Dente è l’ultimo album, omonimo, di Dente, cantautore che negli ultimi anni ha segnato diversi punti importanti per il cantautorato italiano. Abbiamo scambiato qualche parola con lui e, oltre a parlare della sua ultima uscita discografica, ne abbiamo approfittato per discutere sul futuro della musica in Italia.

Come hai vissuto questo periodo di quarantena?

Diciamo che come molta gente ho fatto poco, avrei potuto fare di più (ride, ndr). I primi due mesi ho avuto il vuoto totale, poi ho suonato molto, tenendomi in allenamento, e negli ultimi giorni ho ricominciato a scrivere qualcosa.

Hai ascoltato qualche disco o letto qualche libro in particolare?

Per quanto riguarda la musica, mi sono fissato con un gruppo canadese che sto ascoltando da un bel po’ di tempo: Men I Trust.

Di libri ne ho letti un bel po’. Per la prima volta ho letto dei librogame, anni ’90, molto divertenti. Di base sono fantascientifici e il game consiste, alla fine di ogni pagina, nello scegliere cosa fare, come procedere e di passare anche da una pagina all’altra. È un approccio molto interattivo. Ne ho consumati circa cinque e, alla fine, si leggono quattro storie per libro.

Il tuo ultimo album rappresenta l’evoluzione della tua maturità artistica. Come mai hai deciso di chiamarlo col tuo stesso nome, “Dente”?

Per tanti motivi. Sicuramente, il più macroscopico è il fatto che questo è un disco molto diverso, o per lo meno è quello che percepisco io, rispetto a quelli pubblicati in precedenza. Mi piaceva l’idea di controbattere con un disco molto identitario, all’apparenza: il disco parla molto di me e sulla copertina c’è la mia faccia.
In più, volevo dare un taglio netto ai titoli con i giochi di parole.

Quello è un linguaggio che riprenderai in futuro, oppure hai deciso di staccare la spina da quel generatore?

Non lo so, il fatto di toglierlo è stato molto naturale e non è stato nulla di studiato. Probabilmente nel periodo in cui ho scritto queste canzoni non sono venuti fuori. Forse, anche perché ho una sorta di rifiuto, inconscio.
Negli ultimi anni, la musica italiana si è riempita di giochi di parole in una maniera esagerata ed io essendo, di natura, un bastian contrario (ride, ndr), inconsciamente, ho smesso di usarli per quel motivo.

Utilizzando questo nuovo approccio, hai avuto difficoltà nella scrittura di qualche brano in particolare?

Sicuramente, “Cose dell’altro mondo” è stata la canzone più travagliata di tutta la mia produzione. Ci ho messo tantissimo a scriverla e ho fatto fatica ad accettarla, tanto da non volerla mettere nel disco. Tutti mi hanno detto che era una bella canzone e hanno cercato di convincermi (ride, ndr).
Quando l’ho scritta non aveva nemmeno il ritornello, poi l’ho aggiunto e ho aggiunto anche delle parole ad un testo che per me era già finito. Ho cambiato il testo tantissime volte, la tonalità e la struttura.

Forse non ne potevo più di quella canzone. Ho accusato molto il colpo.

Tasto dolente: i concerti sono fermi per tutto il 2020 e la filiera musicale riprenderà nel 2021, e ancora non si sa come. Secondo te, la musica e tutti gli altri rami artistici hanno trovato il loro giusto posto in Italia?

Da chi ne fruisce, sicuramente sì. Dalle istituzioni, no.
Il lavoro del musicista e degli “artisti che ci fanno tanto divertire”, come dice Conte, è sempre un po’ fumosa. Anche legalmente, è fatta di passaggi non chiari: non siamo inquadrati come lavoratori in modo corretto. I locali che fanno musica dal vivo sono sempre ristoranti o discoteche, non c’è, legalmente, un locale di musica live.

Anche i lavoratori dello spettacolo, che sono tantissimi e senza i quali nulla si muove, non sono tutelati come dovrebbero.
Ci sarebbe tantissimo da fare: delle orecchie che ascoltano e delle mani che si muovono, per questo mondo.

Cosa hai pensato quando hai sentito la famigerata frase pronunciata da Conte?

Non mi sono sentito tirato in causa. Ho pensato che non fosse rivolta all’intrattenimento della musica leggera. Questo mi ha intristito ancora di più perché non siamo stati presi in considerazione. Non ci sono state parole per questo mondo che genera, comunque, un sacco di soldi.

Sì, sono stati tanti i milioni persi nel mondo musicale. Paradossalmente, non si riesce a capire che la musica è anche una forma di turismo nel momento in cui le persone si spostano per poterla sentire dal vivo.

È vero, specialmente in estate: un danno economico pesantissimo.

Come ti immagini il tuo primo concerto live che farai? Ci pensi spesso?

Sì, ci penso quotidianamente.
Dipende: il primo concerto vero che farò o il primo concerto in condizioni di sicurezza. Questa è la grande differenza

Magari, quest’estate si riescono a fare delle piccole date con tutte le precauzioni. E questa è la cosa che mi incuriosisce di più. I concerti normali so che saranno una grandissima gioia, ma sono più incuriosito per quelli con mascherine, distanziamenti e controllo della temperatura per chi entra. Sono curioso di capire se la gente ha voglia di andare ad un concerto così. Io non so se ci andrei.

Voglio capire se è più forte la voglia di andare a sentire un concerto o la paura di farlo in queste condizioni.
Io li farei anche perché credo sempre che fare le cose sia sempre meglio che non farle.

C’è anche chi ha adottato soluzioni come i concerti drive-in. Cosa ne pensi a riguardo?

L’esperimento fatto in Germania è stato di una tristezza disarmante. Suonare davanti a un parcheggio, da un palco, non lo farei.

Anche perché ci sono diversi fattori che non sono stati presi in considerazione: chi non ha la patente, chi è minore, chi non ha la macchina, etc.

Sì, ci troviamo d’accordo. La bellezza di un concerto è essere in mezzo alla gente, ballare, cantare con gli altri, etc.

Tempo fa, Giorgio Canali, su Facebook, aveva scritto di non invitarlo a fare concerti in streaming ma, piuttosto, fare qualcosa di concreto per far ripartire la musica dal vivo. Cosa ne pensi della modalità che è stata adottata nei primi periodi di quarantena?

Se io sono un bastian contrario, Canali è il mio principale (ride, ndr).
Io ho fatto qualche piccolo concertino casalingo che ho pubblicato su Instagram, con due o tre canzoni, anche perché all’inizio c’è stato questo movimento spontaneo di voler fare qualcosa.
Successivamente, ci siamo tutti resi conto che non si poteva continuare per il semplice fatto che non era granché: o hai un impianto fatto bene oppure ti limiti a registrare con il telefonino e qualitativamente è brutto.
Io ho avuto anche paura perché se fossimo andati avanti, avremmo abituato le persone ad avere i concerti gratuiti, in un certo senso. Lo dico, non tanto per il mio guadagno, ma perché togli valore a quello che fai.

Si è dibattuto molto anche sul futuro dei concerti: alcuni sostenevano, e sostengono, che i concerti verranno trasmessi per lo più in streaming. Qualcuno, per esempio, ha già fatto dei concerti in streaming a pagamento.

Quello me lo sono immaginato anche io, se la situazione dovesse rimanere così. Credo possa essere una buona accelerata per quando si ritornerà a fare concerti dal vivo. Con una buona regia e con una produzione fatta bene, si potrebbe trasmettere in live streaming, a pagamento, per chi non potrà assistere al concerto.

La cosa bella dei concerti è il pubblico. Il pubblico è parte integrante e senza si perde una grande parte.

Secondo te, questo tipo di approccio potrebbe impigrire le persone o le caricherebbe nel voler tornare il prima possibile a gustarsi un concerto dal vivo?

È diventato molto semplice guardare i film a casa piuttosto che andare al cinema: infatti, la gente va sempre meno. Se l’unico modo per vedere un film è andare al cinema, questi saranno sempre pieni.
Se l’unico modo per assistere ad un concerto sarà lo streaming, si vedranno così.
Mettere insieme le due cose, secondo me, sarebbe perfetto. Capita spesso che si hanno degli impegni che boicottano la tua presenza ad un concerto.
Potrebbe essere una soluzione, sicuramente.

Immagine di copertina: © Ilaria Magliocchetti Lombi
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