Valentina D’Antino

Viaggiare appassiona molti, ma spesso è considerato “per pochi”. Questioni economiche o pratiche ancorano alla propria città, al proprio paese, imprigionando molte persone nell’idea che la scoperta del mondo sia loro preclusa. Le parole di Giulia Lamarca dimostrano quanto questa concezione elitaria sia erronea e irrealistica: certo, bisogna scendere a compromessi, con se stessi e con la propria condizione, ma con la giusta attenzione nulla può davvero considerarsi precluso. Lei, con il suo entusiasmo per la vita, è l’incarnazione del vero spirito del viaggiatore, che non accetta di farsi rinchiudere, ma prosegue incessantemente nel suo percorso, anche in carrozzina.

 

Chi è Giulia?

Sono una psicologa, nasco così. Piano piano però è nato il desiderio di fare divulgazione anche su altre tematiche, così ho iniziato a parlare tanto di viaggi, perché è ciò che amo fare. Ho cercato di spronare il mondo dell’inclusione nel settore, ma ho anche semplicemente raccontato le mie esperienze e avventure, sdoganando l’idea che le persone con disabilità non viaggiano. Tutti vogliamo le stesse cose, dall’entrare in un ristorante al guardare un bel paesaggio.

Ad oggi mi occupo di portare l’inclusione nel mondo del lavoro: le aziende spesso non sanno né come approcciarsi a questo mondo né come trattare le persone, ed io mi dedico a questo.

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My travels, the hard truth: com’è nato e come si sta evolvendo questo blog?

È nato per raccontare la mia storia una volta per tutte; ero stufa di ripetere sempre le stesse cose a tutti.

Ora vorrebbe essere una raccolta di “mini guide” utili per i viaggi, ma ultimamente ci siamo dedicati molto ai video, e abbiamo notato che ci piacciono quasi di più, quindi li utilizzeremo sempre insieme all’articolo. Io amo scrivere, però preferisco la scrittura più creativa, mentre su un blog deve essere tutto impostato per essere indicizzati bene.

L’idea è comunque quella di produrre ancora tanti articoli, perché ci sono molti viaggi di cui non abbiamo ancora parlato, ma vorremmo anche che diventasse una vetrina per una serie di servizi che offriamo.

 

Tu e Andrea avete sempre amato viaggiare, o la vostra passione si è sviluppata negli ultimi anni?

I miei avevano un camper e viaggiavamo continuamente, ma non amavano l’estero, quindi non siamo mai stati fuori dall’Europa. Andrea invece aveva studiato sei mesi in Australia, ed è stato un lui a dirmi “partiamo insieme”, quasi per scherzo. Io avevo molta paura; ero in carrozzina da pochissimo, un viaggio di diciannove ore con una persona conosciuta sì e no da un anno mi spaventava. Poi però mi sono innamorata dell’idea stessa di essere in aria e ora viaggerei tutta la vita.

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Qual è stato il vostro primo viaggio insieme?

Il primo in assoluto penso sia stato Cipro, dove siamo stati una settimana. Prima di andare in Australia volevamo fare un viaggio più breve, per capire come gestire il volo.

 

Come è cambiato il tuo modo di viaggiare?

All’inizio ho voluto capire un po’ come fare, banalmente come prendere un aereo. Nessuno ti insegna queste cose; quando esci da un ospedale in carrozzina sei lasciato a te stesso sotto questo profilo. Sembra assurdo, ma non c’è tanta gente in carrozzina che ha preso un numero elevato di voli e aperto un blog in cui spiega tutto.

Più viaggi più ti rendi conto di cosa ti serve davvero; io ad oggi faccio la valigia il giorno prima e l’unica cosa di cui davvero mi preoccupo sono gli ausili medici di prima necessità, e, da quando è diventato anche un lavoro, dell’attrezzatura fotografica. Per il resto, tutto ciò che si può comprare si può dimenticare, questo è il nostro motto.

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Come pianificate i viaggi a più tappe?

Io individuo i posti in cui voglio assolutamente andare e Andrea crea un itinerario base. Inizialmente prenotavamo tutto, invece da tre anni a questa parte fissiamo solo il volo dell’andata e del ritorno. Ci siamo resi conto che, a livello economico, conviene molto spesso prendere voli interni, soprattutto in Asia, e in questo modo ci si gode anche di più l’esperienza. Zaino in spalla e via, una soluzione si trova sempre.

 

Quali sono le difficoltà più consistenti che avete incontrato negli anni?

La parte più difficile è tutto l’iter del biglietto aereo; tantissimi sistemi di prenotazione non sono chiari, non si capisce dove comunicare che si è in carrozzina. Compri i biglietti senza la certezza che sia tutto okay. Io ormai sono tranquilla, mi rendo conto che è molto difficile che una compagnia lasci a terra i passeggeri; ci è capitato, ma mai per tratte significative. Facendo un bilancio, su cento voli presi, solo due volte siamo rimasti a terra e tre volte ho avuto problemi con la carrozzina, ma si può ancora migliorare.

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Petizione per il diritto al volo: come si è evoluta? 

È andata bene, il mio intento era che arrivasse a qualcuno del settore e che le persone dell’ambiente capissero che sapevo di cosa stavo parlando. Una grande compagnia mi ha contattata, non per una consulenza, ma per organizzare un viaggio insieme, ed ero molto contenta, ma a causa della pandemia abbiamo dovuto sospendere il progetto.

 

Qual è stata fino ad oggi la meta più accessibile?

Il Giappone è molto accessibile, salvo alcuni templi ovviamente. Se dovessi organizzare un viaggio con un gruppo di persone con diverse disabilità andrei lì, perché si riesce a passeggiare davvero. Inoltre, negli anni ho imparato che non sempre “civilizzato” è sinonimo di “accessibile”: non definirei l’India accessibile, ma paradossalmente i percorsi sterrati che ci sono lì in carrozzina si percorrono più facilmente rispetto alle strade di Roma.

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E la meta più soddisfacente da raggiungere?

Non ero sicura saremmo riusciti a raggiungere Raja Ampat, un’isola sperduta tra Indonesia e Papa Nuova Guinea. È un posto magnifico, ma bisogna essere un viaggiatore di un certo tipo per andare lì, non si trova sicuramente il lusso. Penso non avessero mai visto una carrozzina; la compagnia aerea non era attrezzata, il traghetto che abbiamo dovuto prendere era attraccato malissimo e la gente del posto ha aiutato Andrea “scaricarmi” a bordo con la sedia a rotelle. Una volta arrivati abbiamo soggiornato in una struttura completamente in legno, senza acqua calda, con l’elettricità disponibile solo in certi orari.

 

Dove avresti scelto di trascorrere la quarantena, se avessi potuto?

Raja Ampat è un luogo magico, penso sempre che avrei voluto trascorrere lì questo periodo. Riflettendoci bene, però, forse non c’è nemmeno una guardia medica, quindi direi qualsiasi posto al caldo, dove poter fare il bagno. Quello che mi manca di più in questo periodo è affacciarmi e vedere un bel paesaggio.

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