La nostra redazione ha avuto il piacere di incontrare BOL Pietro Maiozzi, writer old school e artista. Dopo aver ideato, curato e partecipato a “OLD but still GOLD”, sempre più curiosi, gli abbiamo fatto alcune domande sul suo lavoro, sulla street art e sul futuro.

Facciamo le presentazioni con il pubblico di Artwave.it. Chi sei e che fai nella vita?

Ok, inserisco la mia biografia breve e la risolviamo facile. BOL, all’anagrafe Pietro Maiozzi, nasce nel quartiere periferico di Centocelle nel 1970, a Roma. Nel 1990 è uno dei primi writers e muralisti di nuova generazione che rinnovano la loro città. Da qui parte la ricerca che lo accompagna in tutti i passaggi della sua vita, dalla presa in prestito dei treni e dei muri di Roma, usati come tele, alla stessa città che gli riconosce un ruolo di rilievo nello sviluppo creativo e gli affida giovani artisti in erba da educare al rispetto verso il bene comune attraverso le loro opere. Una storia testimoniata da fotografie di murales e pezzi a spray in parte scomparsi, ma mantenuti vivi da molteplici pubblicazioni cartacee, digitali e soprattutto da commenti emozionati di migliaia di persone con cui ha condiviso esperienze: dai momenti artistici e politici alti, mostre internazionali in location istituzionali, commerciali, private, in eventi di massa o fini a sé stessi, di quartiere, underground, con artisti alle prime armi e più o meno famosi. In queste iniziative il suo impegno è sempre stato totalizzante rispetto alle esigenze personali e se ne trova traccia su Facebook, su Instagram e sul suo sito www.bolgraf.it

Attualmente lavora come grafico e illustratore creativo a tempo pieno, ma ancora dipinge, disegna, progetta, produce e organizza eventi per passione nell’ambito di progetti artistici di tipo istituzionale, commerciale ed underground. Nella sua ricerca porta con sé quella che ritiene la migliore eredità degli anni ‘70, l’idea di un mondo felice, possibile e in cui la conoscenza sia accessibile a tutti, indistintamente. LALLO e LALLA, i suoi pappagalli che ripetono frasi e situazioni in cui si trova, lo accompagnano spesso nelle sue divertenti avventure, ma dipinge anche con altri stili più intimisti e meno diretti.

Recentemente hai organizzato una jam di graffiti. Parlacene apertamente. Come è nata l’idea?

“OLD but still GOLD” writing jam nasce dall’esigenza di dipingere a spray con i miei amici più cari, cosa che avviene sempre più raramente. Dipingere alla nostra età (io vado per i 50) è un impegno che porta via tempo alle altre migliaia di cose che facciamo, così ho deciso di contattare circa 80 persone soprattutto tra i più “anziani”. Da subito diverse persone tra cui i writers STARZ, VELA, ORGH, WIES e molti altri si sono resi disponibili e ci siamo organizzati. Deciso il giorno ci siamo visti e abbiamo dipinto tutti/e insieme un muro libero a Roma.

I writers coinvolti come hanno reagito alla notizia? Che feedback hai ricevuto?

Man mano che arrivavano le adesioni ho aggiornato una lista di partecipanti che si è allargata a dismisura in pochissimo tempo. Ho da subito ricevuto feedback molto positivi e avendo diffuso la locandina disegnata appositamente da STARZ su Facebook e Instagram ho ottenuto anche molti “mi piace”.  Diverse persone hanno chiesto di poter partecipare e quasi per tutte l’invito è stato accolto, le altre sono state comunque invitate a passare la giornata con noi, lo spazio non era infinito e ho fatto delle scelte soprattutto in base al mio legame affettivo con i partecipanti, ma anche in base all’età anagrafica.

Che difficoltà organizzative hai incontrato? I muri sono legali, giusto?

La prima data è andata male perché avrebbe dovuto piovere e abbiamo deciso di rimandare alla domenica dopo, dunque alcuni non hanno potuto partecipare per impegni già presi in precedenza, ma altri che non potevano il primo giorno sono venuti alla data successiva. La difficoltà maggiore è stata quella di dire di no a diverse persone e sopportare le conseguenze di questa mia scelta, ma volevo partecipassero più i miei amici che nomi famosi o gente con cui non ho mai avuto a che fare o con cui non voglio nessun contatto. Una volta giunti sul posto ho dovuto organizzare gli spazi e discutere su dove avrebbero dovuto dipingere, non senza alcuni problemi, ma alla fine abbiamo risolto con tutti. Il muro che abbiamo dipinto è quello del Viadotto Gronchi, muro libero autorizzato da delibera comunale, ci si dipinge senza permesso alcuno. Sono stato identificato dalle forze dell’ordine per tre volte in un giorno, ma non abbiamo riscontrato nessun problema con le autorizzazioni. Chiaramente il muro era già tutto dipinto e, oltre a non dipingere sul memoriale per MAKO (un writer scomparso tempo fa), abbiamo “risparmiato” alcuni pezzi su richiesta dei writers di zona. Purtroppo abbiamo coperto altri che avremmo dovuto/potuto risparmiare se avessi pianificato meglio gli spazi, mi organizzerò meglio la prossima volta, promesso. Mi è dispiaciuto anche di non aver invitato i nuovi writers e alcuni di quelli che usano regolarmente il muro, ma non avendo i loro contatti purtroppo non è stato possibile. Per il resto è stata una giornata fantastica con intere famiglie di writers che hanno occupato un non luogo urbano (un viadotto per automobili a veloce scorrimento), reso vivo e proprio anche con baci e abbracci tra vecchie conoscenze, nuovi contatti, insomma l’obiettivo di socializzare come ai vecchi tempi è riuscito sotto più punti di vista. Come con altre iniziative autoprodotte, è stata un’idea dapprima personale, ma poi divenuta collettiva che è stata in grado di gestire la propria pratica dal momento iniziale dell’ideazione a quello finale dell’azione. Un percorso “dal basso” che risponde all’omologazione e normalizzazione “dall’alto” delle capacità individuali con una risposta collettiva. La rete di relazioni, rapporti basati su affinità progettuali e partecipazione attiva, hanno creato pratica artistica avvalendosi di risorse individuali per uno o più fini condivisi. È stato conflitto costruttivo, critica radicale, riappropriazione, fuga per preparare una nuova irruzione in questo mondo che rendiamo ogni volta diverso con la nostra arte. Dare importanza al percorso più che al prodotto in sé, crea valore sociale persistente e questo non ha prezzo esigibile in denaro. Per questo non ci sono stati sponsor, non abbiamo usato risorse pubbliche, ci siamo organizzati online tramite piattaforme social ad accesso gratuito e non abbiamo avuto profitti di tipo economico in cambio del nostro operato.

BOL Pietro Maiozzi spray su muro nel sottopassaggio ferroviario della Stazione Nomentana Roma

Sei sulla scena del writing da molti anni. Secondo te, che evoluzione hanno avuto i graffiti?

Preferisco parlare di writing in quanto la parola graffiti, anche se molto usata dai media, mi pare fuori luogo, noi chiamiamo le nostre opere “pezzi” o diciamo “andiamo a scrivere” dunque writing va più che bene. Avendo vissuto la scena del writing romano e italiano degli albori, penso che grandi differenze non ci siano, almeno per la parte che riguarda l’aspetto socializzante della pratica. Per il resto ci sono più controlli e più controllori, ma lo spirito che ci anima è lo stesso e oggi possiamo avvalerci di strumenti di produzione migliori rispetto al passato e canali di comunicazione molto più efficaci delle vecchie fanzine autoprodotte, del telefono a linea fissa ecc. Per quanto riguarda lo stile credo si sia evoluto in base al contributo delle nuove generazioni che hanno introdotto nuovi elementi e tattiche di intervento urbano molto interessanti, gli spazi liberi in cui poter dipingere di giorno e per molto più tempo hanno dato la possibilità agli stylers di elaborare stili di pittura molto complessi e qualitativamente molto più interessanti/stimolanti.

Ci sono delle nuove leve di writers che pensi possano un giorno prendere le redini della scena romana (e magari continuare quello che tu e gli altri della old school avete sempre portato avanti)?

Cosa abbiamo portato avanti gli altri della vecchia scuola non lo so, io ho sempre visto il writing come uno strumento per socializzare al di là delle differenze e questo pare sia in parte rimasto nella cultura. Per quanto riguarda le “redini” credo e spero non ce ne siano mai state e sono piuttosto sicuro che ancora non ce ne siano. È rimasto il writing illegale ed è stato introdotto quello legale che prima non esisteva, questo ha fatto sì che in alcuni spazi le vecchie consuetudini si sono dovute adattare e che molti materiali di pittura sono finiti lì a stratificarsi invece che per strada a conquistare nuovi spazi. Le mostre in galleria e nei posti istituzionali hanno fatto rimediare poche monete a pochissime persone e diversi di noi sono passati alla cosiddetta street art, pur mantenendo a volte l’attitudine e lo stile del lettering.

Il prossimo anno hai intenzione di riproporre questa jam, già diventata leggenda?

Speriamo non diventi leggenda, le leggende non mi piacciono, sono una persona fisica che vive il reale, non la finzione. Comunque non lo so se il prossimo anno ci sarà ancora, spero di sì, è stata una grande e felice esperienza collettiva, in caso avrete notizie dai miei canali social.

BOL Pietro Maiozzi in NO BOMBZ – OPEN BORDERS spray su muro durante Street Art Sagra 2 a S.Lucia di Fontenuova Roma

Roma, ad oggi, è ancora uno dei luoghi di culto italiani del writing?

Queste distinzioni, come quelle di cui sopra non le ho mai sopportate, né supportate, le logiche legate al culto o al tenere al centro delle proprie attenzioni qualcuno o qualcosa (ad esempio vedi la definizione di “KING” nel writing per indicare una persona molto capace, che ho sempre odiato) non mi sono mai appartenute. Traggo ispirazione da tutte le persone che mi stanno vicino ed alcune mi stimolano più di altre, ma sono concentrato sul mio modo di fare le cose e vorrei che ognuno di noi si facesse una propria opinione invece di andare a traino degli altri considerati, a volte sbagliando, migliori. Dunque ritornando alla domanda penso che a Roma, come Napoli, Milano ecc. essendo delle città molto grandi e dunque con più abitanti di altre città, ci sia più varietà di persone, di esperienze possibili e questo difficilmente cambierà col tempo, credo. Vero anche che nei piccoli centri le situazioni sono molto più gestibili in quanto, se ci sono meno persone, ci sono anche meno punti di vista e tutto risulta più semplice.

Spesso il termine graffiti viene associato alla street art (e viceversa) tu cosa ne pensi? Mi spiego meglio: il writing è street art?

Streetart è tutto e nulla mentre il writing è abbastanza definito dal lettering e dalla tecnica di pittura utilizzata. Per streetart io intendo tutta l’arte prodotta nelle strade, dunque dal writing ai giocolieri ai semafori, dal subvertising al muralismo legale.

Fatta questa doverosa premessa, tu cosa pensi dell’esplosione della street art e dell’urban art qui a Roma e in generale anche nel mondo?

Se per urbanart intendi il muralismo legale commissionato, sono contento che quello che ho definito come streetart lo comprenda. È arte come tutto il resto e sono felice di vederlo in strada. L’arte nelle strade è uno strumento che come un martello, lo puoi usare per piantare un chiodo o per darlo in testa a qualcuno, ma sempre un martello rimane, se con quello strumento produci lavoro/reddito/arte puoi anche chiamarlo urbanart. Gli strumenti in generale sono molti utili e sono felice che molte persone si siano appropriate di questo nello specifico. L’esplosione che abbiamo visto penso sia l’effetto di questa appropriazione da parte di moltissime persone e moltissime persone con degli strumenti così potenti possono fracassare molte teste tutte insieme (scherzo, ma penso se ne capisca il senso).

BOL Pietro Maiozzi spray su muro al Trullo Roma

Street art vs. Urban Art. Illegale contro legale. Tu che opinione ti sei fatto? E i graffiti che ruolo hanno in tutto questo?

A volte il mondo del muralismo comunica con quello del writing, a volte si scontrano coprendosi a vicenda, non tanto per quello che rappresentano/comunicano, ma per problemi di spazio. Come ai vecchi tempi in cui si dipingeva la stessa linea metro anche tre volte successive durante la stessa notte, le stratificazioni sulle carrozze per Ostia Lido rendevano difficoltosa addirittura la chiusura delle porte.  Comunque questo è spesso risolvibile con un confronto verbale, non abbiamo bisogno di contenderci gli spazi, ma di condividerli insieme, ognuno a modo proprio. Sarebbe anche il caso che gli spazi occupati da pitture illegali non venissero destinati a pitturi autorizzate, per quest’ultime e per tutti noi sarebbe molto più produttivo conquistare spazi ancora non liberati.

Più che di contrapposizione parlerei di sviluppo dell’arte in strada, sia essa legale o illegale. Se la parola “sviluppo” derivasse da “viluppo” (ammasso intricato, confusione involto). Quali sono i viluppi che imbrigliano i passi avanti verso la creazione di spazi “dove più forme di linguaggio urbano dialoghino tra di loro” (cit. A. Carloni), liberamente, senza vincoli, dialogando col territorio da pari, creando quella socialità orizzontale basata sulla fiducia, sulla coproduzione, sulla collaborazione con cui consentire agli abitanti di auto-promuoversi come attori capaci di presidiare il cambiamento, quando necessario e utile anche attraverso azioni conflittuali? C’è chi pensa a nuove regole scritte e chi a nuovi modi di pensare a quelle regole prima di valutare se davvero abbiamo bisogno di regole, di riscriverle o di crearne di nuove. C’è chi le calerebbe dall’alto della sua conoscenza/cultura sperando che vengano rispettate, ma non credo funzionerebbe. C’è chi invece siederebbe attorno ad un tavolo enorme per discutere se sia il caso di cambiare il proprio punto di vista ed allargarlo alla complessità delle differenze, dei bisogni, senza giudicare nessuno tramite vecchie regole, senza emarginarlo a priori, ripensando il ruolo e le funzioni di alcuni spazi. Per favorire la produzione di interventi di pittura muraria, e tutto quello che questa azione genera di conseguenza, potrebbe servire intanto più materia prima disponibile. Più muri disponibili per la pittura libera e varietà della posizione degli stessi nell’ambito urbano. Sul piano umano andrebbero coinvolti tutte le tipologie di attori che mettono in pratica processi di intervento urbano a prescindere dalla modalità con cui operano (legale, illegale, finanziata, autoprodotta), le persone su cui ricadono i prodotti di questi interventi dunque soprattutto i cittadini che da ex spettatori sono diventati produttori, i portatori di interesse, gli amministratori pubblici ecc. Meno penseranno di poter contare in ambito decisionale più sarà importante, efficace e condiviso il loro contributo, dai marginali e periferici ci si aspettano sempre grandi cose che di solito sfuggono ai centrali.

In generale penso che le opere illegali vadano rispettate più di quelle legali, che siano poster, sticker, writing, murale, installazioni, o qualunque altra forma d’arte. Nascono da bisogni diversi e anche se si rapportano con l’ambiente in maniera apparentemente impositiva sono naturali e spontanee espressioni della nostra società che dovremmo accettare, comprendere e salvaguardare. Quelle legali d’altra parte hanno più tempo a disposizione per essere realizzate, a volte hanno finanziamenti e mezzi tecnici di alto livello, hanno un livello di partecipazione fattiva di solito basso da parte dei cittadini (non parlo di decisioni prese in comune, non la ritengo una partecipazione fattiva) e dunque un’accettazione diversa da quelle illegali, usufruiscono di grandi spazi che potrebbero diventare liberi dopo qualche anno dalla concessione dell’autorizzazione alla realizzazione. Penso che avremmo bisogno più di spazi liberi che di spazi visuali privatizzati legalmente. Il muro libero appartiene a tutti/e ed è specchio della società che lo vive e lo trasforma a seconda le variazioni dei propri sogni/bisogni. Il muro commissionato legalmente è spesso solo un’operazione estetica, decorativa, se proprio va bene. Il messaggio che veicola la commissione potrebbe non essere mediato (o censurato come avviene a volte) dal committente, ma comunque è espressione di poche persone a volte interessate più all’operazione commerciale/estetica/elettorale che altro. Il muro libero è svincolato da questi limiti e potrebbe essere determinato come percentuale di quello privatizzato per le pubblicità. Penso che avremmo diritto al 50% dello spazio visuale collettivo senza distinzioni tra quello su superfici pubbliche e quelle private. Penso che questo libero strumento di socializzazione potrebbe cambiare molte cose tra l’altro rigenerando i modi di vivere le nostre città secondo una naturale ispirazione. Prenderei in considerazione anche la rotazione, il fatto che una volta autorizzata la privatizzazione visuale di un muro tramite autorizzazione ad una associazione, privato, istituzione o chiunque sia, decorso un tempo ragionevole, quel muro ridiventi di proprietà pubblica e sia liberato per l’utilizzo da parte di chiunque senza alcun tipo di autorizzazione.

In tutto questo panorama, secondo te, che peso hanno le istituzioni? E i privati (gallerie, eventi, associazioni)?

Le istituzioni in quanto tali sono più interessate al tornaconto politico e/o a difendersi con regolamentazioni da eventuali responsabilità in ambito amministrativo e penale, ma potrebbero farsi portavoce dei bisogni reali dei cittadini (lo fanno a volte, come dovrebbero per legge) ed appoggiare con decreti e autorizzazioni quella libertà che la popolazione chiede a gran voce o che in alcuni casi si prende e basta. Tutti gli operatori che si occupano di arte in strada e che la realizzano tramite diverse tipologie di progetti, hanno una responsabilità non indifferente, direi proporzionale al numero di interventi, alle dimensioni delle superfici dipinte ed anche rispetto a come si organizzano e a cosa producono. Alcuni di loro, soprattutto quegli operatori che nascono e si autogestiscono dal basso, si muovono realizzando opere magari non imponenti come dimensioni, ma molto impattanti sul profilo sociale. Penso che su queste vadano investite le nostre energie e le risorse comuni di cui disponiamo. Parlo di progetti come quello di Pinacci Nostri, di Muracci Nostri, quelle dei Pittori Anonimi del Trullo a Roma, delle iniziative di Wiola Viola a Milano e mille altri progetti che hanno come obiettivo non tanto la realizzazione di un’opera monumentale, quanto sperimentare collettivamente il proprio agire quotidiano. Non contano molto le dimensioni spaziali dell’opera, ma quanto sia collettivizzato tutto il processo di cui l’opera realizzata è solo piccola parte, neanche finale, del percorso. Non abbiamo bisogno di artisti affermati nel mondo ufficiale e commerciale dell’arte per fare opere fini a sé stesse, ma di persone comuni che possano esprimere bisogni e desideri su “muri bacheca” senza dover mediare col mercato, con la censura, con le istituzioni, con i curatori ecc., ma solo con gente al loro stesso paritario livello. Solo allora l’arte, libera da costrizioni, potrà esprimersi al meglio ed esporsi alle trasformazioni che avverranno senza paura di essere deturpata e/o rinnovata. Senza aver paura di cambiare insieme al mondo in cui viviamo.

Di questo e molto altro ne stiamo parlando in diversi ambiti tra cui il “non convegno”  ST.AR.T che “non prova a rispondere”, ma a porre nuove domande sul tema del rapporto tra Street Art, Comunità e Territorio. Per sollecitare la riflessione, per definire il quadro d’analisi, per impostare un metodo che evita gli slogan, cercando di far emergere le questioni su cui esercitare il ragionamento collettivo. L’obiettivo di massima è affrontare le questioni connesse alla definizione, alla rappresentazione, al ruolo, alle funzioni dell’arte pubblica per: offrire conoscenze e competenze condivise attraverso le esperienze realizzate e consentire di costruire insieme una “cassetta degli attrezzi”; sollecitare sperimentazioni, tenendo conto degli impatti e della scalabilità delle soluzioni proposte.” Ci vediamo all’edizione 2020, rimanete connessi.

Grazie infinite BOL!

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