Jago, all’anagrafe Jacopo Cardillo, è un artista italiano nato nel 1987 a Frosinone.
Tra i tanti linguaggi artistici da lui utilizzati per esprimersi, quello della scultura gli ha permesso non solo di plasmare le proprie idee dandogli una forma concreta e percepibile al tatto e alla vista, ma di farle arrivare in maniera diretta a tutti coloro che si trovano di fronte ad una sua opera dal vivo.
Nonostante l’Italia sia la patria dell’arte, Jago è stato costretto a trasferirsi a New York dove è riuscito, con il tempo, a dar sfogo a quello che aveva dentro: un universo complesso che cerca spiegazioni e si fa spugna di più informazioni possibili, per riuscire ad ampliarsi.

Oltre a realizzare sculture in marmo di elevata bellezza e complessità, Jago cerca di riportare in alto la figura dell’artista su un piano contemporaneo.

Lo abbiamo contattato telefonicamente e, attraverso una chiacchierata durata più di trenta minuti, siamo riusciti a creare una bellissima connessione che ha dato modo di discutere su diversi temi, tra cui riuscire a sopravvivere facendo arte.

La scultura, in particolare, è una tua “estensione” espressiva, se vogliamo. Perché hai scelto questo tipo di comunicazione per trasmettere le tue idee?

La scultura è un linguaggio che si è generato con il tempo ed ha assunto la forma che ha oggi. È, sicuramente, la modalità con cui esprimo determinate emozioni, come un pittore o uno scrittore.
Una scelta inconsapevole, avvenuta spontaneamente.

Tra i maestri del Rinascimento, hai un punto di riferimento e, magari, un’opera che ti ha colpito maggiormente?

Potrei farti un elenco infinito di opere che mi hanno colpito, suggestionato e che torno a guardare spesso, molto volentieri. Opere che mi ispirano continuamente, che mi danno la stessa energia di quand’ero più piccolo.
Ovviamente, alcune mi stregavano particolarmente perché riuscivano a regalarmi la possibilità di immaginare o di potermi immaginare a quel livello.

Da piccolo, quando mi mettevano di fronte ad un’opera, che poteva anche essere architettonica, e mi veniva detto che era stata fatta da una persona con le proprie mani, che aveva investito molto tempo per realizzarla e che veniva apprezzato ed ammirato per questo, mi ritrovavo a segnare tutto quello che mi dicevano.
I miei genitori mi portavano a vedere molte opere tra cui la “Pietà” di Michelangelo o il “Mosè”, per esempio, e mi perdevo nei racconti che abitavano in quell’opera.
Il fatto di sognare, e di vedersi capace di poter fare tanto, era un motore propulsivo.
Tutt’oggi, guardo ciò che mi circonda con gli stessi occhi di quando ero bambino: è importante essere spugne per tutta la vita.

“Venere” – © Jago

Qual è stata l’opera con la quale hai “lottato” maggiormente durante la realizzazione?

Posso dirti che la vera lotta, per me, è riuscire a trovare un tempo per potermi dedicare totalmente alla realizzazione dell’opera, anche perché faccio tante altre cose.
Vorrei scolpire dalla mattina alla sera. (ride, ndr)
Ci sono stati due anni di investimento molto importanti in cui mi sono occupato anche di comunicazione, marketing ed imprenditoria applicandole sempre all’arte.
Tornando alla tua domanda, l’opera che mi ha segnato di più dal punto di vista umano, che ha rappresentato un punto importante nel mio percorso personale, che ha condizionato la mia vita, è stata la mia ultima opera che ho realizzato a New York: il “Figlio Velato”.
Ho dovuto cambiare vita: per fare le mie cose devo sempre cercare le condizioni ideali. Una scultura in marmo ha bisogno di un ambiente, di grandi investimenti, di tempo e di spazi.
Qui, in Italia, era impossibile realizzare un qualcosa del genere, almeno per me. Di conseguenza, mi sono dovuto spostare verso qualcuno che poteva accogliermi e sostenermi in quest’operazione. Per questo mi sono trasferito a New York.
Ho dovuto lasciare gli affetti, ho imparato a sopravvivere in un luogo totalmente diverso, vivere in un capannone e in diversi motel come quelli nei film.
Quindi, mi sento di dirti il “Figlio Velato” proprio perché rappresenta un’operazione di vita, che tra l’altro verrà inaugurata a Napoli, il 21 dicembre.

Le mie opere, ovviamente, non sono oggetti che posso riprodurre in serie, quindi ogni scultura ha una propria storia e coinvolge le persone che la vedono e che ne fanno parte.

“Figlio Velato” – Pagina Facebook © Jago

Sono dei figli, in un certo senso.

Esatto, sono dei figli di cui non vedo l’ora di poter abbandonare a beneficio del loro stesso percorso.

Sei stato, sicuramente, un punto di svolta per quanto riguarda la distanza tra artista e spettatore, grazie anche allo stesso utilizzo dei social. Stai pensando a qualche nuova modalità di interazione con il tuo pubblico?

Adesso, per esempio, c’è una telecamera puntata su di me e questa nostra conversazione è registrata anche da un regista che è qui con me. Stiamo realizzando un docu-reality che durerà un anno e poi continuerà per sempre.
Ogni momento della giornata viene tradotto in una serie di documenti che servono per poter raccontare come si può vivere d’arte.
Ogni giorno, vengo bombardato da milioni di messaggi di ragazzi che vogliono sapere qual è la formula per sopravvivere d’arte. Non potendo rispondere a tutti, ho deciso di mostrarlo direttamente: registro dalla mattina alla sera tutto quello che succede. Starà al singolo, poi, riuscire a carpire le informazioni utili per lui.

Pagina Facebook © Jago

Sicuramente, tornerò ad esprimermi online attraverso delle dirette sui social. Tramite quel tipo di piattaforma ho costruito, in tredici anni, la mia comunicazione. Bisogna, però, essere disposti a cambiare, a modificarsi: come si modifica la comunicazione e il linguaggio, anche tu devi essere in grado di saperlo fare.
Questo è quello che sto facendo, ampliando le categorie di possibilità che voglio condividere con il mio pubblico, che non deve essere un pubblico passivo ma attivo, partecipativo.
Le dirette mi servivano proprio per questo: far entrare le persone dentro un processo creativo.

Questo crea un grande condizionamento perché nel momento in cui sto scolpendo e decido di condividere in tempo reale quello che sto facendo con un pubblico, in qualche modo mi sto lasciando condizionare. Questo comporta un fermarsi a leggere i commenti che arrivano e il sapere di essere visto da centinaia di persone: l’opera racchiude anche queste pause e questi condizionamenti, per cui diventa di tutti e non solo mia.

Sei stato il primo artista a mandare la prima scultura in marmo nello spazio, alla Stazione Spaziale Internazionale. Questa scultura verrà riportata sulla Terra da Luca Parmitano. Com’è nata l’idea?

Questo mio gesto è una piccola cosa che può dare un contributo a quei giovani che pensano che sia tutto impossibile e difficile realizzare qualcosa.
Quanto costa fare una cosa del genere? Non ci sono costi, bisogna avere le idee.
È importantissimo riuscire ad avere le idee nel posto giusto e al momento giusto, e circondarsi di persone che possono fungere da moltiplicatori di idee e di opportunità.

Noi, solitamente, riceviamo sassi dallo spazio e mandarcene uno, per me, è stato emozionante.

La scultura si chiama “The First Baby”.
Ero stato invitato alla Festa del Cinema di Roma per un talk sul cibo spazzatura. Non c’entro nulla con quel mondo ma ho voluto accettare l’invito perché mi piace mettermi in gioco e imparare cose nuove. In quell’occasione, vengo contattato dagli organizzatori che erano dei produttori cinematografici, anche perché c’era l’intenzione di voler realizzare un documentario sul mio lavoro.
Inizialmente, volevo realizzare un progetto di riqualificazione al centro di Roma: avrei creato un ambiente polifunzionale, una scuola dove potevano venire i giovani dalle accademie, studiare arte, diritto d’autore e praticare l’arte della scultura. La cosa non è andata in porto in quanto la sovrintendenza mi ha ritenuto troppo giovane per fare questa cosa, nonostante ci fossero i fondi, gli sponsor, etc.

Prima di andare a New York, poi, incontrai uno dei produttori per parlare di come si potesse sviluppare ancora meglio l’idea. Nel suo ufficio, notai un dvd documentario su Samantha Cristoforetti.
Questa cosa mi rimase impressa e quando tornai a New York, pensai di poter realizzare qualcosa con la pietra degli asteroidi, ma era infattibile dati i costi elevati.

Di conseguenza, cercai di riflettere su qualcosa che potesse coinvolgere lo spazio che è sempre stata una mia passione. Incontrai nuovamente quel produttore che stava per realizzare un documentario su Luca Parmitano  e mi venne l’idea di spedire una mia scultura nello spazio.
Le cose nascono così: devi creare l’occasione ed essere pronto. Se sei pronto, ogni posto ed ogni momento è valido per attuare un’idea.

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C’è stato un commento, in particolare, ad una tua opera che ti ha colpito, fatto riflettere e che ti torna in mente spesso?

Poco tempo fa, mi ha scritto un bambino delle elementari su Instagram.
Ciao, sai che abbiamo parlato di te in classe? La maestra ci ha raccontato che sei il nuovo Michelangelo dell’arte. Ti ringrazio che stai facendo rinascere la scultura.
Questo bambino è la dimostrazione che i più piccoli non perdono tempo dietro ai social o su internet. Potrei fare un elenco infinito di bambini che mi seguono, innamorati del rumore che si genera quando scolpisco e che vorrebbero fare quelle cose.
Questa è la cosa più bella che mi è successa quest’anno: questo bambino che mi ha scritto questo messaggio.
Tralasciando il “Michelangelo” che è solo una forma di comunicazione che ha usato, la cosa che mi interessa è questo suo ringraziarmi per far rinascere la scultura. Io non ho nessun merito. Se lui ha scritto questa cosa vuol dire che ha capito che c’è questo bisogno, che tuttora si può continuare a fare arte come si faceva un tempo.
Non si è esaurito quel meccanismo creativo che ha generato tanta bellezza, anche perché, magari, sarà proprio lui a continuare. Magari, il mio ruolo è quello di fare una serie di cose che emozioneranno questo bambino, il quale diventerà lui stesso il nuovo Michelangelo.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Hai qualche progetto nel cassetto?

Ti dico in ordine: dopo l’inaugurazione del “Figlio Velato”, il 21 dicembre a Napoli, il 27 tornerò a New York per finire delle opere in quanto dovrò installare un’opera in Russia, sul Mar Nero, poi andrò in Cina per alcune presentazioni e poi andrò in Brasile, visto che sarò in mostra lì nel 2021.
Sto lavorando a molte cose contemporaneamente.
Quello che vedo nel mio futuro è un qualcosa che non c’entra nulla con il mondo dell’arte che conosciamo. Per ogni opera che farò, le persone potranno partecipare a tutto il processo creativo, verrà realizzato un documentario per ognuna di essa, che avrà una funzione non solo come progetto estetico ma simbolico.
Vorrei, inoltre, riportare l’immagine dell’artista a livello imprenditoriale: deve tornare ad essere manager di se stesso.

La mia opera principale a cui sto lavorando è un’operazione di comunicazione.

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