Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio sono due musicisti romani che dieci anni fa hanno deciso di formare un power duo chiamato Bud Spencer Blues Explosion.
Già in un precedente articolo, abbiamo cercato di sviscerare l’anima del progetto. Siamo riusciti a raggiungere telefonicamente Adriano, che quando non suona con i Bud Spencer Blues Explosion presta le sue doti chitarristiche a progetti come quello di BombinoFabi-Silvestri-GazzèBlindurTre Allegri Ragazzi MortiCor VelenoNic Cester. Nel 2019 crea il progetto I Hate My Village con Fabio Rondanini (Calibro 35Afterhours), Alberto Ferrari (Verdena) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle), con il quale riscuote molto successo, che gli permette di calcare numerosi palchi italiani.

Cosa ricordi delle sessioni di scrittura e registrazione di quel disco?

Avevamo canalizzato tutta una serie di idee messe a fuoco negli anni precedenti anche prima dell’incontro che c’è stato tra me e Cesare. Mettemmo tutto insieme. Non avevamo ancora una visione comune, ma era più una visione incentrata sul voler soddisfare le nostre esigenze musicali dell’epoca. C’erano sia registrazioni fatte in studio che registrazioni fatte in casa. Idee rubate a qualche jam session registrata nel garage di casa, nella sala prove. C’era un po’ di tutto, insomma. L’ascolto dell’album è molto variegato proprio per questi motivi. Era un po’ come se fosse il nostro biglietto da visita al mondo e per questo non ci siamo preclusi di voler esplorare diversi luoghi.

Copertina dell’album “Bud Spencer Blues Explosion”

 

Cosa voleva dimostrare il progetto dei Bud Spencer Blues Explosion?

Quando abbiamo cominciato a suonare, l’abbiamo fatto senza alcuna strategia. Il nostro punto di forza è stato proprio il voler attuare un qualcosa legato alla musica che fosse svincolato da tutto ciò che riguardava il mercato, libero da ogni sovrastruttura. Per noi era forte l’esigenza di essere liberi: non avere un’etichetta, non avere una città d’appartenenza, una nazione. Ci piaceva l’idea di riuscire a plasmare un album che fosse libero.

E la scelta di iniziare come un duo (chitarra e batteria)? Com’è nata?

Ci rifacevamo molto a gruppi come White Stripes e Black Keys. Ci affascinava l’idea di come quel suono riuscisse ad essere così impattante. Io e Cesare, fin da subito, abbiamo percepito un feeling, un’emozione e un’eccitazione nel suonare in due che non avevamo mai provato nel suonare nella classica formazione a quattro.

Quali erano gli ascolti di quel periodo e cosa stai ascoltando adesso?

In quel periodo ascoltavo molto i Queens of the Stone Age, Elliott Smith, e mi piacevano i Nine Inch Nails. Adesso, invece, l’ultimo disco che ho comprato è quello di Jim James e sto ascoltando Tiraniwen, Little Simz e Drake.

In questi dieci anni, entrambi avete collaborato con numerosi artisti della scena italiana, partecipando a progetti diversi dal vostro. In cosa ti senti cambiato?

Mi sento più sicuro della mia visione musicale. Quelle che erano le mie insicurezze, in passato, sono diventate i connotati della mia esistenza musicale, di cui sono molto orgoglioso e che mi rendono unico. Probabilmente era quello che cercavo dalla musica e dalla chitarra in particolare: cercare di vedere questo strumento da punti di vista diversi rispetto agli altri. Volevo trovare la mia voce e la mia identità in maniera molto naturale, senza forzare la mano sul percorso. Questa era la mia esigenza.

Sei riuscito quindi, in qualche modo, ad ampliare la tua visione?

Assolutamente sì. Mi sento molto più definito, rispetto a prima, ma è un concetto che non finisce mai. È una continua rincorsa, una continua missione che affronti solamente se hai amore per quella che è la tua passione. Lo si fa giorno per giorno, rimanendo focalizzati e vivi.
Se mi dicessero di fare un disco a tavolino, mi sentirei un disgraziato perché dev’essere un qualcosa che viene da dentro di te. Magari capita che il pomeriggio mi prendo un caffè, mi metto su una sedia e comincio a suonare per il puro piacere di farlo. Capita spesso questa cosa, fino a che mi si illumina una lampadina, mi si accendono delle scintille che devo in qualche modo fermare, appuntandomele dentro di me o dentro “una scatola”. Se sono fortunato, apro questa scatola e posso trovarci un concerto, un album o un testo di una canzone. Se sono meno fortunato, prendo tutto e cancello.

Riusciresti ad identificare ogni album che avete scritto, partendo dal primo, attraverso una parola?

Posso provarci!
Per il primo disco, Bud Spencer Blues Explosion, ti direi “rosa”. Tutto il concept cromatico del disco virava su colori che andavano dal rosa al viola, e mi piaceva molto l’idea che una band con una forte energia, quasi metal, potesse entrare in contrasto con una foto più fiabesca e con un colore dominante così distante da quel tipo di musica.
Per D.O.I.T. sceglierei “fatto”, nel senso che eravamo arrivati ad avere una nostra identità creata a suon di concerti. In due anni ne facemmo veramente tanti. Questo secondo album fu molto semplice da registrare perché era già pronto, già fatto. Lo registrammo in una settimana, senza problemi. Non capita spesso, ma fu il frutto di una vicinanza costante di anni di musica e di concerti fatti insieme.
Per BSB3 ti direi “visionario”. Per ogni disco che facciamo, cerchiamo di alzare la nostra asticella personale. Fu un album visionario nell’accezione più dolce del termine. Ci sono tanti momenti in cui, se chiudi gli occhi, riesci a perderti nella musica e c’è un suono diverso rispetto agli altri. È un disco dove musica e artwork si bilanciano perfettamente. La copertina, le foto e la musica sono perfettamente coordinate. La foto dell’album è un tramezzino collocato in un cielo che dà su una valle. Già da lì, riesci a capire cosa avevamo in mente.
Per il quarto album, Vivi Muori Blues Ripeti, scelgo “morbido” perché è un disco vellutato. Nonostante sia un disco rock, l’ascolto è morbido, piacevole. Lo metti in macchina durante un viaggio, può parlarci sopra e non disturba. Fa bene alle orecchie e non si impone in maniera prepotente.

© Facebook – Adriano Viterbini

La prossima settimana ci saranno due concerti evento. Il 12 settembre al Carroponte di Milano con i Tre Allegri Ragazzi Morti, e il 14 a Bologna con i Colle Der Fomento per il Tutto Molto Bello.
Nel frattempo, tu e Cesare, state lavorando a nuovi progetti?

Noi non ci fermiamo mai. C’è sempre qualcosa per cui vale la pena incontrarci. Ora non abbiamo progetti, cosa di cui sono molto orgoglioso, se non questi due concerti che saranno bellissimi.

Come mai Roma non è stata toccata?

Roma non è stata toccata perché quando più in là usciremo con qualcos’altro, ci piacerebbe organizzare qualcosa. Noi siamo partiti da Roma ma non ci sentiamo ancora arrivati da qualche parte, quindi preferiamo tornare a Roma quando avremo qualcosa di nuovo tra le mani.

Cosa consiglieresti all’Adriano di dieci anni fa?

Vai tranquillo, non aver paura. Credi in te stesso, fai quello che ti senti e vai dritto per la tua strada.

© Facebook – Bud Spencer Blues Explosion

Immagine di copertina: © Facebook – Adriano Viterbini
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