La redazione di Artwave ha avuto il piacere di conoscere David “Diavù” Vecchiato, artista, curatore e ideatore di M.U.Ro. Incuriositi dai suoi lavori magistrali, abbiamo incontrato il grande street artist per saperne di più.

Buongiorno David, è davvero un piacere fare la tua conoscenza.Parlaci della genesi di MURo mARkeT.

MURo mARkeT è il più recente progetto di arte urbana di MURo ed è inserito nel programma del MURo Festival. Abbiamo deciso di chiamare “festival” la serie di eventi organizzati per il decimo anno di attività di MURo. Dopo dieci anni a realizzare murales con artisti di tutto il mondo, ho pensato fosse giunta l’ora di confrontarci pubblicamente con i nostri interlocutori, che vanno dai semplici appassionati di Street Art ai rappresentanti di Enti pubblici. Ci sono state quindi le tavole rotonde a tema Street Art e Arte Pubblica a maggio e giugno scorsi al MACRO con esponenti delle istituzioni, artisti, curatori, restauratori, avvocati e altri ‘tecnici’, ci sono stati i virtual-tour tra le gigantografie dei murales di MURo mARkeT e di GRAArt all’interno del museo, ci sono state le proiezioni dell’intera serie tv Muro che io ho curato per Sky Arte e dei 10 documentari dedicati al progetto GRAArt, il laboratorio al liceo Argan con a.DNA Collective e quello all’Accademia di Belle Arti con Beau Stanton, e poi appunto MURo mArkeT, che altro non è che la realizzazione di cinque nuovi murales di artisti di grande fama, ma stavolta all’interno di un mercato rionale, il Menofilo di Quarto Miglio. Si tratta di un altro dei nostri tentativi di rendere l’arte capace di agire concretamente nella società. In questo caso abbiamo collaborato con il Municipio VII di Roma Capitale per rendere quel mercato una galleria di prestigiose opere d’arte all’aperto.

M.U.Ro. – Museo Urbano di Roma, l’associazione che hai creato e di cui sei direttore artistico, da quasi dieci anni si occupa di street art e arte urbana. Com’è cambiato, secondo la tua opinione, il modo di percepire questa forma d’arte, da parte della gente, dei media e degli esperti del settore?

Come sai io faccio arte da sempre e sono un vegliardo, quindi già a inizio anni 90 curavo fanzine, disegnavo animazioni, pubblicavo illustrazioni e fumetti, e poi esponevo in mostre e facevo performance soprattutto in centri sociali e realtà del genere, provenendo io dalla cultura underground. Ma d’altronde all’epoca essere ‘overground’ in questi settori significava scegliere un ambiente lavorativo e ‘impiegarsi’ in quello come un mestierante dell’arte applicata, stando bene attento a non farlo contaminare con altre forme espressive. Invece proprio la contaminazione era ciò che interessava me, e per questo una decina di anni fa ho anche ripreso con frequenza qualcosa che avevo fatto solo 20 anni prima, cioè intervenire con le mie opere direttamente in strada. Mi sono accorto che il miglior metodo che ha un artista per modificare concretamente la realtà è proprio dipingere murales negli spazi urbani e fare Street Art. Da quelle prime opere spontanee al fare Arte Pubblica, collaborando anche con istituzioni come ANAS o MIBAC, il passo è stato naturale. E in questi 10 anni ho visto cambiare molto la percezione che le persone hanno di quest’arte. Noi artisti stessi il momento in cui siamo scesi in strada a dipingere abbiamo contribuito a modificare pian piano lo sguardo che avevano le persone su di noi, soprattutto quelle non abituate a visitare musei e mostre. Dall’iniziale diffidenza abbiamo cominciato a percepire sempre più occhiate di curiosità, poi un autentico interesse e, ora, in tanti coltivano il desiderio di far parte di questo mondo. A differenza di anni fa oggi a molti piace l’idea che l’arte entri in qualche modo nella loro vita, ma non sanno bene come fare, e per questo vanno guidati e certo non lasciati soli. Per quanto riguarda invece quelli che si ritengono ‘esperti del settore’ posso dirti che spesso vanno indirizzati anche loro, perché non sempre sono davvero competenti.

Tra gli artisti invitati per il progetto MURo mARkeT troviamo due stranieri come Jim Avignon e Beau Stanton. Raccontaci un po’ come hai presentato a loro (e alle loro ambasciate) il progetto e che reazioni hanno avuto.

Jim e Beau sono dei cari amici, il primo ha realizzato il suo murale per MURo ben sette anni fa e il secondo venne come assistente di Ron English nel 2013, si innamorò del progetto e del Quadraro, conobbe Sisto Quaranta – uno dei 947 deportati dai nazifascisti il 17 aprile del 1944 – e donò un suo murale al quartiere. Per celebrare questo decimo anno di attività del MURo ci è sembrato logico invitarli, e per loro lo è stato rispondere immediatamente alla chiamata. Le ambasciate tedesca e statunitense sono state gentilissime a rispondere positivamente alla nostra proposta di partecipare alle spese di due importanti artisti dei loro Paesi, sia perché conoscono bene il loro lavoro, sia perché conoscono il nostro.

Lucamaleonte invece è, oltre a te, l’altro artista italiano che ha partecipato a mARkeT.
Che tipo di rapporto c’è tra i vari street artist italiani?

Su per giù tra artisti c’è ormai lo stesso rapporto che c’è tra Fantozzi e i suoi colleghi. A parte gli scherzi, in Italia si parte tutti incendiari e fieri per la rivoluzione, ma poi qualsiasi professione prende man mano dinamiche ministeriali, e per quanto pensi che il tuo lavoro e la tua esistenza siano magnifici e di distinguerti dalla massa, alla fine ti sorprendi a impiegare un sacco di tempo a scegliere da chi comprare i panini, dove noleggiare il pullman o prenotare i pernottamenti o come coprire i costi della benzina. Alla fine la cara vecchia sagra di paese rimane un’esperienza molto più estrema di altre. Questo per dirti che il rapporto tra noi artisti è ottimo e sarebbe molto più divertente trovarsi tutti quanti assieme ogni volta a cazzeggiare e basta, ma le incombenze e le bollette della vita quotidiana prendono il sopravvento anche sulle nostre vite e, a conti fatti, resta giusto il tempo di parlare via sms di questioni tecniche, di salutarsi al volo quando si dipinge assieme e poi si scappa ognuno a finire le proprie cose. Come sai, a me piace sempre molto collaborare, quindi non rinuncio a impegnare tempo ed energie per trovare occasioni in cui lavorare assieme ad altri artisti.

Tutti gli artisti invitati avevano già collaborato con MURo e per gli stranieri questa è stata l’opportunità di ritornare a dipingere a Roma. Quanto è importante, al giorno d’oggi, per un artista dipingere a Roma?

Ah, c’è stato un tempo in cui nel nostro ambiente Roma era la tappa con la L maiuscola. Si veniva a Roma a guardare opere meravigliose per imparare dai classici, e dipingere a Roma era la massima aspirazione nella carriera di un artista. Ma oggi quest’importanza è del tutto soggettiva, per questo io in genere nei progetti che curo scelgo artisti la cui sensibilità artistica può essere stimolata dal visitare Roma. Per il progetto GRAArt ho accompagnato tanti miei colleghi in giro per musei, chiese, scavi, in alcune occasioni col preziosissimo aiuto della scrittrice Ilaria Beltramme che di GRAArt è consulente storica, e ho visto crescere l’incanto nei loro occhi. Ecco, quando si scatena questa profonda condivisione di interessi si sta vivendo uno dei momenti più interessanti del mio lavoro.

Dal mARket al MACRO. L’idea di una serie di eventi che raccontassero un po’ la storia di MURo era già in programma o si è andata concretizzando anche grazie al progetto mARkeT?

La voglia di confrontarsi sul lavoro di questi anni era nell’aria da mesi, ma avrebbe richiesto un impegno di persone e di mezzi che in quel momento non potevamo affrontare. Una serie di coincidenze fortunate, tra cui la commissione da parte del Municipio sia per il mARkeT che per altri murales da realizzare, ma anche l’arrivo in staff di bravi tirocinanti italiani e stranieri, hanno reso possibile organizzare il festival.

MURo Festival @ MACRO

Che ne pensi della polemica che ha coinvolto Giorgio de Finis sin dalla sua nomina a Direttore del MACRO?

Oddio, non ho mai avuto occasione di parlare pubblicamente di questa polemica, un po’ perché non mi ha turbato emotivamente, e un po’ perché ritengo che uno le proprie opinioni – se non tornano utili a niente e a nessuno e non si possono approfondire adeguatamente – potrebbe anche tenersele per sé, vincendo le incontinenze da social network. Ma, visto che me lo chiedi specificamente, te lo dico: Giorgio è una persona impegnata nella cultura e nel sociale, lo conosco da molti anni e apprezzo il suo lavoro. Premesso ciò, non mi pare avesse competenze o esperienza da direttore di museo certificate e per questo probabilmente se ci fosse stato un classico bando per la direzione del museo non l’avrebbe vinto. Ma MACRO Asilo è un’altra cosa, è un progetto esterno che in qualche maniera sta ‘occupando’ temporaneamente il museo (permettimi il termine “occupare” un po’ forzato) con l’intenzione di aprirlo a tutti gli artisti. Ed è di questo che si dovrebbe parlare quando si parla di MACRO Asilo, ovvero di cosa sia davvero il museo MACRO. Mi spiego: il patrimonio di uno Stato non è rappresentato solo da monumenti, siti archeologici, opere e reperti del passato, ma anche dal patrimonio contemporaneo degli artisti viventi. Ecco, ma chi siano i nostri ‘migliori’ artisti qui in Italia lo decidono soltanto le fiere dell’arte e le gallerie, ovvero li decreta ufficialmente “artisti” esclusivamente il mercato… che è come dire i ricchi, dal momento che l’arte visiva non ha un mercato popolare come ce l’hanno i libri o la musica. È quindi totalmente inconsistente sia la presenza di un tessuto connettivo tra appassionati e cultori sia la presenza dell’istituzione. Bene, invece in uno Stato che si definisce civile in genere esistono anche la formazione e la ricerca nel campo dell’arte, ed è spesso l’istituzione a prendersi carico dell’evoluzione culturale dei suoi cittadini, in quanto amministra non solo territorio e soldi pubblici, ma anche altri patrimoni. In molti Paesi esistono infatti centri per il contemporaneo di ogni disciplina artistica, fino alla grafica. E qual è la funzione dei musei di arte contemporanea comunali, regionali o di una città capoluogo? Quel genere di museo del territorio, votato al contemporaneo, esiste per incoraggiare gli artisti locali a crescere e a diventare nazionali ed internazionali, e ovviamente per fare ciò deve dialogare con il Ministero della Cultura, con le Accademie di Belle Arti e con gli Istituti di Cultura all’estero. In assenza di queste politiche fare l’artista è un lusso solo per pochi ricchi, e chi non è benestante e mantenuto non può lavorare nell’ambito dell’arte. Ma che arte produce chi non ha bisogno di nulla? Spesso noiosa e autoreferenziale, inutile a tutti. E infatti da noi è stato così fino a qualche anno fa, quando la Street Art ha iniziato a ‘disturbare’ almeno un po’ le dinamiche ammuffite dell’Arte Contemporanea italiana. Questa è una delle ragioni principali per cui per anni a Roma non abbiamo saputo che farcene del MACRO, proprio in quanto museo di Arte Contemporanea della città di Roma, perché il ruolo per cui dovrebbe essere votato quel museo non lo ha mai svolto. In questo senso il progetto MACRO Asilo, aprendo a tutti gli artisti e a tantissime iniziative un luogo fino a quel momento blindato, secondo me ha rappresentato un bel tentativo di rendere davvero quel museo il museo comunale della città di Roma. Poi ognuno ha ovviamente le sue idee, e io alcune scelte fatte da Giorgio non le condivido, o ne avrei fatte altre, ma gli riconosco che è una persona sempre aperta e attenta alle proposte esterne. Personalmente mai avrei preso a pretesto una mia visione diversa dalla sua per screditare il suo progetto, perché un tale atteggiamento in un momento in cui non mi pare ci fossero altre proposte va a favorire solo la vecchia versione blindata del museo rispondente solo agli interessi privati. Se poi ti riferisci alle polemiche strettamente legate alla chiamata diretta che de Finis ha ricevuto da Roma Capitale a me quelle sono sembrate chiacchiere da bar perché l’Italia è quel Paese in cui normalmente si pagano fior di quattrini tanti consulenti assunti per chiamata diretta in Comuni, enti e tante aziende a partecipazione pubblica e spesso queste persone, oltre a non essere competenti, non svolgono nemmeno funzioni concretamente utili. A volte si tratta di amici e parenti dei politici, se non peggio di leccapiedi o persone scelte superficialmente. Se non si contestano uno a uno quei casi spesso davvero gravi di uso privato di soldi pubblici mi chiedo che senso abbia creare e alimentare polemiche per un progetto inclusivo – e soprattutto dichiaratamente temporaneo – come MACRO Asilo.

Per gli street artist e più in generale gli artisti contemporanei è ancora importante avere delle opere dentro un museo? O forse è più importante il riconoscimento che viene dal popolo (anche magari tramite social)?

Sono importanti entrambi, il pubblico – ma anche i collezionisti – rappresentano l’oggi per un artista, cioè la sua affermazione e anche la sua sussistenza, mentre il museo storicizza il suo lavoro, ovvero lo rende disponibile a una fruizione futura.

Quanto sono importanti le istituzioni per l’arte urbana e contemporanea? Mi spiego meglio con MURo hai lavorato a stretto contatto con i vari municipi e assessori di Roma ma anche con la serie tv di Sky Arte (MURo– la serie) hai avuto modo di andare in giro per l’Italia dovendoti necessariamente relazionare con le istituzioni locali. Che rapporto si crea tra le istituzioni e le realtà artistiche come MURo e più in generale con gli artisti?

Se si lavora nell’ambito dell’Arte Pubblica come fa l’Associazione MURo il rapporto con le istituzioni è importante in quanto amministrano loro i territori in cui noi artisti interveniamo. Ancora più importante è che in questo rapporto ognuno faccia il proprio lavoro, nel rispetto del ruolo altrui. È questo rispetto reciproco a far sì che i progetti funzionino al meglio, e se questo non c’è bisogna interrompere la collaborazione perché il ruolo degli intermediari tra amministrazione pubblica e artisti è talmente delicato che non si può certo minare.

Parlaci della mostra “Da Sketch a MURo” evento che concluderà questo intenso 2019 per MURo.

Beh, tra i vari appuntamenti di quest’anno un’esposizione di opere bisognava organizzarla, visto che siamo artisti. Abbiamo puntato all’idea di mostrare come nasce un’opera di Urban Art, esponendo quindi anche bozzetti e studi, oltre che dipinti e foto di murales, perché spesso quello è un aspetto meno manifesto del nostro lavoro. La bozza è la prima concretizzazione di un’idea tant’è che lo stesso progetto MURo dieci anni fa è nato dallo schizzo di una mappa su un foglio di carta che ho fatto immaginando quale percorso avrebbero potuto seguire i visitatori per vedere i murales del Quadraro. Murales che ancora non esistevano ovviamente, ma c’erano già nella mia testa. La mostra sarà a Roma, alla galleria Rosso20sette Arte Contemporanea, fino al 16 novembre. Io tengo particolarmente al catalogo, che è un volume di 84 pagine con una prima tiratura limitata a 500 copie che contiene gli ultimi murales che noi cinque abbiamo dipinto con MURo, ma anche le rispettive opere e bozze, oltre a una parte dedicata alla storia del progetto, in particolare alla sua vita a Roma, dal Quadraro a GRAArt insomma. Ci abbiamo messo dieci anni a mettere assieme un libro che mostrasse qualcuna delle tante produzioni artistiche realizzate attorno al progetto MURo e ora, a sfogliarlo, mi chiedo cosa aspettiamo a farne subito un altro di 500 pagine!

Al giorno d’oggi, che importanza assumono le gallerie e i galleristi per gli artisti contemporanei e gli street artist?

Eh, è facile sparare al gallerista che – proprio come il pianista del saloon, che crepa sempre per primo – è l’affabulatore, il personaggio che deve abbindolare il cliente, quello che – nel mondo dell’arte – si prende la metà del valore di un’opera dall’artista e deve maneggiare gli sporchi soldi del collezionista e convincerlo che sta per fare l’affare del secolo. Grazie alla facilità che si ha oggi di contattare un artista per acquistare le sue opere può sembrare che i galleristi non servano più, e il loro ruolo viene perciò sottovalutato da molti. Fino al punto di essere a volte additati come nemici dell’artista. Io credo invece che, se tu sei un vero professionista, essere affiancato da un gallerista capace e altrettanto professionista non può che esserti di grande aiuto, soprattutto a concentrarti sul tuo lavoro e sul concretizzare le tue idee, e questo vale che tu faccia o non faccia Street Art.

Dibattito al MACRO per MURO Festival

Puoi farci delle anticipazioni sui prossimi progetti di MURo e naturalmente i prossimi passi della tua già estremamente prolifica carriera di artista?

Io sto terminando di dipingere una serie di murales attorno a un unico edificio dedicati al ciclo dell’acqua, da leggere come metafora della nostra esistenza sulla Terra. Non ti dirò dove si trova questo posto perché è un lavoro ancora top-secret, però a questo tema sto dedicando anche molti lavori in studio, tra bozzetti e altro, e non ti nego che mi piacerebbe farne una mostra e un catalogo/libro.

Vuoi/Puoi fare un bilancio di questi quasi 10 anni di MURo? C’è magari qualcosa che non ha funzionato come avevi immaginato e qualcosa che si è concretizzato inaspettatamente?

“Il mestiere dell’artista è nascondere la fatica” disse una volta uno dei miei scrittori preferiti. Il pubblico va messo sul piroscafo, si deve divertire sorseggiando un cocktail e deve ignorare la fatica di chi in sottocoperta manda avanti i motori. E io coi miei collaboratori abbiamo sempre fatto così, anche in questi dieci anni di MURo. Abbiamo realizzato tantissime opere di Arte Urbana in tutta Italia, combattendo con la neve e il ghiaccio o con i 40 gradi all’ombra, e sempre in corsa contro il tempo. Per non parlare delle difficoltà burocratiche o economiche. Ma la stanchezza va nascosta con pudore e buona educazione, e in cambio di un po’ di esaurimento questo mestiere ti dà esperienze forti e uniche, tante amicizie e, tenendoti tanto tempo in giro per il mondo e in strada, ti fa continuamente tastare il polso alla realtà. Dunque il bilancio secondo me è ottimo. C’è stato anche qualcosa che non ha funzionato, ma questo è normale. Ad esempio, negli anni in cui abbiamo cominciato a lavorare sempre più in giro per l’Italia, nel frattempo si è andato a incrinare un po’ il rapporto con il quartiere Quadraro. Il progetto là era amato all’inizio, guardato con simpatia e da tanti incoraggiato in quanto visto come un gesto d’amore da parte di un artista professionista le cui memorie erano legate a quei luoghi, e dei suoi colleghi provenienti da tutto il mondo che realizzavano opere d’arte sulle pareti con la volontà di ascoltare storie dai cittadini e di donare loro uno strato culturale nuovo, da aggiungere alle tante stratificazioni storiche e sociali di cui il quartiere era già ricco. Poi man mano è iniziato a circolare – soprattutto via social network – il sospetto che si facessero chissà quali soldi e chissà come (c’è chi ha ipotizzato che coi tour in biciletta e a piedi MURo ci facesse chissà quali fortune, o che prendesse occulti finanziamenti da chissà quale divisione intellettuale di Mafia Capitale…), arrivando fino a diffamazioni e intimidazioni contro me e lo staff. Quando abbiamo subìto attacchi più gravi delle parole abbiamo deciso di smetterla di impegnarci a instillare bellezza là dove molti non sanno che farsene. D’altronde lavoriamo ovunque, e al Quadraro abbiamo già lasciato tanto. L’odio è comunque uno dei tanti rischi del nostro mestiere, perché nelle periferie delle nostre città siamo talmente abituati alla rovina che ormai c’è pure chi la difende perché da lei si è nutrito per tutta la vita. Scuole che sembrano bagni penali, palestre simili a container, chilometri di cemento che chiamiamo casa… non c’è da stupirsi se chi vuole modificare questa realtà contagiandola con arte e bellezza lo si potrebbe vedere come un nemico. Ma oggi anche chi protesta contro questo stato delle cose dimentica spesso che assieme al pane il popolo vuole le rose.

E, infine, c’è qualcosa che Diavù avrebbe sempre voluto fare ma o per un motivo o per un altro non ha ancora fatto (non parliamo solo di arte)?

Tantissime cose. Non potendo cambiare mondo, trasferendomi su qualche pianeta lontano, mi piacerebbe contribuire a cambiare il mio mondo. Per questo vorrei fare politica, anzi mi vedrei bene come dittatore. Vorrei anche avere più tempo per fare musica, così, in quanto dittatore, obbligherei tutti a cantare le mie canzoni. Tranquillo, sto scherzando, la conquista del mondo per ora è rimandata che ho un sacco da fare.

Diavù + Beau Stanton + MURo staff @ Ambasciata Americana di Roma

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