“Oh Little Man” è risultato tra i vincitori della nuova call Supernova lanciata dal Pergine Festival per l’edizione 2019: un atto unico in forma di monologo interpretato da uno straordinario Edoardo Sorgente che per quaranta minuti dà voce e corpo ad un nevrotico, isterico, tragicomico broker in balìa del mare. Il capitalista è nel bel mezzo di una crociera quando, durante un sogno, sente una voce che gli preannuncia una imminente catastrofe finanziaria: l’uomo decide quindi di vendere tutto ma sfortunatamente non c’è alcun modo di comunicare con la terraferma. Sull’orlo del naufragio, il destino del protagonista viene affidato al pubblico che può scegliere di lanciargli un salvagente e trarlo in salvo oppure di lasciarlo annegare.

Il testo e la regia dello spettacolo sono del giovane drammaturgo fiorentino Giovanni Ortoleva, classe 1991: lo abbiamo intervistato per voi.

Come è nata la tua passione per il teatro e per la drammaturgia?

Come sia nato l’interesse per il teatro e per la scrittura drammaturgica mi è totalmente oscuro! Il primo ricordo che ho risale a quando avevo 10 anni, ho scritto in un colpo solo un atto unico su dei foglietti che ho ritrovato anni dopo. Da bambino, mia madre mi portava a vedere gli spettacoli al Teatro della Pergola di Firenze ma mi annoiavo moltissimo: solo una volta ricordo di essermi esaltato guardando la scena iniziale de “L’avaro” di Molière per la regia di Gabriele Lavia, c’erano dei teli che ondeggiavano sulla scena nel silenzio e ricordo che quell’immagine mi sembrò meravigliosa ma non appena gli attori cominciarono a recitare l’incanto si spezzò. Dopo di che ho perso completamente l’interesse fino alla fine del periodo liceale. Gli incontri determinanti sono avvenuti successivamente, durante gli studi universitari: in particolare, ho potuto conoscere e collaborare con Antonio Latella grazie ad un laboratorio al Teatro Valle occupato. Da quel momento in poi, ho sentito che il teatro, in particolare la regia e la drammaturgia, era la mia strada.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari e culturali in genere?

Sono abbastanza onnivoro in ambito culturale. Ultimamente mi sto dedicando molto a David  Foster Wallace che mi sta letteralmente conquistando. Tra gli autori classici, al primo posto c’è Tolstoj; tra i contemporanei, Coetzee e Faulkner. Più di tutto però adoro le graphic novel: Daniel Clowes sopra a tutti, credo che lui sia il vero Autore degli anni zero. Per quanto riguarda il cinema, stimo enormemente i film di Jacques Audiard e di Gus Van Sant; ho visto Elephant per la prima volta a 16 anni ed è un’opera che mi ha folgorato. I miei grandi amori della drammaturgia sono Koltés, Copi, Heiner Müller, Sarah Kane. Rispetto alla regia, invece, trovo riscontri più interessanti all’estero che in Italia; adoro Claudia Bauer, Susanne Kennedy e Daniela Loffner. E’ così: i lavori più interessanti, perlomeno fuori dall’Italia, sono firmati da registe. In Italia, seguo con genuino interesse Antonio Latella e Romeo Castellucci, anche se entrambi sono da molti anni fuori dal circuito esclusivamente italiano.  Mi affascina anche Arturo Cirillo, benchè sia su corde completamente diverse dalle mie; è un regista che rispetto molto.

“Oh Little Man” è un’opera davvero particolare, anche dal punto di vista lessicale. Hai scelto di mettere in scena un broker: come mai questo interesse verso il mondo della finanza e dell’economia?

Il testo è nato in modo abbastanza istintivo. Ero seduto in un corridoio alla Paolo Grassi (la Civica scuola di Teatro con sede a Milano, ndr)  e ho iniziato a scrivere alcuni versi: “vendere vendere vendere” eccetera, le parole sgorgavano quasi da sole. Poi ho lasciato perdere, mi sono dedicato ad altro e alla fine ho ripreso il testo un anno dopo, nel 2017. Quando l’ho ripreso, l’ho chiuso in quattro giorni. La composizione drammaturgica è emersa d’istinto, seguendo più un modo di pensare che non facendo ricerca su dati e statistiche. Credo che l’economia abbia un impatto mentale su di noi, un impatto che probabilmente sottovalutiamo; sempre di più, abbiamo i soldi in testa e la mente si muove su meccanismi economici. Perciò direi che sono partito dal modo in cui io stesso mi ritrovo a pensare. Il testo teatrale è scritto in versi perché è la forma per me più congeniale, il verso diventa naturalmente battuta. Alcune parti sono state modificate e riscritte durante il lavoro di prova con Edoardo. Edoardo Sorgente è un attore di cui mi fido molto: lo spettacolo non sarebbe potuto essere senza di lui.

Nello spettacolo emergono temi estremamente attuali: il protagonista si ritrova in balia di una tempesta che potrebbe concludersi tragicamente con un naufragio. La metafora è quanto mai cogente, non trovi?

Il collegamento con i recenti fatti di cronaca può sembrare voluto ma in realtà non era assolutamente nella mia testa nel 2017. Il mare è per me un elemento ricorrente a livello di immaginazione, tant’è che anche il primo testo che ho scritto si concludeva con un naufragio. C’è qualcosa nel mare che corrisponde alla possibilità di scomparire. Dove potrebbe andare a finire l’umanità se non in fondo al mare? Ovviamente i rimandi letterari e cinematografici sono numerosi, da T. S. Eliot al Titanic, ma aldilà di questo si tratta di nuovo di una questione istintiva: quando qualcosa finisce, per me finisce in fondo al mare.

Alla fine dello spettacolo, il pubblico è chiamato in causa. Durante la replica perginese, la scelta degli spettatori è stata quella di salvare il protagonista. Ma in caso contrario, cosa succede? È mai accaduto fino ad ora?

No, non è mai accaduto e non posso assolutamente dirti cosa è previsto nel caso in cui il pubblico decidesse di non lanciare il salvagente al protagonista (ride, ndr). Credo che non sia mai successo proprio per una forma di empatia intrinseca alla natura umana e già da tempo sto indagando proprio su questi meccanismi; oggi questo tema è diventato cogente ma non era in alcun modo voluto. Il finale aperto che coinvolge il pubblico rappresenta per me un’occasione importante: è necessario fermarsi e chiedersi perché salvare o meno. Purtroppo stiamo perdendo la capacità di fare dibattito e mi auguro che invece ciò avvenga sempre di più, a teatro ma anche altrove.

I tuoi progetti per il futuro?

In questo momento sto lavorando al Saul, nei prossimi giorni saremo in prova al Teatro della Tosse di Genova e il debutto sarà a Venezia il prossimo 27 luglio (nell’ambito della Biennale Teatro, ndr). Saul è un sogno di spettacolo, nato nel 2016, anno in cui Pablo Solari mi ha fatto leggere l’opera omonima di André Gide. Da lì, una lunga incubazione passata anche attraverso l’importante esperienza di Biennale College. Un sogno che si è fatto viaggio, insieme a dei compagni insostituibili: Riccardo Favaro, che è co-autore nonché recente vincitore del Premio Scenario, Alessandro Bandini e Federico Gariglio, due attori tanto giovani quanto straordinari, Marco Cacciola, che non ha bisogno di presentazioni, e Marta Solari che ha curato le scenografie ed è una risorsa straordinaria. Quasi non riesco a credere che questo spettacolo stia prendendo forma. Poi c’è un altro progetto in cantiere per il 2020 di cui, però, preferisco non anticipare nulla.

In copertina: un ritratto del regista e drammaturgo Giovanni Ortoleva, ph. di Giulia Lenzi. Immagini secondaria, ph. Camilla Vazzoler. In galleria Edoardo Sorgenti in “Oh Little Man”, ph. Giulia Lenzi. Courtesy of Ufficio Stampa-Pergine Festival.
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