di Chiara D’Andrea

 

Audizioni per un gatto nero” è il titolo dell’album d’esordio di Skerna & Aperkat, al secolo Alessandro Domenici e Antonello Vespoli. I due artisti molisani, dopo diverse esperienze nella scena hip-hop della loro regione, hanno deciso di portare avanti un progetto tutto loro. Un album composto da dodici tracce, prodotto dalla casa discografica romana RedGoldGreen, nel quale si mescolano sonorità hip-hop, jazz, soul, swing e reggae. L’intero disco è una riflessione sulla situazione contemporanea italiana dominata da due sentimenti contrapposti: la sfiducia e la voglia di lottare nonostante tutto. Abbiamo chiesto al cantante Skerna di raccontarci qualcosa in più sul disco.

L’album si intitola “Audizioni per un gatto nero” e fa riferimento ad uno dei principali simboli della sfortuna, tema ricorrente nei vostri pezzi. Ci spieghi com’è nata quest’idea?

Il titolo deriva da una vecchia fotografia del ‘61 chiamata proprio “Audizioni per un gatto nero”. Lo scatto mostra un vero provino tenutosi per scegliere il gatto protagonista di un film tratto da uno scritto di Edgar Allan Poe. Alla fine però non fu scelto nessuno dei moltissimi felini che si presentarono all’audizione accompagnati dai loro padroni, ad avere il ruolo fu un gatto professionista. Questo episodio ci è sembrato un buon punto di partenza per descrivere il disco che ha, come giustamente hai detto, il lietmotiv della sfortuna. Un tema che però nei nostri pezzi non ha un valore necessariamente negativo ma che rappresenta un messaggio di sprono per reagire anche di fronte a situazioni difficili e ad ostacoli.

 

Nell’album non a caso si parla spesso di “loser”.

Sì, ci tengo a dire che il nostro progetto è legato alle nostre origini. Io e Aperkat siamo infatti molisani e ci sentiamo un po’ i gatti neri d’Italia, proprio perché proveniamo da una regione che viene spesso sottovalutata e che soffre del pregiudizio che c’è su di essa e sui suoi abitanti. Parlare del concetto di “loser” ci sembrava dunque un buon modo per descrivere noi stessi e la nostra musica.

 

Il vostro genere musicale è senza dubbio l’hip-hop, però ascoltando “Audizioni per un gatto nero”, ci sembra che questo termine non riesca a racchiudere tutte le sonorità e le sfumature presenti nei vostri pezzi. Concordi?

Assolutamente sì. Io e Antonello (Aperkat), veniamo da ascolti non esclusivamente hip-hop; lui è sempre stato affascinato dal mondo del Jazz e della Black music (Coltrane, Billie Holiday, Ella Fitzgerald), io invece ho sempre amato il cantautorato italiano. Tali ascolti influenzano costantemente la nostra produzione musicale, è per questo motivo che nonostante veniamo dal mondo hip-hop classico e siamo cresciuti con questo genere all’interno dell’album sono presenti anche altre sonorità.

 

Il rap italiano ha avuto un ruolo nello sviluppo del vostro progetto?                   

Il rap italiano (anche se non solo) rappresenta senza dubbio la nostra base di partenza. Per citare un esempio, Turi, è uno dei miei artisti italiani preferiti, oltre a lui, tra coloro che hanno influenzato la nostra musica aggiungerei anche i Colle Der Fomento, Gli inquilini, così come i collettivi Blue Nox e Unlimited Struggle. Per quanto riguarda il lato produttivo, invece, per noi è stato fondamentale un artista americano, ovvero J Dilla, un genio assoluto; tra i suoi dischi amiamo alla follia “Donats”(2006).

 

Nell’album vi siete avvalsi di numerose collaborazioni. Nella seconda traccia ad esempio c’è la voce di Eleonora Moro, una scelta interessante dal momento che nel rap italiano ci sono pochissime donne. Secondo te per quale motivo?

È vero, per le donne nel rap italiano c’è pochissimo spazio, hanno meno visibilità e onestamente non trovo una giustificazione possibile del perché sia così. Alcune di loro stanno portando avanti dei progetti validi, penso soprattutto ai casi di Brownie e Nc Nill. Per quanto riguarda poi la scelta di Eleonora, come in realtà quella di tutte le collaborazioni del disco, è stata fatta perché la conosciamo e la stimiamo. Quasi tutti gli artisti dell’album sono molisani ma in generale sono tutte persone con cui condividiamo da diversi anni oltre alla passione per la musica una bella amicizia. Io e Aperkat non siamo propensi a collaborazioni altisonanti solo per avere numeri, ci interessa lavorare con artisti di cui conosciamo la storia e apprezziamo il valore.

 

Nella traccia “Non è il disco dell’anno” c’è una frase significativa: “Non do un rene per farmi piacere”. Ce ne vuoi parlare?

E’ una frase che ho scritto perché credo che la musica non debba necessariamente adeguarsi alle logiche di mercato, essa è innanzi tutto un’espressione artistica. Oggi grazie ai social network non è impossibile ottenere visibilità e monetizzare ma sono convinto che questi, sebbene siano importanti per promuovere la propria musica, non debbano prendere il sopravvento su quella che è la produzione musicale. Ad esempio ci sono pezzi prodotti in funzione di Instagram o scritti con le parole più cercate su Google solo per far si che essi vengano trovati più facilmente; così si rischia di sacrificare troppo il lato artistico e questo non riesco ad accettarlo.

 

Come nascono i vostri pezzi? Partite prima dal beat, dal testo oppure non avete una regola precisa?

Tendenzialmente partiamo sempre da una bozza del beat che viene sviluppata nella maggior parte dei casi in totale autonomia da Aperkat; poi però c’è una fase principale nella quale io e lui lavoriamo insieme all’arrangiamento dei pezzi. Noi due oltre a portare avanti un progetto artistico comune siamo amici da diverso tempo, questo ci permette di avere un’ottima sintonia nella realizzazione della nostra musica.

 

Hai mai pensato di lasciare il Molise e l’Italia per tentare una carriera all’estero?

Il pensiero a volte c’è stato, non lo nego, però il forte legame che ho con la mia terra mia ha impedito di farlo. La scelta di collaborare nel disco con molti artisti molisani testimonia proprio l’attaccamento che io e Aperkat abbiamo nei confronti della nostra regione, luogo ricco di risorse che purtroppo non vengono sfruttate in maniera adeguata.

 

In “Odi et Amo” si parla delle diverse fasi della vita e ci sembra una perfetta fotografia delle realtà italiana contemporanea. È così?

Il pezzo voleva proprio essere una cartolina di quella che è la nostra visione della situazione attuale in Italia. Credo moltissimo nel lato sociale della musica e che essa debba sempre trasmettere un messaggio. In “Odi et amo” abbiamo voluto raccontare senza filtri la realtà che stiamo vivendo.

 

I vostri pseudonimi Skerna e Aperkat come sono nati?

Skernaviene da “schernire” ed è un soprannome nato diverso tempo fa quando appena 13enne partecipavo alle battles di freestyle; Aperkat è invece il nome di uno dei colpi della boxe, sport che Antonello ha praticato per un breve periodo e di cui è appassionato.

 

In questo momento, anche se il vostro album è uscito da poco, state lavorando a nuovi progetti?

Il nostro album d’esordio ci ha portato via moltissimo lavoro, realizzarlo e trovare un’etichetta non sono stati passaggi immediati, hanno richiesto diverso tempo. Posso dire però che già mentre aspettavamo di vedere il nostro album pubblicato abbiamo cominciato a riflettere su nuove tracce su cui stiamo attualmente lavorando. La nostra intenzione è di portare avanti questo progetto musicale.

 

 

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