L’artista Massimo Pedrazzi è diventato famoso grazie ai suoi dipinti che uniscono il mondo reale con quello surreale. All’interno delle sue tele, questi due mondi apparentemente diversi, coesistono e creano luoghi magici. Pedrazzi però, non è solamente un artista di successo, ma anche un uomo che ha vissuto esperienze di vita intense, e solamente grazie alla tenacia e all’incredibile talento, è riuscito a sopravvivere e a farsi strada in questo mondo meraviglioso ma spesso crudele. Durante l’intervista per Artwave, ci ha raccontato delle sue ricerche artistiche ed esistenziali.

Massimo Pedrazzi, Giovane con la visiera rossa. Olio su tela (93×120 cm)

Ciao Massimo vorrei iniziare questa intervista conoscendoti meglio. Qual è stata la tua formazione artistica? Hai frequentato scuole d’arte?

Ciao Francesco. Quel poco o tanto che ho assimilato è frutto di tanta tanta pratica. La mia formazione pittorica è iniziata relativamente tardi, quando ero già sposato ed avevo avuto da poco la mia prima figlia. Prima del matrimonio avevo sperimentato diverse esperienze lavorative, ma nessuna di essa era collegata al mondo dell’arte. La mia vita oscillava tra il lavoro, la casa, la famiglia, le agognate vacanze e il costante pensiero della pensione. All’interno di questa vita, non da me prestabilita, non riuscivo a sopravvivere, mi sentivo intrappolato. Iniziai quasi per  gioco a riprendere in mano i pennelli che non toccavo da quando ero ragazzo. Presto mi resi conto che per liberarmi da quella vita opprimente, dovevo dare ascolto all’incalzante chiamata della pittura! Solo in questo modo avrei potuto trovare la pace tanto agognata.

La predisposizione al disegno era manifesta già nei primissimi anni di scuola. Alle medie inferiori, i professori dopo essersi consultati fra loro, mi promossero in cambio della promessa che mi sarei iscritto a un istituto artistico. Mantenni la promessa e mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti. Non durai molto! Dopo il primo quadrimestre del secondo anno mi ritirai. La consideravo inutile!  L’apatia dei professori e alcuni problemi dovuti ad ansie causate dalla mia famiglia  non mi hanno permesso di sentirmi totalmente coinvolto. Purtroppo il mio percorso accademico è stato attraversato da parecchi problemi, per esempio, ho ripetuto due anni alle elementari  a causa della mia vivacità e incapacità di rimanere attento alle noiosissime lezioni.

Da cosa prendi ispirazione quando realizzi le tue opere?

Parlare di cosa mi ispira è difficile. Pur non essendo un uomo di scienza credo di poter affermare che l’opera d’arte  nasce in tre modi diversi. Il primo, che è quello più comune, nasce perché l’artista vuole dimostrare il proprio talento. Poi vi è la modalità descrittiva, dove l’artista dipinge per raccontare la propria idea con le immagini e non, per esempio, con le parole. In breve, l’artista si connette ai suoi pensieri e li concretizza con l’uso delle immagini. Infine esiste la modalità che io definisco “terapeutica”. In questa ultima modalità l’artista prende spunto dalla propria parte istintiva. Non sa bene perché o cosa dipinga; ma sente l’urgenza di imbrattare tele e mischiare colori.

Tutte queste modalità offrono il senso di estraniamento, la perdita della cognizione temporale e l’eliminazione dei pensieri. Penso che tutti gli artisti debbano abbracciare tutte e tre queste modalità nel corso della loro carriera. Io stesso all’inizio ero alla ricerca di approvazione da parte delle persone,solo successivamente ho iniziato a voler entrare in contatto con la parte più vera e profonda del mio animo. Penso che quando l’artista arriva a quest’ultima modalità, debba iniziare a capire cosa voglia riprodurre di sé.

Mi parli delle tecniche che utilizzi per realizzare i tuoi quadri?

Ho abbracciato diverse tecniche e materiali nella mia lunga carriera. Ho utilizzato l’olio, la tempera all’uovo, l’acrilico, l’acquerello e tecniche miste. In pratica ho utilizzato ogni materiale possibile! Alla fine ho scelto l’olio per la sua duttilità. Sperimentare ed abbracciare le tecniche dei maestri antichi è sempre utile perché ti permette di conoscere a fondo la materia e quindi di poterla poi adattare al proprio scopo. Come supporto pittorico adesso prediligo sia la tela che la tavola, anche se quest’ultima la trovo più in linea con i miei disegni.

All’inizio, quando avevo appena ripreso a dipingere, non realizzavo disegni o schizzi preparatori ma iniziavo direttamente dal colore. Volevo assolutamente veder nascere l’immagine che fremeva nella mia mente. Col tempo mi resi contro che sprecavo molto tempo e materiale, spesso, buttavo tutto il lavoro solo perché non mi convinceva. Da queste esperienze, per i lavori più complessi e lunghi, ho iniziato a realizzare alcuni schizzi preparatori. La fase che prediligo di più è quella iniziale, quando con poche pennellate si inizia a intravedere il soggetto o il paesaggio che sto realizzando. Invece, la fase finale, è quella che trovo più faticosa. Devo richiamarmi continuamente in quanto il propulsore emotivo ha perso la sua forza. Forse è per questo motivo che considero il lavoro incompleto sempre più magnetico rispetto a quello finito.

Osservando i tuoi ultimi lavori vediamo delle figure femminili “perse” nei boschi. Chi sono queste figure? Sono persone reali?

Sebbene la bellezza non abbia sesso e la si trovi ovunque, sono sempre stato attratto dalla bellezza femminile. Nel mio lavoro però, la bellezza femminile assume anche una valenza simbolica. I soggetti spesso sono inventati perché devono corrispondere a una espressività mirata. A volte, quando si tratta di realizzare posture complesse, chiamo delle modelle e le fotografo personalmente. Altre volte invece faccio affidamento al mondo del web. Ovviamente tutti i soggetti devono colpirmi in qualche modo. Se non li sento “miei”, se non mi coinvolgono non riesco a dipingerli. Mi sentirei un completo bugiardo a rappresentare qualcosa che non mi coinvolge al 100%. In parole povere, dopo che mi è venuta un’idea, cerco tutti i materiali e i soggetti utili per realizzarla.

 Sempre ammirando i tuoi ultimi lavori ho visto alcuni paesaggi. Sono mondi reali o immaginari?

Sempre immaginari. I paesaggi sono dei momenti di svago. Traccio un orizzonte e da lì inizio a costruire il mio “mondo”. Metto una montagna, un lago, un fiume… Poi altre montagne e infine  il cielo.
Entro letteralmente dentro al dipinto: individuo posti dove potrei accamparmi con una bella tenda o dove farei il bagno. Non c’è sentiero, all’interno dei miei dipinti, che non ho percorso con la fantasia! I cieli non rispettano le regole della realtà. La luce si muove seguendo altre leggi, non quelle del mondo malato in cui viviamo.

Mi parli dell’opera “L’abbandono”? Mi ha colpito particolarmente questa ragazza abbandonata in una specie di festa di paese.

La pittura risulta efficace nel creare suggestioni. In questo piccolo dipinto mi sono concentrato sulle sensazioni cinestesiche: le più difficili da trasferire attraverso l’arte visiva. Vorrei, attraverso la mia pittura, trasmettere l’umidità dell’aria e le sensazioni che essa infonde, la temperatura e anche gli odori. In altre parole cerco di fare in modo che le persone si immergano nel momento che ho voluto cogliere; sentendo tutti gli odori e i rumori del paesaggio che ho creato.

Le luci, che suggeriscono un paesaggio di festa, il vento e il viso della ragazza vogliono accentuare il senso di abbandono vissuto dalla protagonista.Un abbandono però, a differenza di quello che si può pensare, piacevole. Il titolo non vuole fare riferimento ad un sentimento negativo, ma vuol essere  una sollecitudine al vivere l’attimo, a farsi trasportare dal momento così intensamente, da restare in pace con se stessi. La ragazza fa proprio questo: si abbandona alla festa e alla musica.

Massimo Pedrazzi, L’abbandono, 2015. Olio su tela (35×40 cm)

Cosa mi puoi raccontare dell’opera “Fumo negli occhi 1”?

Non è facile raccontare le mie opere. Spesso si inizia un dipinto senza tante riflessioni. Se ti piace un’idea, la realizzi senza porti troppe domande. Difficilmente all’inizio riesco a comprendere perché ho scelto quel soggetto piuttosto che un altro. Solamente quando il soggetto è ben impostato, inizio a farmi le domande sui possibili significati. Riguardo questo dipinto particolare, sono partito dall’idea di rendere in pittura l’effetto del fumo, poi successivamente ho iniziato a vedere, al suo interno, una metafora dell’uomo contemporaneo accecato da sostanze “dannose”.

Massimo Pedrazzi, Fumo negli occhi 1, 2016. Olio su tela (49×36 cm)

Osservando la tua pittura verrebbe da definirti in un certo senso sia surrealista che realista. Tu come definiresti la tua pittura?

Una volta un critico definì la mia pittura con il concetto di realismo magico. Anche l’etichetta di pittore simbolista spesso mi è stata appiccicata addosso. Effettivamente la figurazione utilizzata si rifà alla realtà. I paesaggi o le  figure umane sono elementi veri, ma tutto però inserito in contesti irreali. Per me è importante invogliare chi guarda un mio dipinto a fare delle riflessioni, o come dicevo sopra, a farsi delle domande. Poi non ha importanza se la risposta sarà diversa dalla mia, dalla tua, o dalla sua. L’importante è attivare uno stato riflessivo che porta l’osservatore a immergersi nei suoi spazi interiori, piuttosto che rimanere superficiale poiché, sono convinto, che le pregevolezze della vita non le incontri in superficie.

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