Il 24 febbraio ci siamo recati da ALA/34, nuovo centro multifunzionale nato dalla riqualificazione di una struttura industriale abbandonata a Monteverde, quartiere storico di Roma, per l’evento d’inaugurazione della personale di Greg Jager, artista e designer romano d’adozione, classe 1982.

Ala/34 è uno spazio che di innovazione e di coworking per giovani creativi, che offre diversi servizi per il lavoro e la promozione di imprese e start up emergenti.

All’interno di questo ambiente così dinamico e versatile, Greg ha presentato INTERSEZIONE, una mostra che fonde e unisce fra loro due mondi apparentemente distanti: moda e arte. Sfruttando il contrasto fra organico e sintetico che caratterizza le architetture dello spazio, l’artista romano ha saputo mettere in relazione il segno geometrico e matematico con un supporto naturale, e quindi irrazionale.

Le opere saranno esposte fino al 24 marzo. Maggiori informazioni sull’evento Facebook ufficiale.

Ph. Valerio Polici

Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio la sua storia e la sua visione dell’arte nel mondo di oggi.

Visual artist e graphic designer affermato nello scenario artistico romano e nazionale: qual è il percorso che ti ha portato ad essere quello che sei oggi?

Sicuramente essere cresciuto negli anni ’80 ha favorito questo percorso, erano anni in cui si è polarizzata una certa attenzione per le immagini e per la musica, questo primo fattore credo abbia contribuito in tal senso.

Ho intrapreso gli studi di comunicazione visiva nel 2001 e mi sono appassionato alla semiotica del segno. Parallelamente agli studi universitari ho portato avanti il mio percorso di graffiti writer. Ho sempre mantenuto separato il profilo professionale da quello di “writer”, questo per circa 10 anni.

Ad un certo punto è avvenuto qualcosa di naturale e fisiologico: il mondo dei graffiti era diventato un vicolo cieco dal quale dovevo necessariamente uscire per poter evolvere la mia ricerca, portarla ad un livello di lettura decodificabile da un pubblico più ampio e sicuramente più maturo. Era iniziata la crisi del “post-graffitismo”!

Ho così iniziato in modo del tutto ingenuo e spontaneo ad unire la tecnica dello spray ad un’estetica più grafica, sintetica, minimale. È successo che ho unito due profili e due parti di me che non si sono mai incontrate. Da qui si sono aperti mille orizzonti e una inaspettata risposta positiva da parte del pubblico. 

 

Il genere dei “post-graffiti” non è ancora stato esplorato approfonditamente in Italia. Cosa pensi al riguardo? In che modo ti approcci a questa nuova e rivoluzionaria realtà?

 Non vorrei essere così scientifico da etichettare il “post-graffitismo” in qualcosa di esatto tanto da definirlo una “realtà”. Credo che sia semplicemente un modo di affrontare l’arte e la pulsione creativa con lo stesso approccio e mentalità con cui precedentemente si è stati writers. Quindi può cambiare l’estetica ma il viaggio che ti fai è esattamente lo stesso: l’evoluzione, la continua ricerca, gli interrogativi sulla propria identità e su come superare dei limiti personali e ambientali, sono elementi che ti porti dietro dal mondo dei graffiti. Azzarderei dicendo che il “post-graffitismo” è “l’approccio”, non “la realtà”.

Vorrei citare due bellissime mostre che hanno esplorato a livello estetico e antropologico questo fenomeno: la prima è “Romamsterdam”, una mostra che porto nel cuore, organizzata nel 2004 dal collettivo “Why Style” nel Museo di Roma in Trastevere.  Altra mostra è “The Bridge of Graffiti” (https://www.thebridgesofgraffiti.com/it/), progetto mastodontico presentato nel 2015 per la biennale di Venezia. Una mostra che ha visto protagonisti alcuni nomi come Futura 2000, Doze Green, Todd “Reas” James, solo per citarne alcuni, tutti artisti affermati nel contemporaneo che hanno in comune la loro dichiarata appartenenza al mondo del graffiti writing.

Un’opera realizzata da Greg Jager a Città del Messico

I tuoi lavori spaziano dall’urban art alle installazioni temporanee. Qual è lo stile che più ti si addice e che senti più tuo?

Partendo dal presupposto che lo stile e l’estetica rappresentano una fotografia di un momento specifico del percorso di un artista, ti rispondo dicendo che in questo momento il dialogo tra “grafica e architettura” è sicuramente un tema centrale della mia ricerca. 

Spesso per dar vita alle tue creazioni scegli luoghi abbandonati o decadenti, come vecchie fabbriche o relitti architettonici. Perché? Cosa suscitano in te questi scenari?

 I lavori outdoor che realizzo in modo autonomo e spontaneo prendono forma principalmente in luoghi abbandonati, lontani dal caos della città, in cui posso prendermi il mio tempo per confrontarmi con lo spazio in cui sono immerso in quell’esatto momento. Questi luoghi che rappresentano il fallimento del capitalismo e l’obsolescenza dei sistemi produttivi, sono per me luoghi di meditazione e astrazione dalla realtà. Altro aspetto che trovo enormemente interessante è la negazione di una fruizione diretta delle opere che realizzo in questi luoghi, lasciando invece spazio ad una fruizione digitale, fotografica, effimera, che prende forma sui social network.

Serie intitolata “Struttura” in esposizione da Ala/34 fino al 24 marzo

Pensi che i social network abbiano influenzato la fruizione dell’arte e di conseguenza la relativa produzione da parte degli artisti?

 Assolutamente sì. Sarebbe davvero bigotto negare l’attenzione maniacale rispetto alla resa “social” di un’opera o di un allestimento museale. Voglio citare la recente operazione della Galleria Nazionale, #ScrollTheExhibition. Un’allestimento curato ad hoc per essere fruito principalmente su Instagram (http://www.artribune.com/progettazione/new-media/2017/03/galleria-nazionale-roma-social-mostra-instagram/). I musei di tutto il mondo sono ormai orientati verso un’impatto scenografico che trasmetta emozioni anche tramite lo smartphone.

Non vivo con malessere questa condizione, anzi. Le mie opere, sopratutto quelle che realizzo in contesti architetturali, sono spesso progettate per avere anche un livello di lettura fotografico. Mi piace sfruttare il punto di vista dell’obiettivo per rendere una precisa spazialità.

Chiaramente la fruizione dal vivo ti consente di muoverti nell’architettura e fruire l’opera con un atteggiamento più intimo.

Nella tua carriera si possono annoverare collaborazioni con brand come Smart, BNL e Redbull. Vuoi parlarci di alcuni dei lavori più importanti che hai realizzato finora e quelli a cui sei più legato?

 I lavori che realizzo su commissione hanno tutti la stessa importanza per me. Non faccio differenze. Il valore che do alle commissioni è lo stesso che do alle produzioni in studio o sulle architetture abbandonate. Affronto le commissioni con lo stesso spirito di sfida e con l’impegno con cui realizzo opere spontanee. Non faccio alcuna differenza perché è tutto parte di un percorso di crescita e ricerca.

 

Un’altra opera realizzata a Roma all’interno di uno spazio abbandonato

Il 24 febbraio hai presentato la tua personale intitolata “INTERSEZIONE”, presso Ala/34, il nuovo centro multi-funzionale sorto nel quartiere Monteverde di Roma. Qual è l’idea che si trova alla base di queste tue nuove creazioni?

La mostra ha l’obiettivo di raccontare il lavoro di ricerca che ho svolto nell’ultimo anno. Di base mi sono concentrato sul gioco di contrasti tra segno e supporto: ho messo sempre in relazione al segno geometrico e matematico, un supporto al contrario naturale e quindi irrazionale. Di fatto sia le venature del legno che la porosità della carta diventano parte integrante dell’opera. Da qui il nome “intersezione”.

Questo aspetto in un certo senso si sposa perfettamente con lo spazio che ospita la mostra. Le architetture di Ala/34 sono state concepite con la stessa sensibilità per i contrasti tra organico e sintetico, quando ho esposto la mia idea per la mostra i ragazzi di Ala sono stati molto entusiasti e si è creata da subito una bella sinergia.

Oltre alla mostra, sempre durante la serata del 24 febbraio, è stata presentata la t-shirt “Intersezione”, dal nome della personale, in tiratura limitata di 60 capi da te firmati, e realizzata in collaborazione con FALLA Streetwear, giovane brand di abbigliamento nato a Roma. Com’è nata questa partnership e qual è l’obiettivo che vi siete prefissi di raggiungere?

 A dirla tutta l’idea di realizzare la mostra è nata proprio con i ragazzi di Falla. In qualche modo al vernissage la maglietta è stata protagonista tanto quanto le opere che sono esposte. È stata una bella combo perché Tommaso e Valerio sono due belle teste con un grande entusiasmo e tanta freschezza, con loro le idee sono venute fuori alla velocità della luce. Ci siamo mossi velocemente e con determinazione. Chiaramente ognuno di noi ha agito per raggiungere il proprio obiettivo personale, loro avevano l’urgenza di produrre una drop di t-shirt in collaborazione con me e io avevo l’obiettivo di portare in mostra i miei lavori. Nonostante sia stata la nostra prima collaborazione ci siamo trovati in un clima di grande partecipazione.

 Progetti per il futuro?

Vado ad Atene a fine marzo, vorrei dipingere li e penso che ci riuscirò. Sono in contatto con alcuni ragazzi che stimo molto e che mi stanno dando degli ottimi suggerimenti per girare la città.

Per il resto continuerò a viaggiare, produrre senza sosta e conoscere nuove persone.

 

Seguite Greg Jager anche su Instagram: https://www.instagram.com/greg.jager/

© riproduzione riservata