combattuto di più?

Luca: Credo “Per i tuoi occhi tristi“.

Marco: Sì, confermo anche perché era uno degli ultimi che stavamo preparando, nonostante fosse una delle prime che avevamo scritto.

Luca: Succede quasi sempre di sentire l’assenza di qualcosa in una canzone. Il pezzo era praticamente finito e prodotto, ma mi ero accorto che non c’era il ritornello e non era esploso il succo centrale della questione di cui parlavo.
Ti spiego come funziona in casa Management: Marco scrive la musica, io scrivo i testi. Marco scrive senza chiamarmi e me la manda quando è praticamente finita. Io ci inserisco il testo solo dopo che la canzone è pronta. Non riesco a scrivere senza appoggiarmi a dei suoni perché voglio e devo essere trasportato dalla musica, altrimenti dovrei appiccicare un testo ad un musica che non mi ha fatto scrivere quel determinato testo.
Poi, ovviamente, ritorni sulla stessa canzone almeno cinquantamila volte perché se la musica viene modificata o al testo si aggiungono altre parti che sono uscite fuori dopo, ci lavori fino a che non hai trovato la quadra della situazione. La lavorazione di “Per i tuoi occhi tristi” è terminata a un mese, circa, dalla pubblicazione dell’album. Ma ora ne siamo felicissimi.

Marco: Dal punto di vista strumentale, posso dirti che le batterie del pezzo sono tutte campionate e dall’inizio alla fine della canzone c’è lo stesso pattern. Non è facile dare dinamica a tutto il pezzo mantenendo sempre quella linea ritmica. Anche dal punto di vista compositivo, quindi, è stata la più problematica. Avendo aggiunto un ritornello successivamente, la difficoltà è aumentata ma, nonostante tutto, è il brano di cui musicalmente sono più soddisfatto.

E “Sumo” come album è stato difficile da far nascere?

Luca: Questo è un disco molto intimo a livello testuale. Ci sono esperienze di vita, assenze, persone, famigliari, amici, amori che non ci sono più. È un disco molto malinconico, fatto di ricordi che fanno anche male. In tutte le canzoni ci sono queste tematiche.
Dentro di te ci sono un milione di emozioni che si trasformano in frasi. Capita che queste frasi si incatenino tra di loro e che provengano da momenti totalmente differenti della tua vita, che comunque portano la stessa emozione. Anche se cambiano le persone, il sentimento dell’amore e del dolore sono molto simili (tralasciando le numerose sfaccettature personali).
Una canzone è il lavoro di tante emozioni che si sono rincorse tra di loro e alla fine ottieni un discorso sensato in quanto la penna, a cui viene affidata la fase finale, mette tutto in ordine su carta.

Marco: Nel corso degli anni abbiamo anche affinato questo discorso. Molte volte capitava che io scrivessi musiche per me molto valide ma Luca non riusciva a vederci qualcosa. Abbiamo provato a fare l’inverso: lui scriveva un testo e io basandomi sulla lettura delle parole provavo a scrivere la musica.

Luca: Stiamo svelando troppo i nostri segreti! Rimanga tra di noi. (ride, ndr)

“Sessossesso” è la collective song del disco. Com’è nata l’idea di realizzare una canzone scritta dai fan attraverso i social?

Luca: Per noi i social sono un ambiente un po’ noioso. Sappiamo benissimo che dovremmo usarli maggiormente perché è un tipo di comunicazione che arriva in maniera differente e la gente li usa moltissimo. Per questo, infatti, sbagliamo noi.
Dato che veniamo da un’altra mentalità che non prevede la foto al piatto di pasta che abbiamo davanti, abbiamo deciso di fare qualcosa di diverso. Volevamo interagire con i fan ma con qualcosa che non fosse “stiamo mangiando questo”. Un qualcosa che ci riguardasse più da vicino e abbiamo deciso di scrivere una canzone insieme a loro. Un’idea originale che non aveva mai avuto nessuno. Abbiamo scelto come tema il sesso perché era un argomento che metteva d’accordo molti ed era anche l’argomento che aveva vinto nel sondaggio.
Migliaia di persone hanno mandato parole e frasi veramente intelligenti, che ora sono diventate una canzone. La cosa più bella è stata il fatto di aver ricevuto tantissimi segreti ed esperienze personali molto intime.

Marco: Avevamo pensato di chiamare il brano “Romantico perverso” anche per questo fatto di aver ricevuto “confessioni” private riguardo la sfera sessuale. Inoltre, il tema del sesso abbiamo deciso di trattarlo in maniera universale in modo che tutti ci si potevano rispecchiare, senza alcuna categoria.

Luca: Ci tengo a precisare che tutti hanno partecipato attivamente alla creazione di questa canzone. C’è chi è stato influente per la scelta di una parola, chi magari per una frase intera o chi per metà. Tutti hanno partecipato in ugual modo, anche perché non era un concorso a premi.

“Io sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e nessuno saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono”
Patrizia Valduga – Quartine

C’è una domanda che non vi hanno mai fatto ma a cui vi sarebbe piaciuto rispondere? Magari qualcosa del disco che nessuno ha notato.

Luca: Bella difficile come domanda! Intanto ti posso dire che il disco lo stanno capendo in molti. Il pubblico è intelligente, al contrario di quanto si pensi.
Chi pensa che, in qualche modo, abbiamo cambiato rotta si sbaglia, in parte. Tutto il percorso che abbiamo fatto fin’ora ci ha portato ad acquisire la maturità che abbiamo oggi in Sumo. Tutto il dolore post-operatorio che abbiamo tolto, c’è ancora. È nel nostro intimo e non vogliamo più sbandierarlo come prima, ma c’è. Sta all’ascoltatore identificarlo nei nuovi brani. È un disco elettro cantautorale che porta una crescita con sé. Dove sta? C’è! Per questo abbiamo inserito la quartina della poetessa Patrizia Valduga nel nostro comunicato stampa. Noi dentro abbiamo l’inferno e per sopravvivere (non in senso economico) riusciamo a fare solo questo.

Immagine di copertina: Management © Simone Cecchetti

 

 

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