di Marco Aquilanti

Parlare di teatro è sempre un piacere e se questo piacere puoi condividerlo con un gigante del teatro odierno, il piacere si amplifica come un’eco. Abbiamo incontrato Mamadou Dioume al Teatro Hamlet di Roma dove dall’8 al 10 febbraio sarà in scena con uno spettacolo molto particolare: “Il Quarto Vuoto” con la regia di Gina Merulla. Ci troviamo di fronte una scura e bellissima montagna dagli occhi grigi. Ci mette subito a nostro agio con un bell’abbraccio e iniziamo a chiacchierare.

Partiamo con una domanda “facile”: che cos’è per te il teatro?

Definire il teatro non si può, è la vita, una vita condensata, così come nei fumetti: lo scorrimento delle vicende da una vignetta all’altra che racchiudono in maniera sintetica ed efficiente una storia. L’importante è raccontare storie umane in cui tutti si possono ritrovare, il teatro è come uno specchio che parla agli uomini e riflettendoci nel teatro possiamo raddrizzarci. Prendo in prestito la definizione di Grotowski: “L’arte è una maturazione, un’evoluzione, un elevamento che ci permette di emergere dall’oscurità in un bagliore di luce.”

Come vedi il teatro contemporaneo e come pensi sarà il teatro del futuro?

Stiamo tornando a una povertà, questo teatro moribondo, come dice Brook, è pieno di artisti che espongono i propri problemi personali, mentre il teatro non è questo: se ho dei problemi personali vado da uno specialista. Prendendo come esempio “4.48 Psychosis” di Sarah Kane, pace all’anima sua, il testo ci parla della difficoltà di vivere, ma lo spettatore non può identificarsi mettendo a paragone dell’opera i suoi problemi personali, bisogna sempre avere la propria personalità a portata di mano. Contemporaneamente c’è chi va a teatro per ridere, scaricarsi ed evitare di pensare, ma cosa ti rimane quando esci? Niente. Ok, divertiamoci ma poniamoci delle domande, la fame di vivere e di sapere è infinita.
Attualmente facciamo troppi remake. Se vogliamo aprire un varco verso il teatro del futuro, dobbiamo reinventare i codici continuando a nutrire le nostre basi, dall’antica Grecia al Novecento. Il teatro si riferisce alla vita di ogni giorno, al quotidiano, tutto ciò che accade sul palcoscenico è quello che le persone vivono, dall’incomunicabilità, ai rapporti di coppia, dall’amicizia ai rapporti sociali.

Se avessi un biglietto omaggio per uno spettacolo da vedere stasera ovunque nel mondo, cosa sceglieresti di vedere?

Io andrei a vedere “Amleto” di Shakespeare, non importa chi lo porta in scena, l’essenziale è il contenuto, il legame paterno e materno che viene raccontato nell’opera, il nucleo familiare che ci rimanda con la mente all’antichità, a Caino e Abele. L’importanza di Amleto non è solo psicanalisi, va oltre: “Essere assassino o no?” Amleto esisterà sempre perché per quanto chi lo metta in scena possa asciugarlo, parlerà sempre di temi universali. Quale rapporto hanno i giovani di oggi con i loro genitori? Perché sono violenti? È come se qualcuno gli impedisse di essere, per questo Amleto mi interessa.

Com’è stato girare il mondo negli anni 80 con Peter Brook?

Abbiamo girato il mondo facendo il “Mahābhārata” che è la storia dell’umanità, uno spettacolo immenso con un libro di riferimento mastodontico, la scommessa sulla sua drammatizzazione è stata una grande scommessa. Il teatro di Brook non è un teatro stabile, è un centro di ricerca, una ricerca profonda: si cerca del materiale semplice, si comincia a scarabocchiare, da una cosa informe si parte per cercare di capire come poter comunicare, man mano il drammaturgo rimodella il tutto e “hoop” nasce una scena. Nell’opera si parla di intercultura, ma tutte le persone che ci hanno lavorato sono state invitate ad allontanarsi dalla propria. Brook non voleva un’insalata di culture, ma persone con differenti orizzonti che si incontrano con la voglia di raccontare una storia che riguarda il mondo intero. Questo ci ha permesso, ovunque eravamo, che il pubblico fosse con noi. È stata una tournée molto fortunata.

Ricordo in particolare quando siamo stati ad Hollywood: in quell’occasione ognuno ha recitato per conto suo, un gruppo di solisti. Eravamo nella capitale mondiale del cinema, quindi ognuno cercava di attirare l’attenzione su di sè. Le recensioni del giorno dopo ci hanno massacrato e abbiamo fatto una riunione con Brook tesissima, ci ha rimesso subito a lavorare per due giorni consecutivi per ricostruire un’orchestra che suonasse all’unisono: è stata una grande lezione.

Al pubblico romano cosa regalerai in questi giorni in cui sarai in scena con “Il Quarto Vuoto”?

Mi fa sempre molto piacere tornare a Roma, ricordo la mia prima esperienza romana nell’ ’86 all’Argentina con la Carmen di Brook: è stata una bella esperienza. Ne “Il Quarto Vuoto” faremo un viaggio, siamo di fronte a delle domande, ci chiederemo il perché della violenza, della morte. La morte non esiste per chi è vigile ed esigente: con saggezza ci si innalza e si scorge l’infinito. È la vita a parlare, è un’eco che risuona ne “Il Quarto Vuoto”, il secondo più grande deserto di sabbia del mondo.

A proposito di vuoto, al governo sia in Italia che nel resto del mondo ci sono delle persone che stanno fomentando l’odio razziale e ciò sta facendo vedere la politica dell’immigrazione in maniera negativa agli occhi di tutti. Cosa ne pensi?

La politica non mi ha mai interessato anche se, riferendosi all’antica Grecia, la politica ha un senso: veniamo con un progetto per andare verso il benessere di tutti quanti. Non dimentichiamo che l’italiano è sempre stato un viandante, ha sempre migrato, da Marco Polo in poi; non sono barzellette, è un dato di fatto. Viaggiavate per esplorare non per conquistare ed è per questo che quando uno dimentica quello che era è una povertà. Questo Vuoto viene dall’ignoranza. È una menzogna dire “vengono qua a rubarci il lavoro”, ma quale lavoro rubo? Mi fa molto male sentire “vengono qua per rubare le nostre donne”, per me è incredibile. L’ho vissuto in Francia ma anche in Africa, tra di noi. Per me il razzismo, il rigetto, è un aberrazione e fa parte del “Quarto Vuoto”, avere paura dell’altro anche all’interno dello stesso paese non lo capisco, ma so che stiamo andando verso la fine di un’epoca. Il razzismo è una cosa antica e dobbiamo lottare per sbarazzarcene. Il colore della mia pelle è solo il vestito che ho per giocare il mio ruolo nel mondo e ci sono vestiti di tutti i colori. Credo che se siamo stati creati con tutte queste differenze esterne è stato fatto per metterci alla prova. Gli antichi romani che hanno creato la parola persona, cosa dicevano? “Per” (attraverso) “sonar” (risuonare). Come diceva un caro amico tibetano, ognuno di noi è una chiave musicale e insieme possiamo suonare in maniera armonica o meno.

Sei felice?

Quello che cerco, quello che cerchiamo tutti, è la felicità. Spero non manchi mai a nessuno. Lo dicevamo anche nel  Mahābhārata”: è immancabile la ricerca della felicità.

Cosa vorresti dire al pubblico italiano?

Incontriamoci.