Lorenzo Tugnoli, rappresentato dall’Agenzia Contrasto, è l’italiano che con il reportage realizzato in Yemen per il Washington Post ha vinto non solo il Premio Pulitzer, ma anche il World Press Photo nella sezione “Stories” della categoria “General news”.

Abbiamo colto l’occasione per parlare con lui di spettacolarizzazione dell’immagine fotografica, dello scopo politico del Pulitzer, dell’ambivalenza in fotografia, della situazione del fotogiornalismo e di molto altro.

Il confine tra notizia e spettacolarizzazione è molto labile nel fotogiornalismo, soprattutto quando si lavora in zone di guerra. Che ne pensi?

Penso che i giornali, noi fotografi e i premi fotografici stessi abbiano una responsabilità in questo senso. Spesso nel World Press e nel Pulitzer vincono delle foto che sono un po’ voyeuristiche. E questo porta molti giovani fotografi che sono interessati al fotogiornalismo a guardare quelle foto e a “imitarle”. Penso che ci sia una responsabilità. Ci sono delle cose che, ovviamente, quando arrivi in posti come l’Afghanistan ti colpiscono. Quando arrivi in un mercato, vieni travolto da quest’estetica orientale dove ti sembra di fotografare un presepe: è tutto perfetto. All’inizio ti fai la tua scorpacciata di immagini: il soldato col fucile, il vecchietto… poi dopo un po’ ti rendi conto che devi approfondire. In quei posti ci sono degli archetipi attorno ai quali bisogna lavorare, senza tuffarsi dentro lo stereotipo.

Quanto conta l’estetica in un’immagine che racconta dolore, tragedie, sofferenza…

Non è una questione di bellezza, è una questione di ciò che la foto dice. Il fotografo può rappresentare le persone come dei poveretti di un paese sottosviluppato, oppure può dargli dignità. Ci sono state varie critiche su fotografi come Salgado che estetizzano troppo questo tipo di situazioni: secondo me, le foto non necessariamente devono essere belle dal punto di vista pittorico o visivo, ma sicuramente devono avere un senso. Le immagini sono come dei poemi brevissimi in cui si deve far capire se si sta raccontando una cosa intelligente. Poi hanno un fascino che viene dal fatto che non hanno un contesto: da sole, non ci dicono cosa viene prima o dopo, dove e quando sono state scattate. Questa ambivalenza delle immagini è una cosa magica che può essere utilizzata nel fotogiornalismo per attirare l’attenzione.

A proposito di ambivalenza: secondo te, la fotografia basta a se stessa? O deve essere spiegata?

Dipende dal contesto: nell’ultima mostra che ho fatto in Italia, ho esposto delle immagini in bianco e nero scattate in diversi posti del Medio Oriente, senza mettere alcuna didascalia. Il titolo della mostra era “Immagina”. Ci sono delle situazioni in cui è interessante giocare con la decontestualizzazione, come in questo caso, ma poi ci sono dei momenti in cui le immagini sono degli strumenti utili per raccogliere delle prove, per esporre dei fatti, e hanno bisogno di essere accompagnate e spiegate.

Qual è il ruolo di un premio come il Pulitzer o il World Press Photo? A te ne viene il prestigio, il successo, ma riesce ad avere anche un impatto sui luoghi e le persone fotografate? Ha, in un certo senso, un ruolo sociale?

Premi del genere hanno chiaramente un obiettivo politico. Nel World Press Photo, quest’anno, i premi sono andati a progetti che riguardavano la crisi dei migranti in America. C’è stata, ovviamente, una scelta politica per dare un segnale a Trump. Il Pulitzer è un premio che va al giornalismo. Io sono contento non solo per quanto riguarda il futuro della mia carriera, ma anche perché si parla di Yemen e perché lo Yemen, in questo modo, ha possibilità di ritornare sulle prime pagine dei giornali.

Ryan Kelly nel 2017 vince il Pulitzer nella categoria Breaking News Photography”. Lo apprende quando ormai si è dimesso, perché non riesce a vivere solo di quello. Qual è la situazione del fotogiornalismo oggi, secondo la tua esperienza?

Conosco diversi fotografi che hanno vinto il Pulitzer e che hanno smesso di fotografare o sono disoccupati. Io penso che i premi e il lavoro non siano necessariamente collegati. I fotografi devono intraprendere una carriera, uno sviluppo che va al di là del premio. Io spero di costruire un corpus di lavoro non per forza legato allo Yemen. Penso che in Italia sia molto difficile intraprendere questa carriera, i giornali non investono per mandare i fotografi a fare un lavoro che potrebbe vincere il Pulitzer. Però sono ottimista: se il fotografo è valido, le possibilità ci sono, non in Italia, forse, ma ci sono.

Un buon reportage come deve essere costruito? Non bastano le capacità tecniche, ma ci vuole anche altro: conoscenza del luogo, della storia, del conflitto, della popolazione. Come ti prepari per la partenza?

In Yemen sono stato con un giornalista che lavora lì dal 2000 e che quindi conosce molto bene quel paese. Poi, ormai, vivo da molti anni in Medio Oriente, quindi seguo le problematiche, gli sviluppi delle storie, resto aggiornato. Quando si parte, si lavora in team, e ognuno mette in campo le proprie conoscenze.

Se ti dico Yemen?
Se mi parli di Yemen mi viene in mente una parola: frustrazione. Siamo stati complessivamente più di due mesi lì, ma la maggior parte del tempo lo abbiamo passato a cercare di convincere le milizie a farci entrare nei vari luoghi. Una volta che ce l’abbiamo fatta, poi, è stato difficile fotografare e costruire un’immagine perché c’era un gruppo di persone che ti seguiva e che ti diceva cosa potevi o non potevi fotografare. Questa, però, è una cosa legata alle autorità del paese. Per quanto riguarda i civili, invece, gli yemeniti sono dolcissimi e soprattutto si rendono conto di quanto sia importante che ci sia un giornalista occidentale che sia lì a documentare e a riportare la situazione.

C’è un momento in cui bisogna fermarsi? In cui la fotografia smette di essere uno strumento utile? Ti è mai capitato di sentire il bisogno di abbassare la macchina fotografica?

Mi è capitato di essere in una situazione in cui mi sono reso conto che non era il caso, che fotografare quella cosa non avrebbe arricchito il mio lavoro ed era solo cattivo gusto. Però, mi è capitato anche il contrario: ero a un funerale, in Libano, avevo la macchina fotografica, ma non volevo usarla. A un certo punto, qualcuno mi ha chiesto di fotografare perché quella situazione doveva essere documentata.

Ora cosa farai? Immagino che il tuo lavoro in Yemen non sia ancora finito…

Tornerò sicuramente nello Yemen. La prossima settimana, intanto, andrò in Libia e poi continuerò a fotografare il Libano, dove vivo.

Chi è Lorenzo Tugnoli?

Classe 1979, si avvicina alla fotografia viaggiando e collaborando con altri fotografi in diverse parti del mondo. Dopo aver lavorato a lungo in Medio Oriente si trasferisce in Afghanistan nel 2010 dove inizia a collaborare con media internazionali e organizzazioni di sviluppo. Nel 2014 pubblica “The little book of Kabul”, un progetto editoriale che traccia un ritratto di Kabul attraverso la vita quotidiana di numerosi artisti che vivono in città, in collaborazione con la scrittrice Francesca Recchia. Dopo diversi anni di vita e lavoro in Afghanistan, nel 2015 si trasferisce in Libano. Il suo lavoro continua a esplorare le conseguenze umanitarie dei conflitti nella regione, e comprende progetti di lungo respiro in Yemen, Libia e Libano. Nel 2017 entra a far parte di Contrasto.

Lorenzo Tugnoli

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