Con la redazione di Artwave abbiamo incontrato, in esclusiva, Marzia Rumi. La giovanissima regista ci ha regalato uno sguardo prezioso ed inesplorato sul mondo musulmano: Islam de Cuba. Un documentario con una produzione dalla storia avvincente, già a partire dal titolo. Il suo occhio antropologico ha fatto emergere una Avana mai vista prima. La passione per Cuba, il coraggio di partire da sola, il rapporto con la religione, colori, suoni e contrasti sono stati i temi della nostra chiacchierata. Questo è quello che ci ha raccontato:

Dopo tanto tempo, una lunga gestazione e un pandemia mondiale, il tuo primo documentario a lungometraggio dal titolo tanto evocativo quanto puntuale, Islam de Cuba, ha visto la luce. Ce ne vuoi parlare?

Faccio sempre un grande respiro prima di iniziare a parlare del mio film. So bene di non essere stata la prima e non sarò nemmeno l’ultima a essersi avventurata in un’esperienza così. Un’esperienza piena di incognite. Devo ammettere che a volte ancora non ci credo. Islam de Cuba è un gioiello meraviglioso perché è stata un’impresa che sembrava davvero impossibile da realizzare, ma che in realtà è stata portata a termine con grande convinzione e coraggio. Come il produttore del film Giorgio Bartolomucci, che vedendo una giovane ragazza di venticinque anni alle prese con la sua opera prima, ha accettato di affiancarla. Fare i conti con i propri sogni e vederli realizzati è sempre qualcosa di elettrizzante. La spinta è stata nel crederci, sempre. Ma soprattutto pensare che questo progetto era pienamente valido e che avrebbe potuto raccontare qualcosa di diverso e interessante.

E quindi a 25 anni hai fatto la valigia e sei partita da sola alla volta di Cuba, autofinanziandoti con una campagna di crowfunding. Tale scelta immagino sia stata dettata anche dalle difficoltà  nel trovare finanziatori per un progetto tanto ambizioso, vero? 

Ho sempre avuto una grande passione per Cuba, tanto da laurearmi con una tesi su Tomás Gutierrez Alea e il cinema del realismo cubano. E’ stato però durante la frequentazione di un Master a Cuba che sono venuta a conoscenza del fenomeno dei cubani convertiti all’Islam. Da lì ho iniziato a condurre le prime ricerche. Quando sono tornata a Roma ho cercato una casa di produzione che mi appoggiasse, non solo a livello economico ma soprattutto organizzativo, perché in quegli anni avevo raggiunto una buona preparazione teorica ma avevo realizzato solo due cortometraggi. Era quindi la prima volta che dovevo affrontare un vero lungometraggio. Per circa due mesi ho mandato email a case di produzione e ho fatto diversi incontri ma per un motivo o per un altro non riuscivo a trovare una casa di produzione adatta per questo progetto.

E alla fine come è andata?

Io credo molto nel fato e un giorno d’agosto, molto caldo, vedendo su internet i prezzi dei voli per Cuba ne ho trovati alcuni super economici. Non ci ho pensato due volte. Ho chiamato il mio migliore amico (John Giordano, ndr), che poi è diventato il mio direttore della fotografia, e gli ho detto “costano 200 euro all’andata, 200 al ritorno. Di solito costano il doppio. Io intanto vado, non posso più aspettare. Vado lì con la mia telecamera e inizio.” Lui prontamente mi ha detto “Vengo con te”. Poco prima di partire avevo conosciuto Giorgio Bartolomucci, produttore della Pinup Film Making con cui avevo avuto finalmente un confronto positivo che mi aveva detto “Vai a Cuba, indaga sul fenomeno, riprendi e quando torni ne riparliamo”. Ho realizzato quindi in un mese una campagna di crowdfunding, che ha avuto un esito soddisfacente, e neanche due mesi dopo ero all’Avana.

Perché proprio l’Islam all’Avana?

Premettendo che l’Islam è una delle religioni più diffuse al mondo, ho deciso di affrontare il  tema dei cubani convertiti all’Islam per un motivo principale: trovo stupefacente come queste due culture, la cubana e la musulmana, apparentemente così diverse possano convivere pacificamente all’interno di un’isola caraibica. Chiunque si chiederebbe infatti come sia possibile che tanti cubani abbiano deciso di avvicinarsi a una religione in cui uno dei presupposti è l’astinenza dai vizi,  quando l’alcol, il tabacco e la vida loca siano gli elementi distintivi della condotta generale dei cubani. Perché l’Islam a Cuba? Sia perché è un fenomeno esistente e completamente sconosciuto, sia perché è una maniera diversa e originale di guardare Cuba. Ma anche di vedere l’Islam. Insomma, fuori dagli stereotipi che continuano a connotare le due realtà.

Tra l’altro quando ci siamo incontrati mi accennavi che hai iniziato a girare nel pieno degli attacchi terroristici di ISIS

L’attentato a Charlie Hebdo risale al 2015 e da lì è stato un tragico susseguirsi di attentati terroristici in Europa che hanno suscitato una paura certamente motivata, ma che ha consolidato la erronea associazione dell’ISIS con l’Islam.  Ricordo che prima di partire ero andata dal medico di base per alcune prescrizioni,  il quale, dopo avergli raccontato il motivo del mio viaggio, mi ha guardato con occhi spalancati invitandomi a fare attenzione perché sarebbe potuto essere pericoloso addentrarmi nel mondo dell’Islam.  Alla fine l’idea che mi sono fatta è che nessuna di quelle persone che identifica l’ISIS con l’Islam sarà un potenziale spettatore del mio film. Ho deciso che Islam de Cuba è rivolto a persone che riescono a capire bene quale sia la differenza tra una religione e un’ organizzazione criminale terroristica.

Quale era il tuo rapporto con l’Islam prima di iniziare questo percorso?

Devo ammettere che ho sempre avuto una particolare curiosità per tutte le religioni, non in quanto tali ma come espressione di una cultura e come un insieme di usanze e pratiche per certi versi affascinanti.  L’Islam è una religione che sembra lontanissima dalla nostra cultura ma che in realtà ci riguarda molto più da vicino. Solo nel nostro paese ci sono oltre 1.000.000 di musulmani e quindi diciamo che forse è arrivato il momento di accettare senza pregiudizi la presenza di altre religioni nel nostro Paese e cercare di conoscerle meglio. L’Islam è una religione molto complessa, e non basta leggere il Corano per capirla ma hai bisogno di persone che ti spieghino e ti guidino nella conoscenza dei principi e dei precetti, così come peraltro avviene con la Bibbia per il Cristianesimo. In quella famosa estate in cui ho deciso di iniziare concretamente di lavorare a Islam de Cuba, il Corano è stato la mia lettura estiva. Poi ovviamente anche i cubani convertiti  mi hanno dato molto supporto con lunghi colloqui e tanti libri, che hanno reso la mia valigia al ritorno pesantissima.

E invece con i cubani?

Con i cubani è un amore infinito iniziato dal 2015. Chiunque va a Cuba ti dice “Sì, spiagge fantastiche, buoni i mojitos, fighissime le macchine anni ‘50 ma la cosa più bella sono i cubani”. Parlare di Cuba o dei cubani è sempre molto difficile perché ovviamente è una specie di mondo a parte. Ci sono altre regole, altre prospettive e modi di vita completamente opposti. I cubani hanno un cuore grande e posso dire con assoluta certezza che se avessi deciso di raccontare lo stesso tema in un altro paese, da sola, non ce l’avrei mai fatta. 

Riferimenti con fatti legati alla politica nel tuo documentario emergono sempre puntuali: dal rapporto che hanno i cubani con la “rivoluzione” fino ai finanziamenti economici sauditi a L’Avana. Ma il tuo sguardo è piuttosto antropologico che politico. A ripensarci è stata la scelta giusta?

Questa è una delle domanda che mi sono posta di più. L’oggettività nel documentario non esiste, c’è sempre un punto di vista che è quello del regista per quanto questo magari non voglia farlo trasparire. Nel caso di Islam de Cuba le valutazioni da fare sono diverse. Anzitutto è quasi IMPOSSIBILE parlare di Cuba senza parlare di politica.  Nel caso invece dei finanziamenti sauditi, mi sono chiesta per molto tempo se dirlo o meno, ma credo sia un elemento che non si poteva tacere e che anzi aiutasse in parte anche a comprendere l’evoluzione del fenomeno della conversione all’Islam da parte dei cubani. Avrei potuto approfondire di più questo aspetto? Sicuramente, ma sono convinta che tutto il film sarebbe stato meno interessante. D’altronde è la storia di tutte le religioni. Un Paese che inizia ad avere relazioni con un altro e che prima investe economicamente, poi porta la sua religione e infine stabilisce dei vincoli. Non penso che l’aspetto geopolitico di questa situazione abbia potuto apportare qualcosa di diverso che già non sappiamo.

Poi c’è nelle tue immagini una costante: la dicotomia tra le immagini dell’Avana “rumorosa”  da cartolina” e l’oggettiva realtà che fa da “sfondo” alle vite dei tuoi personaggi, ed è forse uno dei punti di forza assoluta del documentario…  

Cuba, in particolare l’ Avana, è un luogo che vive di forti contrasti. A volte sembra convivono due mondi completamente diversi nella stessa città. Quando arrivi a Cuba vieni travolto immediatamente da un insieme di stimoli ed esplosioni di suoni, colori, odori e sapori. Vedi edifici blu, verdi o rosa con colonne neoclassiche e rampe di scale, giri l’angolo e trovi palazzoni in stile sovietico, freddi e decadenti. Stessa cosa accade con le persone. Volevo che a livello formale questa sensazione trasparisse. Infatti abbiamo usato due telecamere di diversa qualità per descrivere questi due mondi: da una parte la Cuba “da cartolina” come dici giustamente tu, bella, quasi ordinata, splendente; e dall’altra una realtà più complessa, appartenente alle singole realtà dei miei protagonisti, ma sicuramente più vera. Entrambi questi mondi però fanno parte della stessa realtà. Nessuna prevale sull’altra. Cuba è entrambi questi mondi.

Quale è stata la sfida più grande?

La sfida più grande è stata battere cassa tramite il crowdfunding, convincendo le persone che fosse un buon investimento e partire da sola alla volta di Cuba (ride). Scherzi a parte, non è stato facile dire “CE LA FACCIO”. Non ho il becco di un quattrino, non ho mai girato un lungometraggio, ho appena 25 anni e sono una donna completamente sola in questa impresa, ma sicuramente troverò persone disposte ad aiutarmi. Beh, così è stato!

Hai avuto difficoltà ad incontrare gente disposta a raccontarsi? Hai trovato muri o ponti?

Assolutamente no muri! Tutti ponti, ovunque! Non dimentichiamo che Cuba è un’isola e come tale ha una grande apertura verso l’esterno. I cubani sono curiosissimi e poiché per loro è molto difficile viaggiare, ogni elemento esterno è ben accolto, a prescindere dal Paese da cui provenga. Per farti capire, ero diventata la novità della comunità musulmana all’Avana. Ho conosciuto più persone lì che all’ università. Come mettevo piede in moschea qualcuno mi veniva incontro e mi diceva “Sei tu la regista? Vuoi sapere la mia storia? È pazzesca!”. Con tutto il materiale girato, avrei potuto girare tranquillamente una docu-serie. Le testimonianze raccolte erano storie tutte molto intriganti, interessanti e spesso divertenti.

So che il documentario sta avendo un buon riscontro in giro per i festival di tutto il mondo o sbaglio?

Sì! Il percorso è ancora lungo ed è un peccato per me non poter assistere alle proiezioni. A causa del Covid molti festival sono stati rimandati o spostati online in piattaforme apposite. Però sono molto felice, siamo stati selezionati in vari festival, a Madrid, a Barcellona, a Roma, a Bonn, in Australia e a Cleveland.

Cosa ti aspetti dalla proiezione del 20 Agosto al Parco Appio nell’ambito del Salotto di Artwave?

Non vedo l’ora! Non potevo immaginare una cornice migliore. Sarà la prima volta che presentiamo Islam de Cuba. La prima volta che presento il mio film ad un pubblico seduto, e la prima volta in cui ne parlerò in pubblico. Il massimo! 

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