di Virginia Di Mauro

Daniela Bellofiore nasce a Siracusa nel 1967. Cresciuta in campagna con la sua famiglia, realizzava i suoi giocattoli con gli oggetti che trovava. Da lì, con il passare degli anni, sono nate la voglia e il bisogno di trasformare dei semplici elementi in qualcosa di funzionale, fino ad una vera e propria forma artistica. Trasferitasi a Roma per insegnare, si definisce materiatrice, perché per i suoi lavori non scarta materie o materiali, ma disegna “con gli oggetti raccontando il nostro tempo”.

Da dove nasce la tua arte e il tuo percorso?

La mia arte nasce si concentra sulla vita degli oggetti, su un nuovo inizio per loro e non un mero utilizzo. La mia creatività e il mio percorso nascono, invece, in campagna dove ho vissuto per quattordici anni: giocavo, animavo e trasformavo quello che trovavo. A sedici anni ho progettato una casa in balza con mobili e copertina, completamente da autodidatta; a trentacinque anni ho costruito i miei primi mobili. Il bricolage è stato il mio compagno di vita, perché mi ha aiutato a stabilire un contatto con le cose. La mia produzione artistica è iniziata nel 2004, dopo una parentesi dedicata alle candele artistiche e alle sculture di cera.

L’approdo
Credits: @Daniela Bellofiore

Che cosa o chi ti ha ispirata?

Ho artisti preferiti, come Magritte, Dalì, Kandinsky, Mirò, ma non mi ispiro a loro; ho pianto per Frida Kahlo, perché mi ha smosso dentro. Tuttavia non mi ritengo all’altezza di potermi ispirare. C’è un pensiero talmente grande dietro le loro opere, che non mi ritengo adatta, così mi ispiro al momento che sento. Per i lavori materici l’oggetto mi dice “prendimi” e l’ispirazione nasce da lì. Per la fotografia volumizzata, invece, frammento l’immagine e utilizzo volumetrie più o meno alte in base a quello che voglio evidenziare. La fotografia non dà profondità come l’occhio umano.

Quali sono le tecniche che utilizzi per i tuoi lavori?

La tecnica è mista e varia a seconda del materiale: colori (tempere e acrilici), collanti, sabbia, polvere di gesso, cartone, stoffa, fili elettrici (che sono la mia passione!). Tra i materiali più particolari ho utilizzato stecche di occhiali, mollette, pezzi di parquet, pezzi di pc, anta di lavastoviglie, parasole. Smonto, saldo, lavoro con maschera e guanti: non ho un laboratorio, ma creo in una stanza a casa o nelle ore di buco a scuola.

C’è un’opera alla quale sei particolarmente legata?

E’ come chiedere a una madre di scegliere tra i suoi figli. Ti posso dire quale per me è più ostica, magari per me corrisponde a un periodo difficile, invece ad altri comunica diversamente. Mi piacciono tanto quelle colorate come Mondo a colori o Guardando al futuro. Ogni opera rappresenta un legame a sé.

Tra le esposizioni a cui hai partecipato, quale ricordi con particolare emozione?

La prima esposizione importante è stata nel 2012 in Campidoglio, una collettiva organizzata dalla Ferrari. Ho presentato una scultura in vetro, un cuore sospeso, che indicava lo stato di sospensione emotiva che prova chi guida una Ferrari. Quell’opera adesso vive di vita propria, dopo aver cambiato aspetto nel 2018. Era stata scelta per una collettiva a Cagliari, purtroppo però si è rotta in due parti durante il trasporto. In quell’occasione ho scelto di non intervenire e posare l’opera in una teca di vetro, inserendo una luce. Si è rotta nuovamente e lì sono intervenuta, pur mantenendo la frattura. È stato come se il cuore volesse venir fuori. Soffro di queste fratture come figli feriti. Ricordo con emozione la mia prima mostra personale, qui a Roma presso la Galleria Spazio Faro. Un’intera presentazione di fotografie volumizzate, dal titolo Hands on Concepts, a cui tengo particolarmente.

A cosa stai lavorando attualmente?

A Il Natale de 100 alberi d’autore, un progetto sfida, per me, a cui partecipo con una fotografia volumizzata in cui ho inserito anche il materico. Seguo questa manifestazione da anni e qualche mese fa ho chiesto informazioni senza pensare che la mia candidatura fosse accettata! Sono partita da uno scatto di quest’estate, un’immagine che mi ha emozionata. La base è rappresentata da scatole di altezze e dimensioni diverse, sto utilizzando della pittura luminescente e delle spille per le candele dell’albero.

Quali sono i tuoi desideri e i progetti futuri?

La scuola è vita, ma non la mia. Negli anni sono cambiata e insegno con passione: mi piace ridere con i miei alunni e trasmettere l’amore per l’arte, che può molto soprattutto con i bambini che hanno difficoltà espressiva. L’arte materica permette loro di esprimersi senza disegno ed è importante per stimolare il pensiero creativo e la concentrazione oculo-manuale. Vorrei valorizzare la mia fotografia volumizzata, perché sono la prima a utilizzarla in questo modo. Non è giusto essere riconosciuti solo dopo la morte.

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